Il Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta con il parco, l’Acquedotto Vanvitelliano e il complesso di San Leucio

Illustrazione Elena Prette

Dichiarazione di Eccezionale Valore Universale

Il complesso monumentale di Caserta, benché costruito sulla base di altri modelli di complessi reali del XVIII secolo, è eccezionale per la sua estensione poiché comprende non soltanto un sontuoso palazzo con il relativo parco, ma anche una vasta area del paesaggio circostante e un ambizioso progetto di nuova città concepita secondo i principi di pianificazione del tempo. Il complesso industriale del Belvedere, progettato per la produzione della seta, presenta un grande interesse in virtù dei principi idealisti legati alla sua originale concezione e gestione.

  • Valore UNESCO

    Il Sito di Caserta racconta un brano importante e significativo della storia della civiltà settecentesca italiana. La dinastia dei Borbone inaugurò un grandioso progetto di pianificazione urbanistica del territorio, rimasto in parte incompiuto, che investiva l’area casertana per elevarla a sede nella nuova capitale del Regno di Napoli. La Reggia ed il suo Parco sono l’opera maggiore ed il superbo capolavoro di Luigi Vanvitelli, il quale realizzò la più alta e prestigiosa espressione dello stile Tardo Barocco, con i suoi trionfi scenografici – ma nella sua esaltazione delle forme regolari e geometriche si prefigurava già l’alba del nuovo gusto neoclassico. Vanvitelli concepì la Reggia quale centro maestoso attorno al quale sarebbe dovuta crescere una rete di vie, chiese, insediamenti e impianti produttivi d’eccellenza, alimentati dalle acque dell’Acquedotto Carolino, monumentale opera di ingegneria idraulica che strappò i territori rurali circostanti ad una unilaterale dimensione agraria e aprì la via della modernizzazione. La Real Colonia di San Leucio fu il borgo produttivo di fondazione borbonica che crebbe più splendente e che assieme al Palazzo Reale esprime i valori dell’assolutismo illuminato.  L’esperienza borbonica a Caserta testimonia il modello politico e ideologico dell’Ancien régime settecentesco.

    Un progetto unitario di magnificenza e modernizzazione
    Nel 1750 Carlo III di Borbone, re di Napoli, affida all’architetto Luigi Vanvitelli il compito di erigere una reggia che competa con lo sfarzo dei più potenti regni europei. Nasce un complesso monumentale irripetibile, in cui il Palazzo Reale ed il suo Parco sono concepiti in un progetto urbanistico che coinvolge l’intera area casertana avviando un lungo processo di trasformazione e modernizzazione in senso architettonico e produttivo, poiché la nuova capitale avrebbe dovuto accogliere la corte ed elevarsi al rango reale ma anche divenire nuovo vitale centro urbano. Punte di diamante di tale progetto  sono la Real Colonia di San Leucio e l’Acquedotto Carolino di Vanvitelli, terminato nel 1769 e indispensabile per garantire l’approvvigionamento idrico all’intera area casertana. Si avvia un processo di trasformazione che dalla metà del Settecento prosegue per decine di anni, cambia per sempre il volto di un territorio e di un centro abitato e innesta nuove tradizioni manifatturiere.
    Il Palazzo Reale e il Parco: il trionfo dell’Ancien régime
    Il sito di Caserta venne scelto per una serie di motivazioni geoclimatiche, quali la relativa vicinanza con Napoli, seppur a sufficienza lontano per lasciarsi alle spalle il fervore della metropoli e il timore di pericoli costituiti da eventuali attacchi dal mare o dalle attività del Vesuvio, la dolcezza del panorama, il clima salubre e i suoli fertili; si trattava insomma un sito ameno e ideale per accogliere la nuova capitale del Regno borbonico. Quando Carlo di Borbone, che fu re di Napoli dal 1734 al 1759, incaricò Luigi Vanvitelli aveva più che qualche indicazione da fornire al suo nuovo architetto regio. Egli era appassionato di architettura – come la moglie Maria Amalia di Sassonia, cultrice d’arte antica – e lo dimostrò alla storia, poiché oltre alla Reggia di Caserta, volle altri due complessi reali superbi, la Reggia di Capodimonte a Napoli e la Reggia di Portici, nell’area vesuviana. Fin dall’infanzia aveva avuto occasione di soggiornare o visitare le più sfarzose dimore reali d’Europa: il Palazzo Reale della Granja de San Ildefonso a Madrid e l’Escorial, la Reggia di Versailles, il Palazzo imperiale di Schönbrunn a Vienna, la Reggia di Colorno a Parma. Tali possono essere considerati i modelli d’ispirazione dell’illustre committente. Carlo III di Borbone amava la tradizione classicista romana, cui Vanvitelli era esponente, in quanto solido architetto pontificio. Inoltre nel progetto doveva realizzarsi il connubio tra spazi artificiali e spazi naturali, perciò la reggia sarebbe stata circondata da un immenso parco e si sarebbe allacciata alle vie e alla città che le sarebbero dovute crescere attorno. Vanvitelli raccolse le indicazioni del Re e progettò un complesso straordinario, perfetta espressione dell’assolutismo settecentesco e delle tradizioni artistiche dell’epoca. La prima pietra della Reggia venne posta il 20 gennaio del 1752 ed ancora prima che i lavori venissero conclusi divenne meta del Grand Tour italiano, dove i nobili viaggiatori europei potevano stupirsi della sua meravigliosa regalità. Per la Reggia venne scelta una pianta rettangolare che al suo interno si apre in quattro cortili o piazze. Le dimensioni sono davvero imponenti: la facciata misura 253 m., mentre il fronte laterale 202 m. La fabbrica si alza dal suolo di cinque piani ed il basamento è a bugnato; l’immagine complessiva è maestosa, grazie ad una partitura architettonica ordinata, quasi severa grazie al rigore degli elementi e delle forme che ricorrono e si alternano con  regolarità e simmetria. Gli interni  esplodono in sontuosi ed esuberanti virtuosismi decorativi; le stanze sono 1.217 e tra di esse primeggiano la Sala del Trono, la Sala delle Quattro Stagioni, il Teatro, la Cappella di Corte e lo Scalone monumentale. Davanti alla facciata principale si apre una piazza di forma ellittica posta in asse alla nuova via di collegamento con Napoli. Sempre lo stesso asse attraversa il Palazzo Reale  mediante un portico centrale che determina lo sviluppo del Parco che si allarga verso Nord in una prospettiva formata da una infilata di lunghe vasche a cascatelle digradanti  fino a terminare nella spettacolare Fontana di Diana e Atteone, sovrastata da una grande cascata. La fontana alimenta la scenografica via d’acqua e costituisce la fuga prospettica di tutto l’impianto del complesso.
    L’utopia di San Leucio, colonia reale produttiva
    Il Sito UNESCO comprende anche la Real Colonia di San Leucio, razionale borgo di vocazione industriale, sottoposto a speciali leggi dalla Corona. Qui il cinquecentesco Palazzo del Belvedere viene ampliato nel 1778 da Ferdinando IV per sistemarvi una fabbrica di seta; attorno vengono disposte le abitazioni per le famiglie operaie, le botteghe, la piazza, la scuola a formare una cittadella d’ordine e produttività che rappresenta il sogno dello Stato borbonico. Nel borgo di San Leucio Ferdinando IV voleva realizzare la sua città ideale, una comunità produttiva e autonoma – Ferdinandopoli – forgiata dal sovrano stesso, protetta dalla Corona e in grado funzionare come fiorente centro manifatturiero. L’esperienza di San Leucio si legò ai principi di riforma sociale di matrice illuminista, che identificavano nell’azione del monarca illuminato la forza storica in grado di generare ordine e benessere sociale. L’elemento interessante che contraddistingue San Leucio è che la Corona emanò uno statuto speciale (1789) che si applicava alla Colonia, promuovendone lo sviluppo con una politica di assistenza sociale basata su principi egualitari e meritocratici. Nella zona era già diffusa la lavorazione artigianale della seta, ma il sovrano attuò un sistema produttivo meccanizzato e sistematico per elevare il Borgo a centro manifatturiero specializzato. Sotto il profilo tecnico, introdusse macchinari innovativi, formò giovani maestranze qualificate con apprendistato in Francia e richiamò artigiani specializzati da altri parti d’Italia. Aprì un vero  e proprio stabilimento imprenditoriale, con la filanda, il filatoio, e un centro operativo-amministrativo. Restaurò il complesso monumentale del Belvedere, che era stato possedimento degli Acquaviva di Caserta. Oltre ai locali produttivi, il progetto urbanistico a cura di Francesco Collencini, vide anche la realizzazione di abitazioni dotate di acqua corrente e servizi igienici. Venne aperta la prima scuola dell’obbligo maschile e femminile.
    Per saperne di più
    Il Parco della Reggia
    Il Parco ha una superficie di 120 ettari. È un connubio tra il giardino rinascimentale italiano ed i giardini di Versailles. Si struttura in due parti. Nella prima si trova il Bosco Vecchio, antico giardino rinascimentale incluso nel progetto vanvitelliano; la Grande Peschiera, dove Ferdinando IV si allenava in battaglie navali; la Castelluccia, edificio che riproduce un castello, ameno riposo dopo le battute di caccia. La seconda parte del Parco realizza una grandiosa prospettiva formata da una via d’acqua articolata in sette vasche digradanti, in cui ciascuna esibisce un tema mitologico (Fontana dei Tre Delfini, Fontana di Eolo, Fontana di Cerere, Fontana di Venere e Adone). L’ultima e più alta è la Fontana di Diana e Atteone, che si trova sotto una cascata che scende con un salto di settanta metri dal Monte Briano. Nel Parco venne realizzato anche un Giardino all’inglese, situato accanto alla fontana di Diana. Fu realizzato da Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, per accontentare la moglie di Ferdinando IV. Venne chiamato il botanico inglese John Andrew Graefer che collaborò a disporre boschetti, colline, canali e specchi d’acqua dove furono piantate specie rare; il giardino possedeva anche aranciere, serre e piccoli padiglioni dove sostare immersi in una natura spettacolare.
    L’Acquedotto Vanvitelliano
    Il “Regio Acquedotto dell’Acqua Carolina” è una opera grandiosa di Luigi Vanvitelli che fu funzionale alla trasformazione del paesaggio casertano. Misura circa 40 km di lunghezza, ha origine alle Sorgenti del Fizzo del Monte Taburno, vetta dell’appennino campano, e prosegue convogliando anche altre fonti, che nella zona abbondano grazie ai terreni calcarei. Il condotto ha una larghezza di 1,20 m e una altezza di 1,30, corre per la maggior parte del suo tracciato sotto la superficie del suolo e garantiva una portata di circa 700 litri al secondo. Il percorso dell’acquedotto è individuabile anche dalla presenza di torrini, manufatti a pianta quadrata e dalla copertura a piramide, che sono posti circa ogni 1.500 metri ed assolvono alla funzione di sfiatatoi e passaggi di controllo. Nel tratto iniziale furono necessarie opere di consolidamento e bonifica a causa di aree paludose ed anche la costruzione di ponti e gallerie talvolta costituì qualche difficoltà per il cantiere vanvitelliano. Il tratto monumentale e maggiormente spettacolare dell’acquedotto concepito da Luigi Vanvitelli è costituito dai Ponti o Archi della Valle, un viadotto che attraversa  la Valle di Maddaloni, feudo d’origine medievale che fu acquistato da Carlo di Borbone per il completamento dell’acquedotto. Il viadotto è lungo mezzo chilometro e formato da tre serie di archi su livelli sovrapposti. La via d’acqua scorre all’ordine più elevato, che è anche coperto da una strada lastricata e percorribile. I lavori vennero iniziati nel 1753 e furono necessari altri 17 anni per vedere l’inaugurazione dell’intera struttura. Le acque trasportate dall’acquedotto alimentavano mulini e borghi rurali fino a giungere nelle vasche, nelle fontane e nella peschiera della Reggia borbonica. Le seterie di San Leucio impiegavano le acque dell’acquedotto così come gli altri insediamenti che si popolarono o rifiorirono grazie ad esso, migliorando le colture agricole e sviluppando le manifatture. Per realizzare questa memorabile opera d’ ingegno,  Luigi Vanvitelli si basò sulle competenze tecniche e sulle precedenti esperienze di ingegneria idraulica.
    La fontana di Diana e Atteone
    L’ultima e trionfale fontana del Parco reale si compone di due gruppi marmorei ispirati al mito di Diana e Atteone, collocati simmetricamente ai lati della cascata centrale. La scena scultorea raffigura Atteone che nel corso di una battuta di caccia nel bosco di Megara si imbatte nella dea Diana, la quale sta facendo il bagno attorniata dalla ninfe. La dea, adirata per essere stata vista da occhi mortali, trasforma il giovane in un cervo che finisce  sbranato dai suoi stessi cani da caccia. Diana è simbolo della vocazione venatoria delle terre casertane, che offrivano ampie aree boscose ricche di selvaggina, e la pratica della caccia era uno dei passatempi nobiliari più apprezzati dalle dinastie reali. Inoltre il culto di Diana era attestato e  diffuso nella tradizione locale, come testimonia la romanica Basilica Benedettina di Sant’Angelo in Formis (Napoli), eretta sopra ad un antichissimo santuario pagano a venerazione di Diana Tifatina. Le statue videro la collaborazione di molti artisti tra cui Tommaso Solari, Paolo Persico, Angelo Brunelli, Pietro Solari.
    Il Teatro di Corte
    È un prezioso gioiello dell’architettura teatrale italiana del Settecento. Venne allestito in una delle sale del Palazzo reale, anche se nel progetto iniziale Vanvitelli lo aveva collocato nel Parco; il sovrano invece lo volle dentro la Reggia e sul modello del Teatro San Carlo di Napoli. A cinque ordini di palchi, con pianta a emiciclo, il teatro era dotato di una scenografia prospettica che poteva affacciarsi – e quindi visivamente si poteva prolungare – nel giardino esterno. Le decorazioni sono un trionfo del Tardo Barocco, con stucchi, affreschi e dorature sontuose.  Venne inaugurato nel 1769, con una sfarzosa cerimonia a cui parteciparono i reali Ferdinando e Maria Carolina e la Corte del Regno.
    Protagonisti
    Luigi Vanvitelli
    Luigi Vanvitelli (Napoli, 1700 – Caserta, 1773)

    Il padre Gaspar van Wittel (Amersfoort, 1653 – Roma, 1736), olandese che declinò il suo nome in Gaspare Vanvitelli, fu un grande vedutista barocco, attivo alla Corte papale, che iniziò il figlio al rapporto e all’integrazione tra pittura e  architettura. Gaspar – che fu un maestro di ‘vedute di città’ a cui sono in parte debitori i grandi vedutisti veneti come Canaletto e Guardi – affinò il figlio nella tecnica prospettica e nella rappresentazione di elementi architettonici, e gli trasmise la sua eccezionale sensibilità per le scenografie dei paesaggi urbani.  A 17 anni Luigi ebbe l’occasione di incontrare Filippo Juvarra che e rimase meravigliato dalla maestria pittorica del giovane e gli consigliò di dedicarsi soltanto a quest’arte. Luigi non smise mai di ammirare l’opera prodigiosa di Juvarra e di considerarlo un riferimento. La sua formazione venne profondamente influenzata anche dal padre e rafforzò in lui quella versatilità che gli permise di essere allo stesso tempo geniale urbanista, architetto, ingegnere idraulico, pittore, scenografo, decoratore. Nella Roma dei Papi, divenne allievo di Niccolò Salvi e giunse a ricoprire il prestigioso incarico di sovrintendente alla Fabbrica di San Pietro. Il lungo periodo romano, come pittore e architetto per quasi vent’anni alla committenza dello Stato Pontificio, si chiuse nel 1751 quando Luigi si spostò a Napoli. Il periodo romano lo vide spesso a disagio e l’allontanamento da Roma fu sentito come la chiusura di un periodo denso sì di successi, ma anche di frustrazioni e rancori. Vanvitelli era un grande lavoratore, dall’attitudine fortemente pragmatica, ma la sua indole sensibile risentiva delle rivalità di corte e, anche quando fu ormai un artista di affermato successo, visse sempre il rapporto con i committenti con la preoccupazione di perderne il favore e deluderne le aspettative. Vanvitelli morì senza vedere terminata la sua opera più grande; nel 1759 Carlo di Borbone ritornò a Madrid e si rallentarono i lavori del cantiere del Palazzo Nuovo, come era chiamata allora la Reggia di Caserta. Portarono a compimento il progetto il figlio Carlo ed i suoi allievi ultimandolo nel secolo seguente.

    Testimonianze d’autore
    Testimonianze

    Gioisci pur Caserta e al Ciel dà lode…/

    Te sol fra mille elesse/

    Pel suo regal soggiorno/

    Delle Sicile il Re…”

    Crescenzio Esperti (XVIII secolo) (da E. Martucci, A.M. Romano, La città reale: Caserta, p. 33)

     

     “La Regina à detto al Re: Quando ci sarà andato Vanvitelli voglio che ci facciamo una scorsa, e sul luogo vediamo tutto. Di più mi ha detto la Regina che vuole io faccia un disegno per la città di Caserta e le strade, perchè chi vi averà da fabbricare vi fabrichi con buona direzzione, nè più alto nè più basso, ma tutto con ordine. Il Re, vedendo la pianta del Giardino, che gli è piaciuto all’estremo, mi ha detto essersi ritrovata l’acqua in una grossezza di circa una piazza e più sempre perenne”.

    Luigi Vanvitelli (1751) (da F. Strazzullo, Lettere di Luigi Vanvitelli della Biblioteca Palatina di Caserta, 3 voll., Galatina, 1976)

     

    Legami tra i siti Unesco italiani
    La Reggia di Caserta... e le metropoli Barocche Sei-Settecentesce italiane: Roma, Torino, Napoli
    Scenografia, arditezza, monumentalità sono tratti che appartengono al complesso della Reggia di Caserta, che fu aulico brano di un fenomeno artistico e architettonico operante nelle altre grandi metropoli italiane ad opera di committenze reali e pontificie. Tra il XVII e il XVIII secolo, si assiste in molte città italiane alla costruzione di nuove piazze e palazzi che sono progettati per creare effetti scenografici grandiosi e rivestire di magnificenza gli spazi urbani, che devono ospitare cortei principeschi, sfilate militari, cerimonie religiose. Le classi dominanti investono ingenti capitali per ottenere la cornice monumentale idonea a far da sfondo e a manifestare il loro potere: scalinate, piazze, fontane, terrazze, loggiati, ampi viali con giardini e giochi d’acqua divengono le nuove ‘quinte’ architettoniche del potere. Il Barocco è lo stile che riesce ad accontentare gli sfarzosi gusti nobiliari grazie alla sua teatralità e al suo trionfalismo che culminano in grandi scenari prospettici. A Roma fioriscono complessi monumentali eccezionali come il Colonnato di Piazza San Pietro di Gian Lorenzo Bernini (1657-1667), la Scalinata a Trinità dei Monti di Francesco De Sanctis (1721-26), la Fontana di Trevi (1733). A Torino Filippo Juvarra fa meraviglie e prodigi per la Casa Reale dei Savoia, ne sono esempio la Palazzina di Caccia di Stupinigi (1730), e la Venaria Reale, palazzi nei quali la parte monumentale è aperta e progettata in armonia ai giardini e alle geometrie dei viali dell’articolato complesso. A Napoli, la dinastia Borbonica fu fautrice della Reggia di Capodimonte e la Reggia di Portici (1738), residenza estiva della corte reale ai piedi del Vesuvio e dotata di viali, fontane, giardini all’inglese, boschi che oggi costituiscono un parco immenso ancora in ottimo stato di conservazione.
    La Real Colonia di San Leucio... e Crespi d’Adda
    È possibile individuare un legame tra il Sito casertano e il Sito di Crespi d’Adda. A San Leucio  è  una delle prime esperienze moderne di organizzazione produttiva in Europa, che esibisce, seppur con le proprie specifiche caratteristiche contestuali e cronologiche, alcune analogie con il modello del villaggio operaio di Crespi d’Adda. Uno degli aspetti che accomuna le due esperienze storiche campana e lombarda consiste nel ruolo paternalistico di una figura carismatica – politica, istituzionale o economica – che concepisce un progetto di sviluppo urbano per un determinato insediamento e lo realizza secondo canoni estetici unitari e secondo principi d’ordine razionale. Un altro tratto che ricorre è la convinzione che la cura degli aspetti quotidiani della vita dei lavoratori ed il loro benessere siano la base per il funzionamento dell’organismo sociale e produttivo. Il raffronto tra i due Siti permette di inseguire la nascita, le mutazioni e le applicazioni di alcuni dei concetti fondativi della Modernità, quali l’idea di progresso ed il ruolo della classe dominante rispetto alla classe lavoratrice.
    Note bibliografiche
    Bibliografia

    Carlo Vanvitelli, a c. di B. Gravagnuolo, Guida, 2008

    Casa di re: la Reggia di Caserta fra storia e tutela, a c. di R. Cioffi, G. Petrenga, Skira, Milano, 2005

    Il giardino inglese della Reggia di Caserta, a c. di F. Canestrini, M.R. Iacono, Electa, Napoli, 2004

    Luigi Vanvitelli, a c. di C. de Seta, Electa, Napoli, 1998

    Manoscritti di Luigi Vanvitelli nell’archivio della Reggia di Caserta 1752-1773, a c. di A. Gianfrotta, Ministero per i beni e le attività culturali, Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma, 2000

    F. Capano, Caserta. La città dei Borbone oltre la reggia (1750-1860), Edizioni scientifiche italiane, 2012

    G. Chierici, La Reggia di Caserta, Ist. Poligrafico dello Stato, Roma, 1999

    S. Costanzo, La scuola del Vanvitelli. Dai primi collaboratori del maestro all’opera dei suoi seguaci, Clean, 2006

    G. Cundari, G.M. Bagordo, L’ acquedotto Carolino, Aracne, 2012

    P. Della Corte, M.G. Quaranta, Caserta. La Reggia e il parco, il belvedere di San Leucio, l’acquedotto carolino, Ist. Poligrafico dello Stato, Roma, 2005

    S. Fiorenza, Nel giardino inglese della Reggia di Caserta. Storia, struttura, simbologia, Pontecorboli, 2016

    A. Gentile, Caserta nei ricordi dei viaggiatori stranieri, Napoli, 1980

    E. Martucci, A.M. Romano, La città reale: Caserta, Guida, 1993

    R. Serraglio, Il «Regio acquidotto» dell’acqua carolina di Caserta, La Scuola di Pitagora, 2012

  • Valore UNESCO

    Il Sito di Caserta racconta un brano importante e significativo della storia della civiltà settecentesca italiana. La dinastia dei Borbone inaugurò un grandioso progetto di pianificazione urbanistica del territorio, poi rimasto in parte incompiuto, che riguardava l’area casertana per farla diventare la nuova capitale del Regno di Napoli. La Reggia ed il suo Parco sono stati progettati da Luigi Vanvitelli, il quale realizzò un perfetto esempio dello stile Tardo Barocco, con trionfi scenografici inquadrati in forme regolari e geometriche che anticipano il gusto neoclassico. Vanvitelli concepì la Reggia come centro maestoso attorno al quale sarebbe dovuta crescere una rete di vie, chiese, insediamenti e impianti produttivi d’eccellenza, alimentati dalle acque dell’Acquedotto Carolino, monumentale opera di ingegneria idraulica che strappò i territori rurali circostanti ad una unilaterale dimensione agraria e aprì la via della modernizzazione. La Real Colonia di San Leucio fu il borgo produttivo di fondazione borbonica che crebbe più splendente e che assieme al palazzo reale esprime i valori dell’assolutismo illuminato.  L’esperienza borbonica a Caserta testimonia il modello politico e ideologico dell’Ancien régime settecentesco.

    Un progetto unitario di magnificenza e modernizzazione
    Nel 1750 Carlo III di Borbone, re di Napoli, affida all’architetto Luigi Vanvitelli il compito di costruire una reggia che competa con lo sfarzo dei più potenti regni europei. Nasce un complesso monumentale irripetibile, in cui il Palazzo Reale ed il suo Parco sono inseriti in un progetto urbanistico che coinvolge l’intera area casertana avviando un lungo processo di trasformazione e modernizzazione in senso architettonico e produttivo, poiché la nuova capitale avrebbe dovuto accogliere la corte ed elevarsi al rango reale ma anche divenire nuovo vitale centro urbano. Punte di diamante di tale progetto monumentale sono la Real Colonia di San Leucio e all’Acquedotto Carolino di Vanvitelli, terminato nel 1769 e indispensabile per garantire l’approvvigionamento idrico all’intera area casertana. Si avvia un processo di trasformazione che dalla metà del Settecento prosegue per decine di anni, cambia per sempre il volto di un territorio e di un centro abitato e innesta nuove tradizioni manifatturiere.
    Il Palazzo Reale e il Parco: il trionfo dell’Ancien régime
    Il sito di Caserta venne scelto per una serie di motivazioni: la relativa vicinanza con Napoli, seppur a sufficienza lontano per lasciarsi alle spalle la confusione della metropoli e il pericolo di attacchi dal mare o delle eruzioni del Vesuvio, la dolcezza del panorama, il clima salubre e i suoli fertili; si trattava insomma un sito “amenissimo” e ideale per accogliere la nuova capitale del regno borbonico. Quando Carlo di Borbone, che fu re di Napoli dal 1734 al 1759, incaricò Luigi Vanvitelli aveva numerose indicazione da fornire al nuovo architetto regio. Il re era appassionato di architettura e fin dall’infanzia aveva avuto occasione di soggiornare o visitare le più sfarzose dimore reali d’Europa: il Palazzo Reale della Granja de San Ildefonso a Madrid e l’Escorial , la Reggia di Versailles , il Palazzo imperiale di Schönbrunn a Vienna, la Reggia di Colorno a Parma che furono i modelli di ispirazione dell’illustre committente. Nel progetto doveva realizzarsi il connubio tra spazi artificiali e spazi naturali, perciò la reggia sarebbe stata circondata da un immenso parco e  sarebbe  stata collegata alle vie e alle città che sarebbero dovute crescerle attorno. Vanvitelli raccolse le indicazioni del Re e progettò un complesso straordinario. La prima pietra della Reggia venne posta il 20 gennaio del 1752. La Reggia ha una pianta rettangolare e al suo interno si aprono quattro cortili o piazze. Le dimensioni sono davvero imponenti: la facciata misura 253 metri, mentre il fronte laterale 202 metri. L’edificio si alza dal suolo di cinque piani ed il basamento è a bugnato; l’immagine complessiva è maestosa, grazie ad una partitura architettonica ordinata, quasi severa grazie al rigore degli elementi e delle forme che ricorrono e si alternano con armonica regolarità e simmetria. Gli interni  esplodono in sontuosi ed esuberanti virtuosismi decorativi; le stanze sono 1.217 e tra di esse primeggiano la Sala del Trono, la Sala delle Quattro Stagioni, il Teatro la Cappella di corte e lo Scalone monumentale. Davanti alla facciata principale si apre una piazza di forma ellittica in asse alla nuova via di collegamento con Napoli; sempre lo stesso asse attraversa il palazzo con un portico centrale e determina lo sviluppo del Parco, che si allarga verso Nord in una prospettiva formata da una serie di lunghe vasche a cascatelle digradanti  fino a terminare nella spettacolare Fontana di Diana e Atteone, sovrastata da una grande cascata; la fontana alimenta la scenografica via d’acqua e costituisce la fuga prospettica di tutto l’impianto del complesso.
    L’utopia di San Leucio, colonia reale produttiva
    Il Sito UNESCO comprende anche la Real Colonia di San Leucio, razionale borgo di vocazione industriale, sottoposto a speciali leggi dalla Corona. Qui il cinquecentesco Palazzo del Belvedere viene ampliato nel 1778 da Ferdinando IV per sistemarvi una fabbrica di seta; attorno vengono disposte le abitazioni per le famiglie operaie, le botteghe, la piazza, la scuola a formare una cittadella d’ordine e produttività che rappresenta il sogno dello Stato borbonico. Nel borgo di San Leucio Ferdinando IV voleva realizzare la sua città ideale, una comunità produttiva e autonoma – Ferdinandopoli – forgiata dal sovrano stesso, protetta dalla Corona e in grado funzionare come fiorente centro manifatturiero. L’esperienza di San Leucio si legò ai principi di riforma sociale di matrice illuminista, che identificavano nell’azione del monarca illuminato la forza storica in grado di generare ordine e benessere sociale. L’elemento interessante che contraddistingue San Leucio è che la Corona emanò uno statuto speciale (1789) che si applicava alla Colonia, promuovendone lo sviluppo con una politica di assistenza sociale basata su principi egualitari, meritocratici ed una certa parità di genere. Nella zona era già diffusa la lavorazione artigianale della seta, ma il sovrano attuò un sistema produttivo meccanizzato e sistematico per elevare il borgo a centro manifatturiero specializzato. Sotto il profilo tecnico, introdusse  macchinari innovativi, formò giovani maestranze qualificate  e richiamò artigiani specializzati da altri parti d’Italia. Aprì un vero e  proprio stabilimento imprenditoriale, con la filanda, il filatoio, e un centro operativo-amministrativo. Restaurò il complesso monumentale del Belvedere, che era stato possedimento degli Acquaviva di Caserta. Oltre ai locali produttivi, il progetto urbanistico a cura di Francesco Collencini, vide anche la realizzazione di abitazioni dotate di acqua corrente e servizi igienici. Venne aperta la prima scuola dell’obbligo maschile e femminile.
    Per saperne di più
    Il Parco della Reggia
    Il Parco ha una superficie di 120 ettari. È un connubio tra il giardino rinascimentale italiano ed i giardini di Versailles. Si struttura in due parti. Nella prima si trovano: il Bosco Vecchio, antico giardino rinascimentale incluso nel progetto vanvitelliano; la Grande Peschiera, dove Ferdinando IV si allenava in battaglie navali; la Castelluccia, edificio che riproduce un castello, ameno riposo dopo le battute di caccia. La seconda parte del Parco presenta una grandiosa prospettiva formata da una via d’acqua articolata in sette vasche digradanti, in ciascuna si riconosce un episodio mitologico (Fontana dei Tre Delfini, Fontana di Eolo, Fontana di Cerere, Fontana di Venere e Adone). L’ultima e più alta è la Fontana di Diana e Atteone, che si trova sotto una cascata che scende con un salto di settanta metri dal Monte Briano.  Nel Parco venne realizzato anche un Giardino all’inglese, situato accanto alla fontana di Diana. Fu realizzato da Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi. Venne chiamato il botanico inglese John Andrew Graefer che collaborò a disporre boschetti, colline, canali e specchi d’acqua dove furono piantate specie rare; il giardino possedeva anche aranciere, serre e piccoli padiglioni dove sostare immersi in una natura spettacolare.
    L’Acquedotto Vanvitelliano
    Il “Regio Acquedotto dell’Acqua Carolina” è una opera grandiosa di Luigi Vanvitelli che fu funzionale alla trasformazione del paesaggio casertano. Misura circa 40 km di lunghezza, ha origine alle Sorgenti del Fizzo del Monte Taburno, vetta dell’appennino campano, e prosegue convogliando anche altre fonti che abbondano nella zona grazie ai terreni calcarei. Il condotto ha una larghezza di 1,20 m e una altezza di 1,30, corre per la maggior parte del suo tracciato sotto la superficie del suolo e garantiva una portata di circa 700 litri al secondo. Il percorso dell’acquedotto è individuabile anche dalla presenza di torrini, manufatti a pianta quadrata e dalla copertura a piramide, che sono posti circa ogni 1.500 metri servono da sfiatatoi e passaggi di controllo. Nel tratto iniziale furono necessarie opere di consolidamento e bonifica a causa di aree paludose ed anche la costruzione di ponti e gallerie talvolta costituì qualche difficoltà per il cantiere vanvitelliano. Il tratto monumentale e maggiormente spettacolare dell’acquedotto concepito da Luigi Vanvitelli è costituito dai Ponti o Archi della Valle, un viadotto che attraversa Valle di Maddaloni, feudo d’origine medioevale che fu acquistato da Carlo di Borbone per il completamento dell’acquedotto. Il viadotto è lungo mezzo chilometro e formato da tre serie di archi su livelli sovrapposti. La via d’acqua scorre all’ordine più elevato, che è anche coperto da una strada lastricata e percorribile. I lavori vennero iniziati nel 1753 e furono necessari altri 17 anni per vedere l’inaugurazione dell’intera struttura. Le acque trasportate dall’acquedotto alimentavano mulini e borghi rurali fino a giungere nelle vasche, nelle fontane e nella peschiera della Reggia borbonica.
    La fontana di Diana e Atteone (1785-1789)
    L’ultima e trionfale fontana del Parco reale si compone di due gruppi marmorei ispirati al mito di Diana e Atteone, collocati simmetricamente ai lati della cascata centrale. La scena scultorea raffigura Atteone che nel corso di una battuta di caccia nel bosco di Megara si imbatte nella dea Diana che  sta facendo il bagno attorniata dalla ninfe. La dea, adirata per essere stata vista da occhi mortali, trasforma il giovane in un cervo che finisce  sbranato dai suoi stessi cani. Diana è simbolo della vocazione venatoria delle terre casertane, che offrivano ampie aree boscose ricche di selvaggina, e la pratica della caccia era uno dei passatempi nobiliari più apprezzati dalle dinastie reali.
    Il Teatro di Corte
    È un prezioso gioiello dell’architettura teatrale italiana del Settecento. Venne allestito in una delle sale del Palazzo reale, anche se nel progetto iniziale Vanvitelli lo aveva collocato nel Parco; il sovrano invece volle entro la reggia e sul modello del Teatro San Carlo di Napoli. A cinque ordini di palchi, con pianta a emiciclo, il teatro era dotato di una scenografia prospettica che poteva affacciarsi – e quindi visivamente si poteva prolungare – nel giardino esterno. Le decorazioni sono un trionfo del Tardo Barocco, con stucchi, affreschi e dorature sontuose. Venne inaugurato nel 1769 con una sfarzosa cerimonia.
    Protagonisti
    Luigi Vanvitelli
    Luigi Vanvitelli (Napoli, 1700 – Caserta, 1773)

    Il padre Gaspar van Wittel (Amersfoort, 1653 – Roma, 1736), olandese che declinò il suo nome in Gaspare Vanvitelli, fu un grande vedutista barocco, attivo alla corte papale, che iniziò il figlio al rapporto e all’integrazione tra pittura e e architettura. A 17 anni Luigi ebbe l’occasione di incontrare Filippo Juvarra, di cui  non smise mai di ammirare l’opera prodigiosa e che fu suo riferimento artistico. La formazione di Vanvitelli venne profondamente influenzata anche dal padre, che rafforzò in lui quella versatilità che gli permise di essere allo stesso tempo geniale urbanista, architetto, ingegnere idraulico, pittore, scenografo, decoratore. Nella Roma dei Papi, giunse a ricoprire il prestigioso incarico di sovrintendente alla Fabbrica di San Pietro. Il lungo periodo romano, come pittore e architetto per quasi vent’anni alla committenza dello Stato Pontificio, si chiuse nel 1751, quando Luigi si spostò a Napoli. Vanvitelli era un grande lavoratore, dall’attitudine fortemente pragmatica, ma la sua indole sensibile risentiva delle rivalità di corte e, anche quando fu ormai un artista di affermato successo, visse sempre il rapporto con i committenti con la preoccupazione di perderne il favore e deluderne le aspettative. Vanvitelli morì senza vedere terminata la sua opera più grande; nel 1759 Carlo di Borbone ritornò a Madrid e si rallentarono i lavori del cantiere del Palazzo Nuovo, come era chiamata allora la Reggia di Caserta. Portarono a compimento il progetto il figlio Carlo e i suoi allievi ultimandolo nel secolo seguente.

    Legami tra i siti Unesco italiani
    La Reggia di Caserta... e le metropoli Barocche Sei-Settecentesce italiane: Roma, Torino, Napoli
    Scenografia, arditezza, monumentalità sono tratti che appartengono al complesso della Reggia di Caserta, che fu aulico brano di un fenomeno artistico e architettonico operante nelle altre grandi metropoli italiane ad opera di committenze reali e pontificie. Tra il XVII e il XVIII secolo, si assiste in molte città italiane alla costruzione di nuove piazze e palazzi che sono progettati per creare effetti scenografici grandiosi e rivestire di magnificenza gli spazi urbani, che devono ospitare cortei principeschi, sfilate militari, cerimonie religiose. Le classi dominanti investono ingenti capitali per ottenere la cornice monumentale idonea a far da sfondo e a manifestare il loro potere: scalinate, piazze, fontane, terrazze, loggiati, ampi viali con giardini e giochi d’acqua divengono le nuove ‘quinte’ architettoniche del potere. Il Barocco è lo stile che riesce ad accontentare gli sfarzosi gusti nobiliari grazie alla sua teatralità e al suo trionfalismo che culminano in grandi scenari prospettici. A Roma fioriscono complessi monumentali eccezionali come il Colonnato di Piazza San Pietro di Gian Lorenzo Bernini (1657-1667), la Scalinata a Trinità dei Monti di Francesco De Sanctis (1721-26), la Fontana di Trevi (1733). A Torino Filippo Juvarra fa meraviglie e prodigi per la Casa Reale dei Savoia, ne sono esempio la Palazzina di Caccia di Stupinigi (1730), e la Venaria Reale, palazzi nei quali la parte monumentale è aperta e progettata in armonia ai giardini e alle geometrie dei viali dell’articolato complesso. A Napoli, la dinastia Borbonica fu fautrice della Reggia di Capodimonte e la Reggia di Portici (1738), residenza estiva della corte reale ai piedi del Vesuvio e dotata di viali, fontane, giardini all’inglese, boschi che oggi costituiscono un parco immenso ancora in ottimo stato di conservazione.
    La Real Colonia di San Leucio... e Crespi d’Adda
    È possibile individuare un legame tra il Sito casertano e il Sito di Crespi d’Adda. A San Leucio  è  una delle prime esperienze moderne di organizzazione produttiva in Europa, che esibisce, seppur con le proprie specifiche caratteristiche contestuali e cronologiche, alcune analogie con il modello del villaggio operaio di Crespi d’Adda. Uno degli aspetti che accomuna le due esperienze storiche campana e lombarda consiste nel ruolo paternalistico di una figura carismatica – politica, istituzionale o economica – che concepisce un progetto di sviluppo urbano per un determinato insediamento e lo realizza secondo canoni estetici unitari e secondo principi d’ordine razionale. Un altro tratto che ricorre è la convinzione che la cura degli aspetti quotidiani della vita dei lavoratori ed il loro benessere siano la base per il funzionamento dell’organismo sociale e produttivo. Il raffronto tra i due Siti permette di inseguire la nascita, le mutazioni e le applicazioni di alcuni dei concetti fondativi della Modernità, quali l’idea di progresso ed il ruolo della classe dominante rispetto alla classe lavoratrice.
    Glossario
    Glossario

    amenissimo, s.m., superlativo di ameno, bello, delizioso, gradevole.

    approvvigionamento, s.m., rifornimento.

    assolutismo, s.m., il termine si lega all’espressione latina legibus solutus, ‘assolto dalle leggi’, nel senso di ‘libero’ e ‘indipendente dalle leggi’. L’assolutismo è la forma politica statale affermatasi in Europa dal XVI secolo e che vede il suo culmine nel XVIII secolo. Nell’assolutismo, la sovranità è concentrata nella persona del re, il quale ha poteri assoluti e si trova al di sopra delle leggi, poiché è egli stesso la fonte della legge e dell’ordine sociale e politico.

    ideologico, s.m., relativo all’ideologia, che è l’insieme dei valori, delle convinzioni e dei principi che appartiene ad un soggetto sociale collettivo, es. ideologia borghese.

    maestranza, s.f., spesso utilizzata al plurale; indica l’insieme dei lavoratori di una impresa, un cantiere, un progetto. Operai specializzati impegnati in uno stesso luogo produttivo.

    manifatturiero, s.m., relativo alla manifattura: insieme delle attività manuali o meccanizzate per la produzione di manufatti. Industria, stabilimento, opificio, fabbrica.

    meritocratico, s.m., che si basa sul merito individuale e sulle doti personali per l’attribuzione di incarichi e onori.

    modernizzazione, s.f., nell’analisi sociologica,è un processo storico, politico, culturale ed economico che investe le società occidentali a partire dal XVIII secolo. I principi su cui si basano la gran parte delle teorie della modernità sono la razionalità, l’ordinamento statale burocratico, la forma politica democratica.

    parità di genere, espressione che  indica l’uguaglianza e la stessa dignità tra genere maschile e genere femminile.

    pragmatico, s.m., concreto, legato e aderente all’esperienza.

    vedutista, s.m., artista specializzato nella realizzazione di vedute, cioè in raffigurazioni di scenari panoramici.

    venatorio, s.m., della caccia, del cacciare.

Il sito per immagini icona-gallery

Iscrizione UNESCO

1997, Napoli, Italia, 21a Sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale


Sito Culturale


Età Moderna e Contemporanea


Italia Meridionale
Regione Campania


Criteri di Iscrizione

(i) Il complesso monumentale di Caserta rappresenta il capolavoro del genio creativo dell’architetto Luigi Vanvitelli, al quale il re Carlo di Borbone affidò nel 1750 la realizzazione di quella che doveva divenire la nuova capitale del regno di Napoli, al cui centro pose la grande reggia, simbolo della potenza e della ricchezza della monarchia Borbonica.
(ii) Da un punto di vista architettonico la reggia, mirabile esempio di sintesi tra le tradizioni scenografiche barocche ed i nuovi influssi neoclassici, è un’opera eccezionale che ha fortemente influenzato lo sviluppo urbanistico, architettonico e paesaggistico dei borghi e delle aree limitrofe.
(iii) Anche se il progetto della nuova capitale non fu mai realizzato, l’impianto urbanistico del complesso con il suo eccezionale sviluppo rettilineo, al centro di un’area caratterizzata dalla presenza di numerosi siti reali , poi trasformati in poli produttivi, costituisce una testimonianza di enorme interesse per la storia della civiltà settecentesca italiana.
(iv) L’esperienza della colonia di S. Leucio rappresenta una tappa fondamentale della cultura illuministica settecentesca e dello sviluppo industriale e tecnologico nel territorio campano, sul quale ancora oggi operano opifici e industrie che si richiamano all’antica attività manifatturiera.

Integrità
Il sito ha buone condizioni di integrità sociale-funzionale poiché il Palazzo Reale e il complesso del Belvedere sono riconosciuti dalla comunità locale come simboli di un periodo storico di sviluppo della regione; l’Acquedotto Carolino conserva la sua utilità originale servendo non solo le proprietà reali ma anche le zone circostanti. Gli edifici hanno integrità materiale e strutturale in quanto le successive modifiche agli spazi interni non hanno modificato le caratteristiche della loro architettura. Gli edifici e i giardini sono stati oggetto di restauro scientifico e la zona circostante mantiene le principali caratteristiche della originaria progettazione paesaggistica. I rischi per il Palazzo Reale e il parco sono la pressione dello sviluppo urbano nel paesaggio circostante e l’usura causata dal flusso di visitatori. I rischi per il complesso di San Leucio sono la pressione dello sviluppo urbano nel paesaggio circostante e la carenza di fondi per la manutenzione, a causa della mancanza di nuovi utilizzi per la maggior parte dell’edificio. I rischi per l’Acquedotto Carolino sono la trasformazione del paesaggio circostante a causa di urbanizzazione e la carenza di fondi per la manutenzione.
Autenticità
Anche se l’intera struttura è stata sottoposta a conservazione, il livello di autenticità degli edifici e degli spazi aperti rimane elevato. L’aspetto originale è ancora ben conservato e le ingerenze inappropriate sono limitate a un minimo accettabile. Il restauro e la manutenzione degli edifici e dei giardini rispettano i progetti originali di Luigi Vanvitelli, del figlio Carlo, e di Francesco Collecini, e conservano il materiale originale e la consistenza strutturale. La gente del posto mantiene viva la tradizione di visitare regolarmente il palazzo e il parco e incoraggia la continuazione della produzione artigianale della seta di San Leucio.
Estensione del bene

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