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Cattedrale, Torre Civica e Piazza Grande di Modena

Illustrazione Elena Prette

Dichiarazione di Eccezionale Valore Universale

La creazione comune di Lanfranco e Wiligelmo è un capolavoro del genio creatore umano nel quale si impone una nuova dialettica dei rapporti tra architettura e scultura nell’arte romanica. Il complesso di Modena è una testimonianza eccezionale della tradizione culturale del XII secolo e uno degli esempi eminenti di complesso architettonico in cui i valori religiosi e civici si trovano coniugati in una città cristiana del Medioevo.

  • Valore UNESCO
    La Cattedrale. Lanfranco, un architetto d’ispirazione divina
    Il 9 giugno 1099 viene posata la prima pietra del Duomo di Modena, splendido esempio di arte romanica che stupì i contemporanei, e che continua tuttora a sorprendere per la sua straordinaria bellezza e originalità. Una cronaca contemporanea, la Relatio de innovazione ecclesiae Sancti Geminiani, ci informa che la scelta dell’architetto avvenne per miracolosa ispirazione divina: il clero e la cittadinanza modenesi affidarono l’incarico di progettare la Cattedrale a Lanfranco, definito mirabile artista e meraviglioso costruttore, il quale diede vita a un’architettura nuova e ardita, che influenzò l’arte romanica fiorita dopo di lui. La Cattedrale venne consacrata nel 1106. Per il rivestimento lapideo dell’edificio fu utilizzato del materiale di reimpiego proveniente da Mutina romana – nome di Modena in epoca antica – come dimostrano le indagini scientifiche effettuate durante la recente campagna di restauro iniziata nel 2006.
    La scultura di Wiligelmo e l’universo spirituale del Medioevo
    Sulla struttura ideata da Lanfranco si innestò, in uno straordinario rapporto di armonia, la scultura di Wiligelmo. A lui e alla sua scuola si deve la splendida decorazione che popola di motivi vegetali e di esseri fantastici ogni capitello della loggia e delle semicolonne e ogni mensola dei sottostanti archetti, motivi architettonici che come un ritmico contrappunto scandiscono l’intero perimetro del Duomo. All’officina di Wiligelmo si devono anche le sculture collocate sulla facciata, raffigurazioni sacre e profane, celestiali e mostruose, le quali riassumono l’intero mondo spirituale dell’uomo medievale, la fede, le speranze, i timori, le certezze e i dubbi. Ma la grande arte di Wiligelmo si esplicitò nella decorazione del Portale Maggiore, dove, con primitiva ma potente espressività, egli sintetizzò la visione del mondo propria dell’uomo del suo tempo. Fra intricati viluppi vegetali che evocano il bosco, luogo considerato temibile e insidioso che simboleggia la vita umana, abitano esseri mostruosi di ogni genere, immagini del peccato che costantemente minacciano il cammino spirituale dell’uomo. Di qui la lotta che oppone il credente a una folla selvaggia di leoni, draghi, centauri: mostri desunti dai repertori dell’antichità e dai bestiari medievali. Ma se il viaggio della vita è un difficile percorso, la meta è la Salvezza: scene liete di vendemmia evocano la “vigna del Signore”. All’interno degli stipiti vi sono figure di Patriarchi e Profeti, che annunciano la venuta di Cristo, sottolineando il significato simbolico della ‘Porta’ della Chiesa, la quale è crinale tra due condizioni: quella dei fedeli radunati all’interno, salvi, e quella di chi è fuori, possibile preda del demonio. Sulla facciata rimane ancora ineguagliata, dopo nove secoli, la toccante espressività dei Rilievi della Genesi, scolpiti da Wiligelmo su quattro grandi lastre di pietra. Le vicende di Adamo ed Eva, di Caino e Abele, dell’arca di Noè conservano ancora oggi, intatte, una forte intensità, una inusuale carica espressiva e una straordinaria capacità narrativa.
    Altri temi nel programma iconografico del Duomo: la storia di San Geminiano, i dodici Mesi, il ciclo di Re Artù e le numerose creature fantastiche
    Wiligelmo e gli allievi della sua scuola lavorano anche alle altre due porte aperte da Lanfranco nel Duomo. La bellissima Porta dei Principi, affacciata su Piazza Grande, accoglie i fedeli narrando loro la storia del patrono san Geminiano, trascritta per immagini e trasformata in racconto. Sul lato settentrionale, nei pressi della torre Ghirlandina, si apre invece la Porta della Pescheria, originale per l’umanità dei due telamoni che dialogano con chi varca la soglia, chiedendo aiuto per sostenere l’enorme peso che li opprime. All’uomo e al suo lavoro sono dedicate le sculture degli stipiti interni di questa porta, su cui sono effigiati, sotto spoglie umane, i dodici Mesi intenti ai lavori della campagna. Alla sfera del fantastico e del racconto fanno piuttosto riferimento sia l’insolito archivolto in cui è scolpita la vicenda di Re Artù di Bretagna, sia gli stipiti e l’architrave, dove animali protagonisti di antiche favole emergono tra intricati grovigli vegetali. Uno sguardo particolare va, infine, rivolto alle Metope, rilievi posti sui salienti del tetto, che mostrano un vivace repertorio di esseri fantastici e mostruosi: oggi sul Duomo troviamo in realtà delle copie, poiché per questioni conservative, gli originali sono stati spostati al Museo Lapidario del Duomo.
    I Maestri Campionesi completano il capolavoro della Cattedrale
    Dalla seconda metà del XII secolo fino ai primi decenni del XIV, a Lanfranco e Wiligelmo successero i Maestri Campionesi, maestranze provenienti da Campione, sul lago di Lugano, organizzate come vere e proprie botteghe famigliari. Dobbiamo a loro l’apertura del grande rosone e delle due porte laterali nella facciata e della magnifica Porta Regia su Piazza Grande, che con il gioco cromatico dei suoi preziosi marmi rosati spicca sulla candida parete del Duomo. Ai Campionesi si devono anche l’ambone e il pontile con scene della passione che, all’interno della Cattedrale, precedono l’ingresso alla Cripta dove è custodito il sepolcro di San Geminiano.
    La torre Ghirlandina: un simbolo del passato civico della città
    A fianco dell’abside del Duomo, si proietta verso l’alto, agile e slanciata nelle sue armoniose proporzioni, la torre Ghirlandina, simbolo della città di Modena. Il vezzeggiativo con cui i modenesi l’hanno battezzata ha probabilmente origine dalle balaustre in marmo che ne incoronano la guglia, “leggiadre come ghirlande”. Edificata come torre campanaria del Duomo, la Ghirlandina ha tuttavia rivestito fin dalle sue origini un’importante funzione civica: il suono delle sue campane scandiva i tempi della vita della città, segnalava l’apertura delle porte della cinta muraria e chiamava a raccolta la popolazione in situazioni di allarme e pericolo. Le sue mura custodivano la cosiddetta “Sacrestia” del Comune, dove erano conservati i forzieri e gli atti pubblici, come la celebre trecentesca “Secchia rapita” (copia dell’originale ora conservato nel Palazzo Comunale), vile e supremo oggetto di contesa tra modenesi e bolognesi nell’infuriare della storica battaglia di Zappolino (1325). Il dibattito sulla cronologia della Ghirlandina è tuttora aperto perché mancano, per le prime fasi costruttive, fonti storiche dirette. I primi cinque piani della torre furono comunque eretti contemporaneamente al Duomo e terminati entro il 1184. L’ultimo piano e il coronamento ottagonale, squisitamente gotico e in origine ornato da numerose guglie, furono innalzati su disegno di Enrico da Campione tra il 1261 e il 1319. L’esterno della Ghirlandina è caratterizzato da un ricco apparato scultoreo e da un rivestimento lapideo per il quale è stato utilizzato materiale di reimpiego proveniente dalla città romana sepolta sotto uno spesso strato alluvionale. Internamente, al quinto piano, si trova la Stanza dei Torresani, un tempo abitata dai custodi della torre, nella quale si possono ammirare degli importanti capitelli scolpiti probabilmente dagli stessi Maestri Campionesi. I più importanti sono il Capitello dei Giudici, il Capitello di David, che ha molte caratteristiche in comune con alcune sculture angolari presenti nella terza cornice esterna della torre, e il Capitello dei Leoni.
    Piazza Grande, storico spazio della vita civica
    La Piazza del Duomo, nata nel XII secolo, ha assunto l’appellativo di Grande dalla seconda metà del XVII secolo. È da sempre il millenario cuore pulsante di Modena, splendidamente incorniciata dal Duomo, dalla torre Ghirlandina e dal porticato del Palazzo Comunale, simboli storici delle istituzioni politiche e religiose della città. Per secoli questo luogo è stato lo scenario del potere spirituale rappresentato dal Vescovo e dal capitolo della Cattedrale. È stato anche lo sfondo del potere temporale: dai gradini della magnifica Porta Regia o dall’alto della ringhiera del Palazzo Comunale si sono dettate le regole e i valori della vita sociale. Dalla piazza partivano i nuntii – a cavallo e col berretto rosso – che diffondevano nella città le notizie buone, ma anche cattive, come quelle d’avviso di pericoli imminenti; sempre qui si formavano le adunanze degli uomini in armi e dei cavalieri deputati a difendere la comunità dagli attacchi nemici. La piazza era anche il luogo dove si amministrava la giustizia: qui avvenivano le esecuzioni capitali ed erano inflitte pene esemplari ai colpevoli, ma era anche lo spazio delle feste e dei giochi che vi trovavano uno scenario suggestivo. Le cronache testimoniano che, per occasioni speciali, in piazza si accendevano grandi falò e fuochi. Durante il Cinquecento e il Seicento, dopo che Modena diviene capitale di stato in seguito alla cacciata degli Este da Ferrara nel 1598, nella piazza il popolo aveva modo di assistere gratuitamente a quella sorta di ‘surrogato’ delle commedie che si recitavano a teatro, costituito dagli spettacoli dei saltimbanchi. Inoltre, la piazza diventava più che mai il luogo della grande festa durante i festeggiamenti del Carnevale che superavano di gran lunga quelli di ogni altro periodo festivo dell’anno. Piazza Grande è stata anche, per secoli e sino al 1936, la sede del mercato e degli scambi economici con una gestione rigorosamente regolata già dagli Statuti del 1327, i quali stabilivano i luoghi che i prodotti in vendita dovevano occupare sulla piazza nei giorni di sabato dedicati al mercato. Nell’abside del Duomo sono ancora visibili le antiche misure a cui i commercianti dovevano uniformarsi nelle vendite: la pertica, il coppo, il mattone e il braccio. A garanzia della correttezza degli scambi commerciali nel Medioevo esisteva un “Ufficio della Buona Stima”, il cui simbolo pare fosse una statuetta raffigurante una donna, detta dai modenesi Bonissima, ancora oggi presente in un angolo della piazza.
    Per saperne di più
    I Musei del Duomo
    I Musei del Duomo, collocati all’interno della buffer zone ovvero dell’area di rispetto del Sito UNESCO di Modena, sono di fondamentale importanza in quanto strettamente collegati al complesso monumentale inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale. Infatti, non solo raccolgono, nel Museo Lapidario, numerosi frammenti scultorei appartenenti alla Cattedrale e agli edifici precedenti, ma espongono, nelle sale, preziose opere e suppellettili che testimoniano la vitalità della Chiesa modenese nel corso dei secoli.
    Il Museo Lapidario del Duomo
    L’originario nucleo del Museo Lapidario risale alla fine del XIX secolo ed è costituito dai reperti scultorei rinvenuti durante gli scavi e i restauri pertinenti la Cattedrale. Tali reperti vengono incrementati nel corso degli anni da materiali emersi nell’ambito di ulteriori scavi; a partire dal 1950 si aggiungono alla raccolta anche le metope collocate in origine sui contrafforti del tetto, che per problemi conservativi erano state rimosse e sostituite da copie. Durante la prima metà del Novecento le sculture e i rilievi subiscono svariati spostamenti, ricevendo una più adeguata sistemazione solo nel 1956, in un ambiente a piano terra che si affaccia sull’antico chiostro delle canoniche; il nuovo allestimento, inaugurato nel 2000, segue un criterio tematico e suggerisce al visitatore quale doveva essere la collocazione originaria dei materiali. La collezione comprende sculture e rilievi di epoca romana, utilizzati principalmente come materiale di reimpiego per la costruzione del Duomo, frammenti relativi alle cattedrali altomedievali preesistenti, reperti di età romanica, iscrizioni antiche, medievali e moderne. Nel percorso espositivo spiccano l’Arca di San Geminiano, incassatura marmorea posta un tempo a protezione del sarcofago del Santo, e la pregevole serie delle metope, composta da otto sculture raffiguranti esseri mostruosi e fantastici realizzate da un maestro legato alla bottega di Wiligelmo.
    Il Museo del Duomo
    La necessità di trovare adeguata ubicazione alle suppellettili liturgiche e al tesoro della Cattedrale trova risposta con l’istituzione del Museo del Duomo, avvenuta in occasione del Giubileo del 2000. Ospitato al primo piano del medesimo edificio che custodisce il Lapidario, il museo espone preziosi apparati liturgici ascrivibili a un periodo che va dall’epoca romanica fino al XIX secolo, comprendenti suppellettili, opere scultoree, antichi reliquiari, tessuti, dipinti e codici, con cui la comunità modenese ha nei secoli arricchito la domus Clari Geminiani (la Cattedrale). Tra le opere più antiche, appartenenti al tesoro della Cattedrale, si ricordano il prezioso altarolo portatile di San Geminiano (IV e XI-XII secolo), raro e mirabile esempio di arte orafa dell’XI-XII secolo, l’Evangelistario (fine XI-inizio XII secolo) caratterizzato da una raffinata legatura in argento e avorio, e la Stauroteca con legatura in oro del IX secolo. Nella sala riservata agli antichi codici dell’Archivio Capitolare sono esposti il cosiddetto codice Leges salicae (fine XI-inizio X secolo), testo miniato contenente i decreti di Carlo Magno e i codici legislativi di cinque popolazioni germaniche, e la celebre Relatio, prezioso testo miniato del XII secolo che riporta la cronaca della costruzione del Duomo. Una menzione particolare va all’eccezionale ciclo di venti grandi arazzi fiamminghi con Storie della Genesi, realizzati nel XVI secolo e utilizzati, fino agli anni Sessanta del Novecento, per abbellire la Cattedrale, dei quali sono esposti soltanto alcuni esemplari.
    Una fonte di raro valore: la Relatio
    La Relatio translationis corporis Sancti Geminiani è il più antico e fedele apografo (copia antica) di un testo manoscritto originale degli inizi del XII secolo, conservato presso l’Archivio Capitolare di Modena e risalente al XIII secolo. Si tratta di dieci fogli in cui vengono narrati, da un autore di quel tempo, gli avvenimenti compresi tra il 1099, anno della fondazione, e il 1106, anno in cui viene traslato il corpo di San Geminiano nella nuova cripta. Si tratta, dunque, di una fonte storica rara e preziosa, capace non solo di fornirci dati importanti sull’edificazione del Duomo, ma anche di fare intuire lo spirito e la viva partecipazione con cui questi avvenimenti vennero vissuti da coloro che ne furono protagonisti. L’autore è, con molta probabilità, un testimone oculare di quegli eventi, persona colta, forse identificabile con il canonico Aimone, magister scholarum del Duomo tra il 1096 e il 1110. Egli descrive, con commossa partecipazione, alcuni momenti salienti e risolutivi della lunga vicenda costruttiva , fornendo indicazioni importanti. Informa, ad esempio, che il cantiere nasce dall’esigenza di dare una nuova e più degna sepoltura al corpo del Patrono, del fatto che tutti, il clero cittadino e responsabile delle Pievi, il popolo, i milites, la nobiltà del tempo, in particolare la contessa Matilde di Canossa, sono compartecipi e promotori di questo evento. L’architetto Lanfranco viene individuato per dono della misericordia di Dio, mentre si supplisce alla carenza di marmo grazie ad un miracoloso rinvenimento di materiale lapideo proprio là dove nessuno si aspettava di trovarne, nel sottosuolo della città. Anche i momenti della traslazione delle reliquie sono descritti, indicando la gioia di coloro che assistevano all’evento. Alcuni di questi trovano riscontro in quattro miniature che decorano il manoscritto. Due di esse mostrano il cantiere con gli operai guidati da Lanfranco, la cui figura spicca per autorevolezza: egli appare vestito all’antica e con la virga in mano, segno evidente di comando oltre che utile strumento di misurazione. Le altre due illustrano il racconto del momento gioioso della traslazione del corpo di San Geminiano. Un’immagine si sofferma sul dibattito attorno all’opportunità o meno di aprire il sepolcro di San Geminiano, il santo a gloria del quale veniva edificata la cattedrale, per vedere cosa effettivamente contenesse: nella miniatura l’episodio è rappresentato contrapponendo le due fazioni dei favorevoli e dei contrari all’apertura ai lati e ponendo Matilde di Canossa al centro della scena. Questa centralità della contessa sottolinea l’importante ruolo che ella rivestì non solo in questa disputa, ma nella costruzione del Duomo e nella vita cittadina. Matilde è rappresentata, in questa scena, in posizione di arbitro e mediatrice: grazie al suo intervento si decise infine di aprire l’arca, in occasione dell’arrivo a Modena del papa Pasquale II, avendo così modo di accertare l’effettiva presenza delle spoglie del Santo protettore della città. Era la primavera del 1106. Nella scena seguente, a conferma di quanto significativa fosse la sua figura, Matilde è rappresentata ancora una volta nell’atto di recare doni alla tomba di San Geminiano.
    Il Duomo, scrigno di tesori d’arte sacra
    All’aspetto monumentale dell’esterno del Duomo fa riscontro, all’interno, un’atmosfera di raccoglimento, suggestiva per l’impiego pressoché uniforme del laterizio e per gli effetti di luce filtrati dalle finestre e dal grande rosone. L’impianto dell’edificio è suddiviso in tre navate con falsi matronei, imponenti pilastri cruciformi in cotto che scandiscono le cinque campate della navata centrale e colonne di marmo che dividono in due arcate gli spazi tra i pilastri. L’interno si conclude con una vasta sopraelevazione accessibile da due scale laterali e chiusa nel fondo da tre absidi. Nella navata di destra si possono ammirare la Cappella Bellincini di Cristoforo da Lendinara (1475 c.), il Presepio in terracotta opera del plastificatore modenese Antonio Begarelli (1527), il Monumento funerario di Francesco Molza di Bartolomeo Spani (1515). Nella navata di sinistra si segnalano l’Altare delle Statuine di Michele da Firenze (1442 c.), San Sebastiano fra i santi Girolamo e Giovanni Battista, tavola di Dosso Dossi (1518–1522). Lungo la navata centrale è situato il Pulpito di Enrico da Campione (1322) e, in fondo, nello snodo tra navata maggiore, presbiterio e cripta, è il Pontile della fine del XII secolo. Per tutta l’ampiezza del presbiterio si sviluppa la cripta a tre navate sostenuta da colonnine con capitelli d’arte lombarda della fine dell’XI secolo. L’abside centrale ospita il Sepolcro di San Geminiano, l’abside di destra il gruppo in terracotta policroma della Madonna della pappa di Guido Mazzoni (1480–1485 c.). Nel presbiterio il Coro ligneo intarsiato è opera di Cristoforo e Lorenzo Canozi da Lendinara (1465), mentre la statua posta a fianco dell’ingresso alla sagrestia è opera del fiorentino Agostino di Duccio e raffigura San Geminiano che salva un fanciullo caduto dalla Ghirlandina (1442 c.).
    I capitelli dei Torresani
    Nella Stanza dei Torresani, nella Torre Ghirlandina, sono presenti otto colonne con altrettanti interessanti capitelli, probabilmente databili al 1180 circa. Due di essi presentano interessanti scene figurate. Nel Capitello di David sono rappresentati i temi della musica e della danza. Tra le scene scolpite si riconoscono: un uomo barbuto con la testa coronata in atto di suonare l’arpa, identificabile con il re David che nel Medioevo era considerato il padre spirituale delle arti; una figura femminile che tiene nella mano destra un fiore, mentre solleva con la sinistra un lembo della sua lunga veste; una donna coronata che scrive, seduta, in un libro appoggiato sulle ginocchia e un’altra donna in atto di danzare; un uomo barbuto che balla tenendo per mano una donna con la testa ornata da un nastro e un’altra figura maschile che suona uno strumento a fiato e, infine, un uomo che mentre balla solleva la veste scoprendo la gamba fin sopra le ginocchia. Nel Capitello dei Giudici è rappresentato una sorta di trattato intorno ai buoni e ai cattivi giudizi e risulta più complesso del precedente a causa del maggior numero di figure presenti: si tratta probabilmente di una sorta di memento per il giudice che si appresta a pronunciare una sentenza su un diverbio tra un ricco e un povero. Le scene scolpite sono tre: nella prima si vede il giudice buono incoronato da un angelo e un uomo in atto di supplica; nella seconda è rappresentata la corruzione del giudice cattivo ritratto con una catena intorno al collo tenuta da Lucifero; nell’ultima è raffigurato un altro giudice cui si appressano un uomo recante una borsa e un uomo scalzo supplicante con le mani giunte; l’iscrizione ci informa che un giudice iniquo, corrotto dal denaro, darà un giudizio non conforme alla sua convinzione. Non è possibile sapere se la Ghirlandina fosse la destinazione originaria della coppia di capitelli figurati, ma la presenza di due soggetti, uno religioso e l’altro civile, sembra rispecchiare la duplice funzione della torre, che ospitava nello stesso tempo le campane del Duomo e le guardie civiche, i Torresani, la cui abitazione si trovava proprio in questa stanza, un tempo suddivisa in più ambienti.
    La Pietra ringadora in Piazza Grande
    La forte vocazione civile della piazza è ancora oggi testimoniata dalla presenza della Pietra ringadora, enorme masso di calcare ammonitico veronese, chiamato Pietra arringadora, ringadora o ringatora, che nel parlare comune significa “pietra che arringa”: molti storici sostengono, infatti, che questa pietra nel Medioevo servì da tribuna e da pulpito per gli oratori modenesi. La Pietra ringadora venne utilizzata anche come pietra del disonore sulla quale venivano puniti i debitori insolventi e coloro che bestemmiavano, e come luogo di riconoscimento dei cadaveri non identificati, spesso morti annegati nei numerosi canali che attraversavano la città.
    Protagonisti
    San Geminiano
    È il patrono, cioè il protettore, della città di Modena, ma anche di San Gimignano (Siena). Sulla figura di questo santo, vissuto nella seconda metà del IV secolo, le fonti sono scarse. Egli è menzionato in una lettera di Sant’Ambrogio destinata a papa Silicio, relativa al Concilio tenutosi a Milano nel 390 contro l’eretico Gioviniano. Da essa si deduce che Geminiano fosse presente durante la stesura degli atti. Esistono poi altre tre fonti importanti e antiche, anche se non coeve: le due Vitae, una brevior e una longior legate tra loro da elementi comuni ma scritte presumibilmente la prima a fine IX e inizi X secolo e la seconda intorno alla metà dell’XI, a cui si aggiunge la Relatio translationis datata sicuramente 1106. Una tradizione risalente al XVI secolo vuole Geminiano nato a Cogneto da una famiglia del ceto medio-alto; la sua elezione episcopale dovette avvenire per acclamazione da parte della locale comunità cristiana, mentre la sua consacrazione ebbe luogo probabilmente a Milano, sede metropolitica della provincia ecclesiastica alla quale il vescovado di Modena apparteneva. Le più antiche immagini che lo riguardano compaiono nell’ambito del grande cantiere wiligelmico e costituiscono il fondamento del complesso programma iconografico della Porta dei Principi, databile intorno al 1110. A conferma dell’estensione del suo culto, si sa che per tutto il Trecento l’immagine del patrono modenese fu replicata lungo i muri esterni della cattedrale, quasi a ribadire il suo legame con la comunità cittadina. Ne sono testimonianza i frammenti di affreschi esposti oggi nella Sala d’Arte Sacra dei Musei Civici modenesi.
    Lanfranco
    È un architetto italiano, attivo tra il XI e il XII secolo. È dalla Relatio translationis corporis Sancti Geminiani (un racconto probabilmente scritto in occasione della consacrazione del 1106) che apprendiamo le poche cose che sappiamo su Lanfranco. Definito “mirabilis artifex, mirificus edificator” ovvero progettista e tecnico di primissimo livello, in grado quindi di concepire e dirigere un’operazione tanto complessa, un architetto a lungo cercato e infine individuato al di fuori della città. Un’origine, quindi, forestiera, ma che è impossibile precisare dal momento che nulla sappiamo della formazione di Lanfranco, certamente a conoscenza delle architetture della Lombardia e del grande cantiere del Duomo di Pisa, ma cui è ancora impossibile attribuire con certezza altre costruzioni. Delle decisioni che Lanfranco dovette prendere sul cantiere modenese non sappiamo molto, se non che nel 1106 impose la traslazione delle reliquie del santo patrono nella nuova cripta, per poter poi abbattere ciò che restava della vecchia cattedrale e procedere con i lavori. Proprio all’architetto venne riservato l’onore di aprire il sepolcro insieme al potente vescovo di Reggio Emilia, Bonseniore, legato del Papa e fedele di Matilde di Canossa, segno dell’indubbio prestigio riconosciutogli, testimoniato anche dai versi celebrativi scolpiti nell’abside. Probabilmente Lanfranco rimase a Modena a seguire i lavori della cattedrale ancora a lungo se, come pare probabile, egli può essere identificato nel “magister Lanfrancus” che comapre nel 1137 come testimone in un documento dell’Archivio capitolare.
    Wiligelmo
    È uno scultore italiano attivo tra la seconda metà del 1000 e l’inizio del 1100. Il nome di Wiligelmo compare per la prima e unica volta sulla lastra sorretta dai profeti Enoc ed Elia, posta ancora oggi sulla facciata del Duomo, sul lato opposto, quindi, rispetto all’iscrizione che celebra l’ideatore della fabbrica, Lanfranco. Mentre per l’architetto si conservano alcune notizie, su Wiligelmo le fonti scritte sono totalmente mute. Partendo dal chiaro ruolo di capo bottega che gli attribuisce l’iscrizione, attraverso la comparazione stilistica, si è tentato di delinearne formazione e carriera, non senza suscitare aspre discussioni. È probabile che lo scultore non partecipi alla prima fase di ricostruzione della chiesa modenese, ma che giunga con qualche anno di ritardo. Il suo arrivo segna però un’importante svolta nel cantiere imponendo la modifica del progetto lanfranchiano e un maggior spazio per l’apparato scultoreo. Wiligelmo mette in piedi un sistema in cui confluiscono nuovi maestri e scultori già presenti sul cantiere, dando vita a una articolata bottega in grado di rispondere alle esigenze di un ampio territorio. Wiligelmo giunge a Modena già con una solida esperienza sulle spalle, tuttavia della sua attività precedente si può ricostruire molto poco: probabilmente sul finire dell’XI secolo si era reso protagonista della ricostruzione della chiesa abbaziale di San Benedetto Polirone, in cui si conservano frammenti di un portale con rappresentazione dei Mesi, mentre l’intervento sul cantiere dell’Abbazia di Nonantola sembra da datare alla metà degli anni Dieci, dal momento che il portale era già in opera, ma non finito, durante il terremoto del 1117. dopo aver impostato i lavori sul cantiere modenese, la bottega si spostò, almeno in parte, a Cremona dove pare essere attiva dal 1107 fino al 1117, per poi passare a Piacenza dove a Wiligelmo è stato attribuito il portale settentrionale della facciata del duomo. Proprio nella cattedrale piacentina, il cui cantiere fu inaugurato nel 1122, si constata l’avvicendamento alla guida della bottega tra Wiligelmo e Nicolò, suo principale allievo.
    Enrico da Campione
    Da un contratto stipulato nel 1244 si apprende che Enrico da Campione, magister lapidum, richiese a Ubaldino, massaro, cioè amministratore, della Fabbrica del Duomo, di rinnovare l’accordo per continuare a lavorare nel cantiere del Duomo modenese. Enrico e gli altri maestri campionesi, incaricati di dirigere il cantiere del Duomo, si occupavano della fornitura del materiale lapideo, della realizzazione dell’arredo scultoreo, della progettazione e costruzione di nuovi elementi architettonici. Il documento firmato da Enrico da Campione è di fondamentale importanza in quanto:

    • è una rara testimonianza del funzionamento e dell’organizzazione di un cantiere medievale;
    • fornisce notizie precise sul ruolo da protagonista che ha avuto Enrico da Campione a Modena;
    • informa sulla presenza continuativa dei maestri campionesi nel cantiere del Duomo, facendo riferimento all’attività di almeno tre generazioni di maestranze. Il patto che Enrico, insieme agli zii Alberto e Giacomo, rinnova, è quello che suo nonno Anselmo da Campione aveva stretto con il massaro Alberto, predecessore di Ubaldino.

    I termini dell’accordo con il Capitolo della Cattedrale rimasero immutati per il lavoro svolto da Ottavio, figlio di Anselmo e padre di Enrico da Campione, visto che il contratto prevedeva che i maestri fossero impegnati a lavorare in perpetuum per il Duomo. Questa formula, usuale per l’epoca, assicurava la presenza costante di manodopera specializzata in cantieri molto lunghi e impegnativi e garantiva ai maestri, agli eredi e agli operai un vitto e un compenso. Enrico da Campione è dunque colui che richiede l’adeguamento di questo compenso, convincendo il massaro Ubaldino dell’inadeguatezza dei salari per come erano stati stabiliti nel precedente contratto. Il fatto che con lui firmino l’accordo gli zii paterni indica che Enrico nel 1244, alla firma del contratto, fosse in giovane età, ma anche che, come diretto discendente di Anselmo, fosse l’effettivo responsabile delle maestranze, organizzate come vere e proprie botteghe familiari. Tutto ciò fa pensare che proprio Anselmo sia stato il primo rappresentante della stirpe dei maestri provenienti da Campione, sul lago Lugano, a stabilirsi a Modena, probabilmente alla fine del XII secolo. le maestranze campionesi operarono a lungo quindi nel cantiere del Duomo, intervenendo in modo radicale sulla struttura della Cattedrale per rispondere alle nuove esigenze di culto: elevarono il falso transetto e sopraelevarono la cripta, aprirono le due porte laterali e il rosone in facciata, crearono un ingresso monumentale dalla Piazza, noto come Porta Regia. Ai campionesi va poi ricondotto l’affresco dell’interno, oggi andato perduto, e la realizzazione del pulpito, dell’ambone, del pontile e dell’altare maggiore. Essi, infine, furono responsabili dell’innalzamento della Ghirlandina a partire dal 1261: nel 1319 completò la costruzione della Torre un altro Enrico da Campione, erede del nostro, che compì il coronamento della struttura con la guglia.

    Testimonianze d’autore
    Testimonianze

    Relatio

    Nella Relatio Translationis Corporis Sancti Geminiani, si narra di un acceso dibattito che si sviluppò attorno all’opportunità o meno di aprire il sepolcro di San Geminiano, il santo a gloria del quale veniva edificata la cattedrale. Si decise quindi di aprire l’arca per verificare che contenesse effettivamente le spoglie del Santo protettore della città. Era la primavera del 1106.

    “E infatti si riunisce una numerosissima assemblea di vescovi, chierici, abbati, monaci, una moltitudine di milites ed anche un’immensa folla di uomini e donne, quale non si è mai vista prima nei nostri giorni e quale non si ricorda a memoria di alcuno. Infatti nessun luogo, nessuna piazza, nessun portico, nessun cortile, anche piccolo, si poteva trovare libero di convenuti. É pure presente a questa cerimonia la contessa Matilde con il suo esercito, mentre tutti aspettano con unanime gioia la traslazione e la ricognizione delle reliquie del grande patrono. (…) Tale traslazione fu fatta in maniera degna il 30 aprile, con l’assistenza del nostro vescovo. Anche per la consacrazione dell’altare del venerato corpo nasce tra i vescovi e i cives di Modena una piccola discussione, perché i vescovi desideravano fare una ricognizione delle reliquie di San Geminiano, mentre i cives e tutto il popolo erano contrari. Si chiede il parere della contessa Matilde che , come si convenne e come era già stato stabilito – così crediamo per disposizione di Dio stesso – disse che si doveva aspettare la Sede Apostolica e fece sapere che il papa, nell’ anno successivo, sarebbe stato nell’Italia settentrionale”.

    (Matteo Al Kalak, Relatio de innovatione ecclesie Sancti Geminiani. Storia di una cattedrale, Modena, Mucchi, 2004, pp. 48-49).

     

    Giovan Battista Spaccini

    Giovan Battista Spaccini, cronista degli anni tra fine XVI e inizi XVII secolo, alla data 2 febbraio 1598 registra la prima visita del duca Cesare I d’Este alla casa del Santo protettore della città di Modena:

    “con tanta gente innanzi, che per la strada non si poteva dar lato (…) entrando per la porta verso la Pescaria, tolendo messa sotto il baldachino di velluto negro, essendovi fatta musica dal regìverendo monsiglor Oracio Vecchii, mansionario et mastro di (cappella) della cattedrale; finita che fu, montò in carrozza per la Reggia Granda, e ritornò in Castello: e questo è la prima volta ch’è uscito a messa da poi ch’è costì”.

    (Giovan Battista Spaccini, Cronaca di Modena. Anni 1588-1602, trascrizione di Carlo Giovannini, a cura di Albano Biondi, Rolando Bussi, C. Giovannini, Modena, F. C. Panini, 1993)

     

    Antonio Rovatti

    Antonio Rovatti tratteggia nella sua cronaca la Modena napoleonica, riferendo fin nel dettaglio gli avvenimenti degli ultimi anni del XVIII secolo e dei primi del XIX. Nel descrivere la città in festa fornisce l’immagine di Piazza Grande, detta al tempo Maggiore e ribattezzata dai francesi Piazza della Rivoluzione. La Piazza torna centrale rispetto al periodo in cui Modena era stata la capitale del piccolo Ducato estense (1598-1796), subisce importanti trasformazioni ed è sede di nuovi simboli, come l’Albero della libertà:

    (7 Ottobre 1796)

    “Verso mezzogiorno viene affisso un avviso manoscritto d’invito ai cittadini di recarsi alle ore tre pomeridiane all’Università degli Studi per passare poi alla Piazza Maggiore, dai Francesi detta la Piazza della Rivoluzione, onde assistere all’erezione dell’albero della libertà. (…) Un grosso corpo di cavalleria francese, dragoni del 20° reggimento, giunti in questa mattina, con un cannone e due cassoni di munizioni, forma il quadrato nella Piazza Maggiore, ove fra li evviva e lo squillo delle trombe della cavalleria viene innalzato l’albero della libertà, una pioppa con verdeggianti foglie e beretto rosso nella sommità, e circa la metà ornata con bandiera bianca, rossa e bleu, colori nazionale francesi. (…) La sera. Le finestre di Palazzo del Pubblico prospicienti nella Piazza Maggiore sono illuminate con due torcie per finestra, le altre finestre della Piazza medesima sono illuminate con candele di cera. La banda del già reggimento Guardie a piedi nella ringhiera del Palazzo del Pubblico, e parecchi professori nella ringhiera sopra la spezieria Camurri, ornata con damasco, cornacopii, e lumiere suonano a vicenda la Cą irà, la Carmagnola, ed altri suoni repubblicani. I Francesi uniti a vari patriotti modonesi ballano a bozzolo rotondo attorno all’albero illuminato con torcie da vento sostenute da giovinetti. Diverse arme estensi sono staccate, ed infrante vengono abbruciate presso l’albero della libertà.”

    (A. Rovatti, Cronaca Modonese, in Modena napoleonica nella cronaca di Antonio Rovatti. L’Albero della Libertà 1796-1797, Cinisello Balsamo, Amilcare Pizzi arti grafiche S.p.a., 1995)

     

    Nell’estate del 1798 una folla di modenesi radunata in Piazza Grande assiste alla rimozione della Madonna di Piazza, imponente opera plastica in terracotta di Antonio Begarelli (1499?-1565) collocata sulla facciata del Palazzo Comunale dal 1528 e oggetto da allora di grande venerazione. La rimozione era dovuta al divieto del governo rivoluzionario di esporre immagini sacre nei luoghi pubblici:

    (18 Messidoro anno VI, 6 Luglio 1798)

    “Il numero delle persone accorse ad osservare la sacra immagine traslocata nella cattedrale è incredibile. Si fanno le armature per levare i marmi e le pietre che formano la cappella della Madonna della Piazza:due giorni vengono impiegati per detto oggetto, non che a cancellare col martello le effigii degli altri santi dipinti. (…)Si fanno le armature per levare la nicchia della Beate Vergine annessa a mano sinistra alla ringhiera del Palazzo Municipale. La statua, custodita entro la detta nicchia, è opera del celebre Begarelli, plastico modenese. Sotto la ridetta statua, trasportata in appresso alla scuola delle Belle Arti, leggesi (…)”

    (A. Rovatti, Cronaca Modonese, in Modena napoleonica nella cronaca di Antonio Rovatti. Modena repubblicana 1798-1799, Cinisello Balsamo, Amilcare Pizzi arti grafiche S.p.a., 1996, p.131)

     

    Charles Dickens tra l’estate del 1844 e quella successiva, viaggiò in Italia, in compagnia della moglie, della cognata e dei figli. Passando da Modena, notò innanzi tutto il contrasto fra l’azzurro del cielo e il buio dei portici di via Emilia. Poi, entrò nella cattedrale per assistere alla messa cantata. E attribuì un colore all’ambiente, prima di uscire:

    “Intorno, fioche candele; i fedeli inginocchiati innanzi a tabernacoli d’ogni sorta; sacerdoti officianti che intonavano i soliti canti nel solito tono basso, soffocato, strascicato, malinconico. Pensando che era strano trovare in ciascuna di quelle città ristagnanti lo stesso cuore pulsante dello stesso monotono battito, e centro d’un uguale torpido sistema di indifferenza, me ne uscii da altra porta”

    A questo punto, protagonista della scena diventa Piazza Grande, dove irrompe il corteo pubblicitario di un circo:

    “Appena fuori fui terribilmente spaventato dallo squillo della più stridula tromba cui mai si diede fiato. Spuntando al galoppo dall’angolo, ecco subito venire avanti una compagnia di equestri parigini. Gli elementi di cui era composta si allinearono a ridosso del duomo e con le zampe dei cavalli scalpitanti si fecero beffa dei grifoni, dei leoni, delle tigri e degli altri mostri in pietra o in marmo che ornano l’esterno.”

    Poi, la Torre Ghirlandina con la famosa “Secchia rapita”, cantata da Alessandro Tassoni nell’omonimo poema eroicomico, che tutti i viaggiatori andavano ad ammirare:

    “Essendo io soddisfatto d’ammirare la torre dall’esterno e godermi la secchia che vi era dentro con l’immaginazione, standomene piacevolmente all’ombra dell’alto campanile e dei sacri edifici, m’accade di non avere neppure oggi alcuna personale conoscenza di quella secchia.”

    (citazioni tratte da: Charles Dickens, Pictures from Italy 1844-45, già trascritte in Alberto Bertoni, I giorni di Piazza Grande. Parole e immagini dal Medioevo a oggi, Modena, 2014, pp. 33-34)

     

    “Sarai passato

    almeno una volta

    ti sarai fermato

    con poca voglia

    avrai guardato

    solo la torre

    senza far caso al resto intorno

    Rit. E’ Piazza Grande piazza importante

    qui trovo sempre quattro compagni

    e il venditore di sigarette

    a poco prezzo

    Sere d’estate

    lacrime amare

    (…)”

    (Giulio Luppi, Piazza Grande, 1976)

     

    “Il più bel duomo dell’Emilia ed il più famoso libro miniato d’Italia si trovano a Modena. Il duomo di Modena è un’antologia e una miniera della scultura romanica (…)”

    (Guido Piovene, Viaggio in Italia, Milano, A. Mondadori, 1959)

    Marc Augé
    Anche Marc Augé, filosofo e antropologo francese, responsabile della bella intuizione teorica dei “non luoghi”, ha scritto su Piazza Grande un interessante articolo apparso sul “Corriere della Sera” del 14 febbraio 2010:

    “…La piazza di Modena è uno dei luoghi  del mondo che mi mette a confronto con i paradossi della durata e della storia sui quali è così piacevole riflettere, fra sogno e malinconia, standosene in un bar all’aperto a sorseggiare un espresso o un aperitivo, e lasciando lo sguardo perdersi e ritrovarsi nella geometria irregolare delle facciate dei palazzi, delle strade e della cattedrale, per riappropriarsi nello stesso tempo del passato svanito e del genio del luogo, così intimamente legati l’uno all’altro.”  

    Marc Augé, A Modena c’è ancora la storia. Ecco cosa definisce una città, Corriere della Sera, 14 febbraio 2010

     

    Legami tra i siti Unesco italiani
    Modena e... Pisa
    Il complesso della Cattedrale di Modena assieme alla Torre Ghirlandina e alla sua spettacolare Piazza furono il frutto di una ‘opera’ comune, corale, a cui parteciparono anche i cittadini dell’epoca e in cui si espressero in forma tangibile i valori e le dinamiche della città medievale, al fiorire della civiltà comunale. Un altro Sito del Patrimonio Mondiale italiano esprime una simile cifra culturale e cronologica: l’insieme armonico costituito dalla Piazza della Cattedrale di Pisa con il Battistero, il Campanile e il Camposanto è il frutto di un’elaborazione stilistica originale (il romanico pisano) ed è supremo esempio dell’architettura cristiana medievale. Anche a Pisa la Cattedrale è espressione della rinascita cittadina alla fine del Medioevo e manifesta il potere della Repubblica marinara e il genio creatore di un artista tra i più importanti dell’epoca, l’architetto Buscheto.
    Modena e... I cicli affrescati del quattordicesimo secolo di Padova

    In entrambi i siti vediamo coinvolti artisti che raccontano uno spaccato della società in cui vivono. Sono rappresentati, in pittura a Padova e in scultura a Modena, i valori religiosi e civici legati all’economia, alla vita spirituale, politica e sociale delle città in epoca Comunale.

    Note bibliografiche
    Bibliografia

    Sulla città medievale:

    J. Heers, La città nel Medioevo in occidente: paesaggi, poteri e conflitti, Milano 1995

    P. Golinelli, Città e culto dei Santi, Bologna 1996

    Sull’immaginario dell’uomo medievale:

    J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano nell’occidente medievale, Milano-Bari, 1983

    R. Pernoud, Luce del Medioevo, Milano, 2000

    M. Pastoureau, Medioevo simbolico, Roma-Bari, 2007

    M. Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Torino, 2012

    Sul Duomo di Modena:

    R. Salvini, Il Duomo di Modena e il romanico nel modenese, Modena, 1966

    Lanfranco e Wiligelmo. Il Duomo di Modena, catalogo della mostra a cura di E. Castelnuovo, V. Fumagalli

    A. Peroni, S. Settis, Modena, 1984

    G. Trovabene, Il Museo lapidario del Duomo, Modena, 1984

    Wiligelmo e Lanfranco nell’Europa romanica, Modena, 1989

    A.C. Quintavalle, Wiligelmo e Matilde. L’officina romanica, Milano, 1991

    S. Lomartire, I Campionesi al Duomo di Modena, in I Maestri Campionesi, Bergamo, 1992

    A. Bergamini, La Cattedrale di Modena. Capolavoro del Romanico, Bologna, 1996

    Domus Clari Geminiani. Il Duomo di Modena, a cura di E. Corradini, E. Garzillo, G. Polidori, Modena, 1998

    Il Duomo di Modena (“Mirabilia Italiae” 9), a cura di C. Frugoni, Modena, 1999 (con bibliografia)

    M. Al Kalak, Il sepolcro del santo, 1106-1955, dalla Relatio all’ultima apertura, Modena, 2004

    Romanica. Arte e liturgia nelle terre di San Geminiano e Matilde di Canossa, Modena, 2006

    E. Silvestri, Una rilettura delle fasi costruttive del Duomo di Modena, in “Atti e Memorie. Deputazione di Storia Patria per le antiche Provincie Modenesi”, s. XI, 35, 2013, pp. 117-149

    Su San Geminiano:

    G. Pistoni, San Geminiano vescovo e protettore di Modena. Nella vita, nel culto, nell’arte, Modena, 1983

    P. Golinelli, Cultura e religiosità a Modena e Nonantola nell’alto e pieno Medioevo, in Lanfranco e Wiligelmo. Il duomo di Modena, Modena, 1984, pp. 121-140

    Civitas Geminiana. La Città e il suo Patrono, a cura di F. Piccinini, Modena, 1997

    Sulla Torre Ghirlandina:

    M.G. Orlandini, C. Ceccarelli, La torre di Modena. La Ghirlandina, Modena, 1975

    La torre Ghirlandina: un progetto per la conservazione,a cura di R. Cadignani, Roma, 2009

    La torre Ghirlandina: storia e restauro, a cura di R. Cadignani, Roma, 2010

    Su Piazza Grande:

    O. Baracchi, Modena: Piazza Grande, Modena, 1981

    A. Biondi, Tra Duomo e Palazzo: la Piazza, in Lanfranco e Wiligelmo. Il Duomo di Modena, Modena, 1984, pp. 573-576

    G. Panini, Piazza Grande e dintorni, Modena, 1998

    Per i materiali lapidei:

    S. Lugli, 2010. Dall’Egitto all’Istria: viaggio tra le pietre di Modena. Atti del Convegno “Geologia urbana di Modena: sostenibilità ambientale e territoriale” 21/11/2008, Modena. Geologia dell’Ambiente, 2/2010, 31-41

  • Valore UNESCO
    La Cattedrale. Lanfranco, un architetto d’ispirazione divina
    Il 9 giugno 1099 viene posata la prima pietra del Duomo di Modena, splendido esempio di arte romanica che stupì i contemporanei, e che continua tuttora a sorprendere per la sua straordinaria bellezza e originalità. Il clero e la cittadinanza modenesi affidarono l’incarico di progettare la Cattedrale a Lanfranco, definito artista e costruttore, il quale diede vita ad un’architettura che influenzò l’arte romanica successiva.
    La scultura di Wiligelmo: la cultura del Medioevo in un viaggio per immagini ‘di pietra’
    Sulla struttura architettonica ideata da Lanfranco si innestò, in uno straordinario rapporto di armonia, la scultura di Wiligelmo, che rappresenta in modo efficace ciò che temevano e ciò in cui credevano gli uomini dell’epoca medievale. Il tema della salvezza, della lotta tra bene e male ma anche delle difficoltà della vita quotidiana sono narrati attraverso forme che rimandano a complessi significati cosmologici, biblici e teologici, come era tipico nel Medioevo. Wiligelmo e la sua officina sono considerati tra i più alti esponenti della rinascita della scultura monumentale dell’Alto Medioevo, dopo la crisi e il tramonto del mondo antico. Wiligelmo conosceva bene l’arte classica romana e nelle sua opera si richiama a tale tradizione, riuscendo tuttavia a reinventarla in qualcosa di assolutamente nuovo e originale. Nei rilievi di pietra, la natura si mescola all’umano, è onnipresente e la si può leggere nelle decorazioni vegetali di cornici, capitelli e rosoni. Accanto ad angeli e profeti, si trovano poi esseri fantastici e mostruosi, che nascondono significati simbolici e spesso provengono dai bestiari medievali: draghi alati, serpenti, cavalli alati, cervi, leoni e fenici. Il sacro e il profano, il celestiale e il mostruoso sono intrecciati in un emozionante viaggio per immagini che include le lastre recanti le storie della Genesi – dalla creazione di Adamo ed Eva all’Arca di Noè –  le storie di Re Artù e, nella Porta dei Principi, la storia di San Geminiano. Il Santo aveva, nel Medioevo, e ha mantenuto nei secoli, un grande valore civico per la comunità modenese. Sul lato settentrionale, nei pressi della torre Ghirlandina, si apre invece la Porta della Pescheria, originale per l’umanità dei due telamoni che dialogano con chi varca la soglia, chiedendo aiuto per sostenere l’enorme peso che li opprime. All’uomo e al suo lavoro sono dedicate le sculture degli stipiti interni di questa porta, su cui sono effigiati, sotto spoglie umane, i dodici Mesi intenti ai lavori della campagna.
    I Maestri Campionesi completano il capolavoro della Cattedrale
    Dalla metà del XII secolo circa fino alla prima metà del XIV, a Lanfranco e Wiligelmo successero i Maestri Campionesi, abili maestri muratori provenienti da Campione, sul lago di Lugano, che erano organizzati come vere e proprie botteghe famigliari. Dobbiamo a loro l’apertura del grande rosone e delle due porte laterali nella facciata e della magnifica Porta Regia su Piazza Grande. Ai Campionesi si devono anche l’ambone e il pontile che, all’interno della Cattedrale, precedono l’ingresso alla Cripta. Qui è custodito il sepolcro di San Geminiano, patrono di Modena.
    La torre Ghirlandina, simbolo di Modena
    Il nome della Torre, meglio conosciuta come Ghirlandina, deriva forse dalle due balconate simili a ghirlande che circondano la cuspide. Fondata probabilmente insieme al Duomo tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo, la Ghirlandina è stata portata a termine dai Campionesi con la costruzione della cuspide, completata da Enrico da Campione nel 1319. Come accade nel Duomo, la struttura della torre è rivestita da lastre in pietra, di reimpiego nella porzione inferiore. Costruita in parte sul selciato dell’antica via Emilia romana, essa presenta un’evidente pendenza verso il Duomo e una torsione sul pilone sud-ovest, movimenti tenuti oggi costantemente sotto monitoraggio. La torre ha sempre svolto una duplice funzione, civile e religiosa. Nella Stanza della Secchia e nell’attuale locale d’ingresso sono stati custoditi, in tempi diversi, l’archivio del Comune e quello del Capitolo, insieme alle argenterie e alle sacre reliquie del Duomo. Qui fu posta la secchia trafugata nel 1325 ai bolognesi durante la battaglia di Zappolino, il cui originale è ora esposto a Palazzo Comunale. Nella Stanza dei Torresani, situata a circa 45 metri da terra e trasformata parzialmente in belvedere alla fine del XVI secolo, abitavano i custodi che vegliavano sulla città, davano il segnale per ‘apertura e la chiusura delle porte e suonavano le campane. Qui si può godere una bella vista sulla città e sono visibili due interessanti capitelli figurati, il Capitello di David e il Capitello dei Giudici.
    La Piazza Grande, storico spazio della vita civica
    La Piazza del Duomo, nata nel XII secolo, ha assunto l’appellativo di Grande dalla seconda metà del XVII secolo. È da sempre il cuore pulsante di Modena, splendidamente incorniciata dal Duomo, dalla torre Ghirlandina e dall’arioso porticato del Palazzo Comunale, simboli storici delle istituzioni politiche e religiose della città. Per secoli questo luogo è stato lo scenario del potere spirituale: la Cattedrale, retta da un capitolo di canonici, era, infatti, anche la chiesa del Vescovo, e lo è ancora oggi. La forte vocazione civile della piazza è ancora oggi testimoniata dalla presenza della Pietra ringadora, enorme masso di pietra utilizzato in età comunale come palco per gli oratori che “arringavano” la folla e come pietra del disonore per i debitori insolventi. La piazza era il luogo dove si amministrava la giustizia, ma era anche lo spazio delle feste e dei giochi. La piazza è stata fino al 1936 la sede del mercato e degli scambi economici con una gestione rigorosamente regolata, fin dal Trecento, dagli Statuti, i quali stabilivano, tra le altre cose, i luoghi che i prodotti in vendita dovevano occupare sulla piazza nei giorni di sabato, dedicati al mercato. Nell’abside del Duomo sono ancora visibili le antiche misure a cui i commercianti dovevano uniformarsi nelle vendite: la pertica, il coppo (o tegola), il mattone e il braccio. A garanzia della correttezza degli scambi commerciali, a partire dal Medioevo esisteva un “Ufficio della Buona Stima”, il cui simbolo pare fosse la statua raffigurante una figura femminile con lunghe vesti, detta dai modenesi Bonissima, oggi collocata sullo spigolo del Palazzo Comunale. La sede municipale è il frutto dell’aggregazione di numerosi edifici costruiti dall’XI al XVII secolo. All’interno sono visibili le Sale storiche, tra le quali la Sala del Fuoco, con un importante ciclo pittorico ispirato alla scuola romana dipinto da Nicolò dell’Abate nel 1547, e la Sala di Rappresentanza, nella quale sono esposti diversi dipinti di Adeodato Malatesta (1806-1891), ritratti che compongono una ideale galleria di modenesi dell’Ottocento.
    Per saperne di più
    Il Duomo, scrigno di tesori d’arte sacra
    All’aspetto monumentale dell’esterno del Duomo fa riscontro, all’interno, un’atmosfera di raccoglimento, grazie all’utilizzo pressoché uniforme del laterizio e agli effetti di luce filtrati dalle finestre e dal grande rosone. L’impianto dell’edificio a tre navate con falsi matronei è caratterizzato da imponenti pilastri cruciformi in cotto che scandiscono le cinque campate della navata centrale e da colonne di marmo che dividono in due arcate gli spazi tra i pilastri. All’interno del Duomo si conservano il Pontile con Scene della Passione di Cristo della seconda metà del XII secolo e altre opere importanti, soprattutto dei secoli XV e XVI: l’Altare delle Statuine di Michele da Firenze (1440-1441), il Coro intarsiato dei Lendinara (1461-1465), la Cappella Bellincini (1475 c.), la Pala di San Sebastiano di Dosso Dossi (1517-1521), la Madonna della Pappa di Guido Mazzoni (1480-1485 c.) e il Presepio di Antonio Begarelli (1527).
    Una fonte di raro valore: la Relatio
    La Cattedrale di Modena venne edificata per custodire il corpo di San Geminiano, vescovo vissuto nel IV secolo, considerato il fondatore della chiesa modenese e divenuto il santo protettore della città. In una famosa cronaca del tempo, la Relatio, si narrano gli avvenimenti compresi tra il 1099, anno di fondazione dell’attuale cattedrale, e il 1106, anno in cui venne traslato, ossia trasferito, il corpo di San Geminiano dalla vecchia cattedrale alla nuova cripta. Si tratta, dunque, di una fonte storica rara e preziosa, importante per tre aspetti fondamentali:

    • la Relatio è coeva alla fondazione e alla prima fase di costruzione del Duomo romanico, questo significa che il testo è contemporaneo agli eventi che narra ed è scritto da qualcuno che molto probabilmente è stato testimone diretto degli avvenimenti.
    • Raccontando le fasi di ricostruzione della cattedrale, la fonte ci fornisce informazioni sui due momenti chiave della fondazione e della traslazione del corpo del Santo, impreziosite da quattro miniature. In particolare, si narra del ritrovamento, durante la fase di fondazione, di una grande quantità di pietre nel sottosuolo. Un tempo il ritrovamento era ritenuto miracoloso, ma sappiamo in realtà che le pietre trovate appartenevano alla città romana preesistente. Questo materiale fu fondamentale per terminare la costruzione del nuovo edificio, in quanto fu riutilizzato per il rivestimento del Duomo. Nel raccontare la gioia del momento della traslazione del corpo di San Geminiano, poi, la Relatio si sofferma sulla discussione che nacque tra chi voleva aprire il sepolcro di San Geminiano per vedere cosa effettivamente contenesse e chi era contrario. Durante la solenne cerimonia l’arca venne aperta, e tutti poterono accertarsi che conteneva le spoglie del Santo. Una delle due miniature relative all’episodio della traslazione rappresenta proprio il momento della discussione, con le fazioni contrapposte ai lati e Matilde di Canossa al centro della scena.
    • L’altro aspetto che rende questa fonte straordinaria riguarda proprio la possibilità di conoscere quali furono i protagonisti della costruzione del Duomo. La Relatio ci consente di intuire lo spirito e la viva partecipazione con cui gli avvenimenti vennero vissuti dai cittadini e di capire il ruolo di importanti personaggi dell’epoca. In un momento in cui la sede vescovile era vacante, visto che il vescovo era stato scomunicato, furono proprio i cittadini di rilievo i protagonisti delle decisioni: la scelta concordata tra essi ed il clero di costruire la nuova cattedrale sancisce di fatto la nascita del Comune medievale. Tra i protagonisti figura poi l’architetto Lanfranco, che in una miniatura è rappresentato mentre dirige i lavori degli operai nel cantiere: la sua figura spicca per autorevolezza, è vestito all’antica e con la verga in mano, strumento di misurazione, ma anche segno di comando. Infine, dalla posizione centrale di Matilde di Canossa nella miniatura della discussione sulle spoglie del Santo, si capisce quanto anche il suo ruolo sia stato importante. Matilde è rappresentata, in questa scena, in posizione di arbitro e mediatrice della disputa, mentre nella seguente reca preziosi doni alla tomba di San Geminiano.
    La Pietra ringadora in Piazza Grande
    La forte vocazione civile della piazza è ancora oggi testimoniata dalla presenza di un enorme masso di ammonitico veronese, chiamato Pietra ringadora, che nel parlare comune significa “pietra che arringa”: molti storici sostengono, infatti, che questa pietra nel Medioevo servì da tribuna e da pulpito per gli oratori modenesi. La Pietra ringadora venne utilizzata anche come pietra del disonore sulla quale venivano puniti i debitori insolventi e coloro che bestemmiavano e come luogo di riconoscimento dei cadaveri non identificati, spesso morti annegati nei numerosi canali che attraversavano la città.
    I capitelli dei Torresani
    Nella Stanza dei Torresani, al quinto piano della Torre Ghirlandina, sono presenti otto colonne con altrettanti interessanti capitelli, probabilmente databili al 1180 circa. In uno, il Capitello di David, sono rappresentati i temi della musica e della danza così come in alcuni rilievi angolari esterni della terza cornice marcapiano. In un altro, il Capitello dei Giudici, è rappresentato una sorta di trattato intorno ai buoni e ai cattivi giudizi: si tratta probabilmente di un ammonimento per il giudice che si apprestava a pronunciare una sentenza su una lite tra un ricco e un povero. Non è possibile sapere se la Ghirlandina fosse la destinazione originaria della coppia di capitelli figurati, ma la presenza di due soggetti uno religioso e l’altro civile sembra rispecchiare la duplice funzione della torre, che ospitava nello stesso tempo le campane del Duomo e le guardie civiche, i Torresani, la cui abitazione si trovava proprio in questa stanza, un tempo suddivisa in più ambienti.
    L’Altarolo di San Geminiano

    Conservato ai Musei del Duomo, l’Altarolo di San Geminiano è un piccolo altare portatile del tipo utilizzato per la celebrazione del rito dell’eucarestia da vescovi e abati quando erano in viaggio, cosa che nel Medioevo accadeva più spesso di quanto possiamo pensare. Realizzato tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo, è un raro esemplare di questa particolare tipologia di manufatti, la maggior parte dei quali realizzati e conservati tra Francia e Germania. L’opera è composta da una pietra in granito verde, che potrebbe risalire addirittura all’epoca di San Geminiano e che secondo la tradizione gli appartenne. La pietra è poi stata inserita, secoli dopo, in una cassetta lignea i cui lati sono rivestiti da lamine d’argento dorate con figure lavorate a sbalzo. Un vano al di sotto della lastra superiore e uno sul fondo, ancora munito dell’antica serratura, servivano probabilmente per contenere le reliquie, cioè i preziosi frammenti di ossa o vesti dei santi, che nel Medioevo erano oggetto di grande venerazione e la cui presenza rendeva sacri l’altare.

    Protagonisti
    Lanfranco
    Fu un architetto italiano, attivo intorno al 1100, cioè tra l’XI e il XII secolo. È dalla Relatio translationis corporis Sancti Geminiani (un racconto probabilmente scritto in occasione della consacrazione del 1106) che apprendiamo le poche cose che sappiamo di Lanfranco. Viene definito “mirabile artifex, mirificus edificator” ovvero progettista e tecnico di primissimo livello, in grado quindi di concepire e dirigere un’operazione tanto complessa come la costruzione di una cattedrale; un architetto, dice la Relatio, a lungo cercato e infine individuato al di fuori della città. Un’origine, quindi, forestiera, ma che è impossibile precisare dal momento che nulla sappiamo della formazione di Lanfranco. Egli comunque certamente conosceva le architetture della Lombardia e il grande cantiere del Duomo di Pisa, ma è ancora impossibile attribuirgli con certezza altre costruzioni. Delle decisioni che Lanfranco dovette prendere sul cantiere modenese non sappiamo molto, se non che nel 1106 impose la traslazione delle reliquie del santo patrono nella nuova cripta, per poter poi abbattere ciò che restava della vecchia cattedrale e completare i lavori della nuova. Proprio all’architetto venne riservato l’onore di aprire il sepolcro insieme al potente vescovo di Reggio Emilia, Bonseniore, legato del Papa e fedele a Matilde di Canossa, segno dell’indubbio prestigio riconosciutogli, testimoniato anche dall’epigrafe celebrativa murale dell’abside. Probabilmente Lanfranco rimase a Modena a seguire i lavori della cattedrale ancora a lungo se, come pare probabile, egli può essere identificato nel “magister Lanfrancus” che compare nel 1137 come testimone in un documento dell’Archivio capitolare.
    Wiligelmo
    Fu uno scultore italiano attivo intorno al 1100, cioè tra l’XI e il XII secolo. Il nome di Wiligelmo compare per la prima e unica volta sulla nota lastra con i profeti Enoc ed Elia, posta ancora oggi sulla facciata del Duomo, sul lato opposto, quindi, rispetto all’iscrizione che celebra l’ideatore della fabbrica, Lanfranco. Mentre per l’architetto si conservano alcune notizie, su Wiligelmo le fonti scritte sono totalmente mute. Partendo dal chiaro ruolo di capo bottega che gli attribuisce l’iscrizione, attraverso la comparazione stilistica, si è tentato di delinearne formazione e carriera, non senza suscitare aspre discussioni. È probabile che lo scultore non partecipi alla prima fase di ricostruzione della chiesa modenese, ma che giunga con qualche anno di ritardo. Il suo arrivo segna, però, un’importante svolta nel cantiere imponendo la modifica del progetto lanfranchiano e un maggior spazio per la scultura. Wiligelmo mette in piedi un’organizzazione nella quale confluiscono nuovi maestri e scultori già presenti sul cantiere, dando vita a una vera e propria bottega in grado di soddisfare le esigenze di un ampio territorio. Wiligelmo giunge a Modena già con una solida esperienza sulle spalle, tuttavia della sua attività precedente si può ricostruire molto poco: per quanto riguarda l’intervento nel cantiere dell’Abbazia di Nonantola (in provincia di Modena) sembra da datare alla metà degli anni dieci, dal momento che il portale era già in opera, ma non termianto, durante il terremoto del 1117. Dopo aver impostato i lavori sul cantiere modenese, la bottega si spostò, almeno in parte, a Cremona dove pare essere stata attiva dal 1107 al 1117, per poi passare a Piacenza dove il portale settentrionale della facciata del duomo risulta attribuito a Wiligelmo. Proprio nella cattedrale piacentina, il cui cantiere fu inaugurato nel 1122, si constata l’avvicendamento alla guida della bottega tra Wiligelmo e Nicolò, il suo principale allievo.
    San Geminiano
    Fu vescovo di Modena nella seconda metà del IV secolo ed è divenuto in seguito il patrono, cioè il protettore, della città. La tradizione vuole Geminiano nato a Cogneto (una frazione alla periferia di Modena)da una famiglia del ceto medio-alto. La sua elezione a vescovo dovette avvenire per acclamazione da parte della locale comunità cristiana, mentre la sua consacrazione ebbe luogo probabilmente a Milano. Le più antiche immagini che lo raffigurano lo propongono come fondatore della Chiesa di Modena e compaiono nell’ambito del cantiere wiligelmico, quindi sette secoli dopo la sua morte (31 gennaio 397), nonostante la diffusione del suo culto sia stata molto più precoce. In particolare nell’architrave della Porta dei Principi, realizzata intorno al 1100, sono raffigurati episodi tratti delle Vite del Santo, scritte dopo la sua morte, che gli attribuiscono diversi miracoli. In uno degli episodi più famosi, qui rappresentato, si narra che Geminiano, chiamato alla corte dell’imperatore a Costantinopoli, riuscì a salvarne la figlia scacciando il demonio che si era impossessato di lei. Un altro miracolo raffigurato riguarda la protezione da parte del Santo della città di Modena dall’invasione degli Unni: l’episodio viene ricordato come incontro con Attila, anche se Geminiano era sicuramente defunto quando il temibile condottiero capeggio l‘invasione unna. Si tramanda però che, arrivati alle porte della città, gli invasori furono resi ciechi a causa di una fitta nebbia e che grazie a questo miracolo Modena fu risparmiata. Al Santo sono attribuiti altri prodigi: il cosiddetto “Miracolo delle acque”, avvenuto nell’anniversario della morte di Geminiano, quando il popolo, riunito in preghiera nella Cattedrale, invocando il Santo si salvò da una alluvione che allagò la città; quello chiamato “Miracolo del fanciullo”, secondo il quale un giovanetto, caduto dalla Ghirlandina, giunse a terra incolume e raccontò di come un vecchio con la barba bianca lo avesse afferrato per i capelli e tratto in salvo. Anche se in alcuni casi i racconti presentano evidenti incongruenze, essi rimangono importanti testimoni del ruolo di un vescovo nel Medioevo. Queste fonti rivelano, infatti, che la figura di Geminiano, oltre che essere guida spirituale, era per i cittadini autorità amministrativa e militare: aveva stretti rapporti con l’imperatore, rappresentante del potere politico, difendeva la città dagli attacchi delle popolazioni barbariche e proteggeva la popolazione dalle calamità naturali.
    Enrico da Campione
    Da un contratto stipulato nel 1244 si apprende che Enrico da Campione, magister lapidum, richiese a Ubaldino, massaro, cioè amministratore, della Fabbrica del Duomo, di rinnovare l’accordo per continuare a lavorare nel cantiere del Duomo modenese. Enrico e gli altri maestri campionesi, incaricati di dirigere il cantiere del Duomo, si occupavano della fornitura del materiale lapideo, della realizzazione dell’arredo scultoreo, della progettazione e costruzione di nuovi elementi architettonici. Il documento firmato da Enrico da Campione è di fondamentale importanza in quanto:

    • è una rara testimonianza del funzionamento e dell’organizzazione di un cantiere medievale;
    • fornisce notizie precise sul ruolo da protagonista che ha avuto Enrico da Campione a Modena;
    • informa sulla presenza continuativa dei maestri campionesi nel cantiere del Duomo, facendo riferimento all’attività di almeno tre generazioni di maestranze. Il patto che Enrico, insieme agli zii Alberto e Giacomo, rinnova, è quello che suo nonno Anselmo da Campione aveva stretto con il massaro Alberto, predecessore di Ubaldino.

    I termini dell’accordo con il Capitolo della Cattedrale rimasero immutati per il lavoro svolto da Ottavio, figlio di Anselmo e padre di Enrico da Campione, visto che il contratto prevedeva che i maestri fossero impegnati a lavorare in perpetuum per il Duomo. Questa formula, usuale per l’epoca, assicurava la presenza costante di manodopera specializzata in cantieri molto lunghi e impegnativi e garantiva ai maestri, agli eredi e agli operai un vitto e un compenso. Enrico da Campione è dunque colui che richiede l’adeguamento di questo compenso, convincendo il massaro Ubaldino dell’inadeguatezza dei salari per come erano stati stabiliti nel precedente contratto. Il fatto che con lui firmino l’accordo gli zii paterni indica che Enrico nel 1244, alla firma del contratto, era in giovane età, ma anche che, come diretto discendente di Anselmo, era l’effettivo responsabile delle maestranze, organizzate come vere e proprie botteghe familiari. Tutto ciò fa pensare che proprio Anselmo sia stato il primo rappresentante della stirpe dei maestri provenienti da Campione, sul lago Lugano, a stabilirsi a Modena, probabilmente alla fine del XII secolo. Le maestranze campionesi operarono a lungo quindi nel cantiere del Duomo, intervenendo in modo radicale sulla struttura della Cattedrale per rispondere alle nuove esigenze di culto: elevarono il falso transetto e sopraelevarono la cripta, aprirono le due porte laterali e il rosone in facciata, crearono un ingresso monumentale dalla Piazza, noto come Porta Regia. Ai Campionesi va poi ricondotto l’affresco dell’interno, oggi andato perduto, e la realizzazione del pulpito, dell’ambone, del pontile e dell’altare maggiore. Essi, infine, furono responsabili dell’innalzamento della Ghirlandina a partire dal 1261: nel 1319 terminava l’intervento sulla Torre un altro Enrico da Campione, erede del nostro, che compiva il coronamento della struttura con la guglia.

    Legami tra i siti Unesco italiani
    Modena e... Pisa
    Il complesso della Cattedrale di Modena assieme alla Torre Ghirlandina e alla sua spettacolare Piazza furono il frutto di una ‘opera’ comune, corale, a cui parteciparono anche i cittadini dell’epoca e in cui si espressero in forma tangibile i valori e le dinamiche della città medievale, al fiorire della civiltà comunale. Un altro Sito del Patrimonio Mondiale italiano esprime una simile cifra culturale e cronologica: l’insieme armonico costituito dalla Piazza della Cattedrale di Pisa con il Battistero, il Campanile e il Camposanto è il frutto di un’elaborazione stilistica originale (il romanico pisano) ed è supremo esempio dell’architettura cristiana medievale. Anche a Pisa la Cattedrale è espressione della rinascita cittadina alla fine del Medioevo e manifesta il potere della Repubblica marinara e il genio creatore di un artista tra i più importanti dell’epoca, l’architetto Buscheto.
    Modena e... I cicli affrescati del quattordicesimo secolo di Padova

    In entrambi i siti vediamo coinvolti artisti che raccontano uno spaccato della società in cui vivono. Sono rappresentati, in pittura a Padova e in scultura a Modena, i valori religiosi e civici legati all’economia, alla vita spirituale, politica e sociale delle città in epoca Comunale.

    Glossario
    Glossario

    ambone, s.m., pulpito o tribuna balconata posta in posizione rialzata di qualche gradino, tipica delle chiese paleocristiane e romaniche.

    bestiari, pl.m. di bestiario. La parola proviene dal latino bestiarium, che significa letteralmente “degli animali” ed indica un tipo particolare di libro, molto diffuso nei XII e XIII secoli in Europa e costituito da una raccolta di descrizioni di animali, le cui caratteristiche sono presentate in chiave allegorica. I bestiari miravano a insegnare la natura, offrendone però una lettura moralizzante e religiosa, attribuendo significati simbolici alle caratteristiche dei vari animali.

    capitolo, s.m., insieme di religiosi che regge il governo e l’amministrazione di una istituzione religiosa.

    cattedrale, s.f., è un edificio religioso così denominato perché in esso trova posto la Cattedra, ovvero la sedia utilizzata dal Vescovo durante le funzioni.

    lapideo, s.m., realizzato in pietra.

    matronei, pl.m. di matroneo. La parola proviene dal latino medievale matroneum, derivato di matrona (nobildonna romana). Indica un loggiato interno anticamente riservato alle donne, che si apre lungo le pareti della navata centrale e si svolge al di sopra delle navate minori. Il m. è tipico delle basiliche paleocristiane, ma è presente anche in chiese di epoche successive: nell’architettura romanica e gotica, con l’adozione delle coperture a volta, è usato come elemento strutturale di controspinta nei confronti della volta della navata centrale.

    statuti, pl.m. di statuto. La parola deriva dal verbo latino statuĕre, che significa stabilire, per questo anticamente si indicava con questo termine ciò che “è stato stabilito”, deliberato, assumendo valore di legge. Nel Medioevo e nell’età rinascimentale, la parola indicava il complesso e la raccolta organica delle norme legislative e consuetudinarie che regolavano l’attività di organismi pubblici e privati.

    telamoni, pl.m. di telamone. Elemento scultoreo di forma umana maschile che assolve una funzione architettonica di supporto della struttura. Nel t. è caratteristica la raffigurazione della “fatica” dell’atto di sostenere il peso, a differenza delle cariatidi – versione femminile dei telamoni – , le quali sono sempre dotate di un aspetto imperturbabile.

    traslazione, s.f., spostamento di qualcosa da un luogo ad un altro; riferito anche allo spostamento di reliquie o resti di una persona che è stata santificata.

    verga, s.m., bastone o oggetto di forma cilindrica; in questo contesto, la verga del comando era un bastone con cui si identificava il capo cantiere; ha la funzione di uno scettro.

Il sito per immagini icona-gallery

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Iscrizione UNESCO

1997, Napoli, Italia, 21ª sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale.


Sito Culturale


Medioevo


Italia nord-orientale
Regione Emilia-Romagna


Criteri di Iscrizione

(i) La Cattedrale di Modena e la Torre, con le straordinarie sculture e l’originale struttura architettonica, sono un capolavoro del genio creatore umano, grazie all’attività congiunta di due straordinari artisti, Lanfranco e Wiligelmo.

(ii) Tra il XII e il XIII secolo il complesso monumentale ha rappresentato una delle principali scuole di un nuovo linguaggio figurativo destinato ad avere una enorme influenza sullo sviluppo dell’arte romanica nella pianura padana. A livello europeo, le sculture della Cattedrale di Modena offrono un punto di vista privilegiato per comprendere il contesto culturale che ha accompagnato la rinascita della scultura monumentale in pietra. Pochissimi altri complessi monumentali, tra i quali quelli di Tolosa e Moissac, possono vantare tale importanza sotto questo particolare punto di vista.

(iii) La costruzione del complesso è una delle testimonianze più eccezionali della società urbana nell’Italia settentrionale tra i secoli XII e XIII: la sua organizzazione, il suo carattere religioso, le sue credenze e i suoi valori sono tutti riflessi nella storia degli edifici.

(iv) Il complesso monumentale costituito dalla Cattedrale, dalla Torre Civica e dalla piazza offre un esempio di sviluppo urbano strettamente collegato ai valori della vita civica, specialmente nelle relazioni che esso rivela tra l’economia, la religione e la vita politica e sociale della città.

Integrità
Il complesso monumentale di Modena ha mantenuto nel tempo le caratteristiche storiche, sociali e artistiche che ne definiscono l’eccezionale valore universale. Gli interventi condotti nel corso dei secoli sul complesso UNESCO sono sempre stati indirizzati a mantenere in efficienza gli edifici e la piazza preservando nella sostanza le relazioni spaziali e volumetriche e prolungandone la vita nel tempo senza alterarne la fisionomia e le funzioni. Il complesso riveste senza soluzione di continuità, a partire dal Medioevo, il ruolo di fulcro della vita civile, politica e religiosa della città quale si definì agli albori della civiltà comunale.
Autenticità
Il complesso monumentale in esame è indubbiamente autentico in termini di progettazione, forma, materiali utilizzati e funzione. I numerosi interventi realizzati nel corso dei secoli sia su Duomo e Torre Ghirlandina sia sugli edifici che si affacciano sulla Piazza Grande non hanno alterato la sostanziale autenticità del complesso. Anche la sua storia conservativa ne conferma l’autenticità. Dal punto di vista del restauro e della conservazione, la Cattedrale di Modena rappresenta un caso esemplare, vantando una storia secolare di interventi e iniziative a garantire l’integrità di un capitolo fondamentale nella storia della conservazione del patrimonio artistico italiano.
Estensione del bene

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