Illustrazione Elena Prette
La serie di 111 dei 937 siti archeologici palafitticoli conosciuti, in sei paesi delle regioni alpine e sub-alpine d’Europa, è composto dai resti di insediamenti preistorici databili tra il 5000 e il 500 a.C. che si trovano sotto l’acqua, sulle rive del lago, lungo i fiumi o in aree umide. Le eccezionali condizioni di conservazione dei materiali organici forniti dai siti saturi d’acqua, insieme a costose indagini e ricerche archeologiche sott’acqua in molti campi delle scienze naturali, come ad esempio l’archeobotanica e l’archeozoologia, negli ultimi decenni, si sono combinate per presentare un’eccezionale e dettagliata percezione del mondo delle prime società agricole in Europa. Le informazioni precise sulla loro agricoltura, sulla zootecnia, sullo sviluppo della metallurgia, per un periodo di oltre quattro millenni, coincidono con una delle fasi più importanti della recente storia umana: l’alba delle società moderne.
- Valore UNESCO
I siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino sono dislocati tra Svizzera, Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia, e punteggiano un territorio vasto ma uniformemente contraddistinto da zone umide, le quali hanno permesso l’eccezionale conservazione dei resti delle comunità preistoriche. Questo gruppo di aree archeologiche, riconosciuto di valore universale nel 2011, comprende 111 villaggi risalenti tra 5000 e il 500 a.C.; tra questi, 19 sono in Italia, in particolare attorno al Lago di Garda e a quello di Varese, e dislocati in cinque regioni, Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. La loro testimonianza permette di far luce sul profilo delle” Comunità preistoriche europee” con un ricco patrimonio di reperti e resti di insediamenti su palafitte.
Abitare tra le Alpi in epoca preistorica
Gli insediamenti palafitticoli sono siti spondali situati in prossimità di laghi, fiumi o torbiere. La loro ubicazione in ambienti anaerobici (privi di ossigeno) ha permesso un’ eccellente conservazione di materiali organici che hanno restituito numerose informazioni relative al mondo delle prime comunità agricole europee. Pratiche agricole, allevamento e innovazioni tecnologiche sono state ricostruite con un elevato grado di precisione, fornendo uno spaccato della vita quotidiana tra il 5000 e il 500 a.C. Questo arco temporale, superiore ai 4000 anni, coincide con una delle fasi più importanti della storia dell’umanità.Le palafitte dell’Arco Alpino attraverso la storia
La più antica descrizione di una struttura simile alla palafitta è dello storico greco Erodoto; quest’ultimo, in uno dei suoi resoconti di viaggio, descrive un gruppo di abitazioni lacustri su pali in un lago della Tracia. In Europa, i primi resti di palafitte cominciano ad emergere sulle rive del lago di Zurigo nei primi decenni dell’Ottocento. Ricerche più sistematiche prendono piede soltanto qualche anno più tardi, sia in Svizzera sia in Italia. In Lombardia, rilevante è l’immagine dell’abate Antonio Stoppani che nell’area varesina è tra i primi ad individuare questi insediamenti. In Piemonte si distinse Bartolomeo Gastaldi professore di Geologia che presso il Lago Maggiore scoprì la palafitta di Mercurago. Le palafitte, organizzate in villaggi, sono delle capanne sostenute da pali. Queste strutture, dotate di una piattaforma lignea orizzontale, potevano erigersi direttamente su un lago, una palude, un corso d’acqua oppure essere collocate sulla sponda di uno di essi. A seconda del tipo di terreno, del clima e di specifiche esigenze degli abitanti sono state realizzate palafitte su bonifica (costruite sul terreno) e palafitte aeree (sospese sopra il pelo dell’acqua). Diversamente dalle capanne su bonifica, contraddistinte da una base di pali orizzontali sovrapposti, quelle aeree sono caratterizzate da pali di sostegno verticale, la cui estremità inferiore è appuntita per essere conficcata più facilmente nel terreno. Le strutture aeree potevano essere congiunte tra loro o alla terraferma attraverso passerelle; in alternativa, il tavolato orizzontale poteva essere unico, esteso all’intero gruppo di abitazioni. Come materiali da costruzione oltre a pali di legno e tronchi d’albero venivano impiegati paglia e canne. Vivere in villaggi come questi aveva diversi vantaggi: permetteva di adattarsi alle variazioni dei livelli dei corsi d’acqua o dei laghi, consentiva di rimanere vicino alle fonti di acqua e di cibo e di difendersi da nemici e animali selvatici.Vita quotidiana in un villaggio preistorico
Lo scavo dei siti palafitticoli, oltre alla puntuale analisi degli abitati, ha consentito anche il recupero di numerosi reperti, spesso in ottimo stato di conservazione. Gli oggetti pertinenti alla cultura materiale, come i frammenti di vasellame e altri utensili, hanno permesso di scattare delle ‘istantanee’ sulla vita quotidiana degli uomini vissuti in Europa tra il Neolitico e l’Età del Bronzo. Pettini in osso, ambre, aghi e arnesi per la tessitura, zappe, aratri, resti di cibo, statuette votive, contenitori in fibre vegetali, crogioli, asce, punte e lame hanno consentito la datazione e la documentazione delle attività degli abitanti delle palafitte. Attraverso questi dati è stato possibile ipotizzare che l’uomo preistorico europeo praticasse la caccia, l’agricoltura e la tessitura. Alcuni manufatti con caratteristiche distintive, come diademi o pugnali, hanno permesso di individuare le influenze tra le diverse regioni continentali, nonché di ricostruire i tracciati degli scambi e delle contaminazioni culturali tra diverse aree.Aree umide
Nella fascia climatica temperata delle nostre regioni, le zone umide sono gli ambienti più ricchi di specie viventi. Il motivo risiede nell’elevata produttività di biomassa vegetale, spesso associata a una grande varietà di specie vegetali e animali, in spazi limitati. Tali zone sono però molto vulnerabili a causa delle alterazioni provocate dall’uomo, in particolare nell’ultimo secolo e mezzo. Oggi le zone umide sono percepite come un eccezionale patrimonio ambientale da proteggere, valorizzare, far conoscere. L’interesse è accresciuto dalla presenza di insediamenti preistorici che rendono questi luoghi degli archivi storico-archeologici e paleoambientali di grande importanza. Le aree umide sono spesso minacciate dall’erosione, dagli interventi di bonifica e dragaggi, dalle opere urbanistiche e dalle discariche che ne stanno determinando la drastica diminuzione e allo stesso tempo la potenziale distruzione dei siti preistorici ancora conservati in esse.Conservazione resti organici
Le particolari condizioni di conservazione dei materiali organici nei depositi torbosi o imbibiti d’acqua consentono di trovare resti in buone condizioni, ottenendo informazioni sulla vita quotidiana degli abitati preistorici molto più complete di quanto succeda nei siti archeologici all’asciutto, più numerosi e meglio distribuiti nel territorio.Vita quotidiana nei villaggi palafitticoli
I villaggi palafitticoli sono delle fonti inesauribili sulla cultura materiale della preistoria. In questo tipo particolare di siti archeologici, la conservazione del legname da costruzione ci aiuta a comprendere la storia, l’evoluzione e l’organizzazione degli antichi villaggi. Inoltre, la preservazione di attrezzi e contenitori in legno, di cesti di vimini, di tessuti o cordame, di resti di cibo ci offre un formidabile spaccato della vita quotidiana delle popolazioni di questi villaggi. L’eccezionalità di questi rinvenimenti richiede tecniche particolari di scavo e gruppi di ricerca multidisciplinare formati da esperti di molti settori scientifici.Agricoltura
Le particolari condizioni di umidità hanno permesso la conservazione anche di altri resti, meno appariscenti, ma non per questo meno importanti: i semi di cereali, la frutta e le piante infestanti. I resti vegetali conservati nelle palafitte frammisti alla spazzatura delle capanne ci forniscono pertanto un quadro dettagliato e unico dell’ambiente nella preistoria e delle attività umane connesse al suo sfruttamento.Per saperne di più
Il sito di Fiavé-Lago Carera (TN)
Il sito palafitticolo di Fiavé è stato sistematicamente scavato tra il 1969 e il 1975 sotto la direzione di Renato Perini. Successivamente, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, è stato sottoposto a una indagine archeologica e paleo-ambientale coordinata da Franco Marzatico. A Fiavé sono stati identificati diversi tipi di insediamenti stabili pre-protostorici: il più antico è contraddistinto da abitazioni su terraferma e su bonifica, quelli successivi presentano anche strutture sospese sopra il pelo dell’acqua. Il sito del Lago Carera vanta un ricco museo, scrigno dei reperti portati alla luce attraverso gli scavi. Oltre ai materiali ceramici vi si trovano testimonianze dell’attività metallurgica (come crogioli e matrici in pietra) e alcune perle in ambra di origine baltica. I reperti sono esposti al Museo delle Palafitte di Fiavé (TN).Il sito di Molina di Ledro (TN)
Questo insediamento, situato all’imbocco del torrente Ponale, è stato casualmente scoperto nel 1929. Mentre i primi scavi non sono stati estensivi, quelli condotti tra il 1936 e il 1937 hanno messo in luce più di 10.000 pali e una superficie di tavolato ligneo (probabilmente una piattaforma rialzata). La maggior parte dei materiali archeologici sono stati recuperati tra il 1957 e il 1967 e hanno consentito di datare il sito tra l’antica e la media Età del Bronzo. Oggi a Ledro, oltre al Museo delle Palafitte del lago di Ledro, è possibile visitare una ricostruzione in scala reale di un villaggio palafitticolo. La struttura, oltre a stimolare la capacità critica dei visitatori, permette una coinvolgente esperienza d’immedesimazione storica dei visitatori riportandoli agli albori della civiltà europea.Il sito del Lavagnone-Desenzano del Garda (BS)
I primi ritrovamenti al Lavagnone risalgono al 1880. Vere e proprie ricerche cominciano ad essere condotte soltanto a partire dal dopoguerra (1958-1962); degne di nota e di ampio respiro sono soprattutto quelle guidate da Renato Perini (1974-1979). Gli scavi, più frequenti dopo il 1987, hanno permesso di ipotizzare che il villaggio non occupò con costanza le stesse aree: mentre nel Bronzo Antico la palafitta si trovava nella parte più centrale del bacino, in un momento successivo l’abitato si spostò sulla sponda. La maggior parte dei materiali recuperati dagli scavi sono esposti nel Museo Civico Archeologico “G. Rambotti” di Desenzano del Garda; degno di nota è soprattutto il famoso aratro del Lavagnone, risalente circa al 2000 a.C.Il sito di Mercurago-Arona (NO)
Questo sito, indagato nel XIX e nel XX secolo, rappresenta la prima palafitta italiana studiata scientificamente (1860). Tra i reperti, di grande importanza sono quelli metallici, di vetro e soprattutto di legno; di notevole interesse sono 4 ruote lignee (di due di esse si conservano i calchi originali di Gastaldi al Museo di Antichità di Torino), testimonianza dell’abilità tecnologica raggiunta nella costruzione di carri. I materiali sono esposti al Museo Archeologico di Arona, al Museo di Antichità di Torino e al Museo Fiorentino.Il sito di Piadena-Lagazzi del Vho (CR)
Le prime ricerche a Piadena risalgono al 1800 e hanno messo in luce numerosi resti di pali conficcati nel terreno. Nuove ricerche sono state effettuate tra il 1982 e il 1986. Queste ultime hanno permesso di verificare che il villaggio si sviluppava al centro del pertinente bacino idrico, oltre a identificare aree destinate alle abitazioni e aree aperte. Grazie ai numerosi reperti, conservati sia a Piadena sia a Roma, la vita dell’abitato è stata collocata tra la fine del Bronzo Antico e l’inizio del Bronzo Medio. I reperti dalla palafitta del Lucone di Polpenazze sono esposti al Museo Archeologico Platina (Piadena, CR).Il sito di Lucone-Polpenazze (BS)
Il villaggio del Lucone, già noto nel 1800, sembra aver avuto una vita piuttosto lunga: dal Bronzo Antico iniziale al Bronzo Medio avanzato. Questo sito, indagato tramite scavi tuttora in corso e raccolte di superficie, ha restituito reperti archeologici ma anche numerosi resti faunistici e botanici, fornendo molte informazioni sull’economia e sull’alimentazione degli abitanti. I reperti dalla palafitta del Lucone di Polpenazze sono esposti al Museo Archeologico della Valle Sabbia (Gavardo, BS).Il sito di Palù di Livenza (PN)
L’area umida del Palù, posta in corrispondenza delle sorgenti del fiume Livenza, si estende in un bacino naturale di grande pregio naturalistico chiuso tra i rilievi calcarei del Monte Consiglio e le basse colline che lo separano dalla pianura alluvionale circostante. L’importanza archeologica, già nota nella prima metà dell’Ottocento, fu riconosciuta solo a partire dal 1965, quando al centro del bacino fu scavato un canale di bonifica che permise di raccogliere numerosi reperti preistorici. Indagini sistematiche furono avviate dal 1981 e proseguite fino alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo, consentendo di rilevare quasi un migliaio di elementi strutturali in legno delle capanne. Gli scavi misero in luce i resti di un villaggio palafitticolo della fine del Neolitico, databile tra il 4500 e il 3600 a.C. Nuove ricerche archeologiche avviate a partire dal 2013 hanno confermato l’importanza del sito per la comprensione del rapporto tra l’uomo e l’ambiente nel corso del neolitico. I reperti sono esposti al Museo Archeologico del Friuli Occidentale a Pordenone.Il sito del Frassino, Peschiera del Garda (VR)
I primi ritrovamenti al laghetto del Frassino risalgono all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso. Gli scavi subacquei hanno portato alla luce materiali datati tra la fine dell’antico e l’inizio del medio Bronzo: set ceramici sovente decorati a incisione, conchiglie, metalli, utensili in osso, pietra e legno. La preservazione in acqua di strutture lignee verticali e orizzontali, unitamente a una notevole concentrazione di reperti, rafforzano la singolarità del rinvenimento, di fondamentale importanza per la conoscenza delle tecniche costruttive del periodo.Il sito dell’Isolino Virginia, Biandronno (VA)
Posto a pochi metri dalla riva di Biandronno, sul lago di Varese, è il più antico sito palafitticolo preistorico dell’Arco Alpino. Scoperto nel 1863, cominciò a essere oggetto di scavi a partire dal 1878. Le ricerche degli anni ’50 e ’70-80 del secolo scorso si concentrarono in particolare al centro dell’isola. Palificate, elementi costruttivi e livelli culturali risalgono agli ultimi secoli del VI millennio a.C.: l’uomo preistorico frequentò il sito per oltre 4000 anni dal Neolitico Antico alla fine dell’Età del Bronzo (circa 5300-900 a.C.). Dal 2006 nuovi scavi sull’emerso, oltre alla ricerca archeologica subacquea, mai praticata prima del 2012, il tutto abbinato a indagini geologiche del lago di Varese e del sito, hanno permesso di verificare l’origine artificiale dell’Isolino Virginia: un tell in ambiente umido. La maggior parte dei materiali venuti alla luce durante gli scavi sono conservati nel Museo Archeologico di Villa Mirabello di Varese.Palafitte e archeologia sperimentale
L’archeologia sperimentale mette in pratica, con il tentativo di verificarle, le antiche tecniche costruttive e di fabbricazione. Rispetto alla ricerca archeologica classica questa disciplina può essere considerata complementare, finalizzata a riscontrare la coerenza delle ipotesi formulate. Nel campo dell’archeologia pre e protostorica l’attività della sperimentazione dal vero è molto sviluppata; non c’è da meravigliarsi, quindi, se diversi siti palafitticoli sono contraddistinti dalla presenza di riproduzioni (in scala reale) di porzioni di villaggio. A Ledro, per esempio, fanno bella mostra di sé ben tre capanne e una piattaforma lignea di sostegno. Queste aree, particolarmente efficaci nel campo della didattica, sono la cornice ideale per lo svolgimento di laboratori tematici: tessitura, modellazione dell’argilla e incisione della pietra sono solo alcune delle attività che completano il quadro sulla vita degli uomini primitivi.Protagonisti
Il legno
Il legno è il principale materiale impiegato nella costruzione dei villaggi palafitticoli. Tessuto vegetale presente nel fusto degli alberi, fa parte dei materiali organici. Questi, in archeologia, sono quelli più difficilmente rintracciabili: la loro natura vegetale o animale ne rende difficile la conservazione. Insieme a legno, cuoio, fibre vegetali e semi, si mantengono più o meno inalterati soltanto in circostanze particolari, dove la presenza di ossigeno (e quindi di vita) è molto limitata o assente. Luoghi favorevoli a questo tipo di conservazione sono gli specchi d’acqua e le zone umide: proprio per questo motivo i Siti palafitticoli hanno restituito ingenti quantità di reperti e porzioni di strutture abitative.Ferdinand Keller
Ferdinand Keller (1800-1881)Nell’inverno del 1854 i lavori per la costruzione di un porto avviati a Meilen, sul lago di Zurigo, a seguito dell’abbassamento del livello dell’acqua, portarono alla luce reperti e pali di legno infissi nel terreno. L’archeologo Ferdinand Keller interpretò le distese di pali come resti di villaggi preistorici, dando così inizio alla ricerca archeologica nelle aree umide e a una delle più affascinanti avventure dell’archeologia europea.
Andrew Ellicott Douglass
Andrew Ellicott Douglass (Contea di Windsor, 1867 – Tucson, 1962)Il professore della University of Arizona è stato il principale teorizzatore della dendrocronologia, un metodo di datazione degli alberi (e quindi del legno) basato sul modello di crescita degli anelli del tronco. Questo sistema, messo a punto a partire del 1906, è stato fondamentale per l’inquadramento cronologico dei siti palafitticoli. La dendrocronologia si basa su tre principi: gli alberi, nelle zone in cui vi è una netta distinzione tra le stagioni, producono ogni anno un nuovo anello di accrescimento individuabile nella sezione trasversale del tronco; alberi che vivono nella stessa area geografica e che appartengono alla stessa specie legnosa sono contraddistinti da anelli di accrescimento simili; sequenze anulari simili possono essere messe a confronto tra loro. La comparazione di sequenze simili, alcune delle quali datate in maniera assoluta, consente di individuare l’anno di abbattimento di una pianta e conseguentemente del manufatto che ne deriva.
Bartolomeo Gastaldi
Bartolomeo Gastaldi (Torino, 1818 – Torino, 1879)Professore di geologia e mineralogia, Bartolomeo Gastaldi fu un uomo dallo spirito eclettico e dai molteplici interessi. Sin da ragazzo, contro il volere del padre, si dedicò alla Paleontologia e alle escursioni naturalistiche, mettendo da parte lo studio della Giurisprudenza. Gastaldi scoprì una delle prime palafitte individuate in Europa: la palafitta di Mercurago, in provincia di Novara. Portata alla luce quasi per caso, le prime attestazioni della sua esistenza sono da collocare a metà Ottocento. Grazie a Gastaldi prima (1860-1862) e alla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte poi, questo sito è stato progressivamente studiato a partire dal 1955. A Gastaldi si deve un approccio scientifico pionieristico.
Antonio Stoppani
Antonio Stoppani (1824-1891)Fu direttore del Museo Civico di Milano e Presidente della Società Italiana di Scienze naturali. Partecipò attivamente alle Cinque Giornate. Straordinario di Geologia presso l’Università di Pavia dopo il 1861, passo nel 1867 a insegnare Geologia al Politecnico di Milano, appena istituito. Si dedicò all’esplorazione dei laghi varesini con E. Desor e G. De Mortillet: nel 1863 scoprì palificate lungo la riva sud-est dell’Isolino Virginia (allora chiamato Isola Camilla) e la palafitta di Bodio Centrale.
Renato Perini
Renato Perini (1924-2007)Ha diretto, tra il 1969 e il 1987, le ricerche archeologiche condotte a Fiavé, coordinando un gruppo di ricerca interdisciplinare internazionale e pubblicando i 4 volumi dedicati alle principali campagne di scavo (dal 1969 al 1976). Maestro elementare, passato in seguito all’Ufficio Beni Archeologici di Trento, Perini fu archeologo sul campo, ricevendo la laurea honoris causa dall’Università di Innsbruck nel 1990. dopo circa un secolo di dibattito scientifico sulla natura degli insediamenti palafitticoli alpini, gli scavi di Fiavé hanno permesso di riconoscere in modo chiaro la presenza di più tipi di villaggi: da quelli con capanne su bonifica spondale a quelli sopraelevati sull’acqua e anche situazioni miste: parte a terra e parte sull’acqua.
Testimonianze d’autore
Testimonianze
► “[…] Col procedere del tempo, le acque del formato “Ponale” hanno scavato sempre più profondo nella morena fino a raggiungere il livello attuale, e forse si sarebbe abbassato maggiormente, se gli abitanti la valle in quell’epoca, non avessero intrapreso dei lavori di imbrigliamento, proprio là dove ha origine il fiume dove le acque del lago imprendono la discesa; impiantando una fittissima palizzata con migliaia di tronchi di pino, ponendone poi di trasversale in tutti i sensi fino a raggiungere la superficie delle acque, anzi circa un metro più alto. Negli interstizi di questa palizzata costruita migliaia di anni dopo la scomparsa dei ghiacciai, e dopo l’assestamento del terreno, gli abitanti di quell’epoca, riempirono di materiali vari, rifiuti, e utensili rotti o buoni di cucina o d’altro, che ingombravano le case e le adiacenze, così si formò col tempo una solida arginatura che teneva imbrigliata le acque nei periodi di piena. Del resto è facile convenirne, quando si pensi che questi materiali non potevano e dovevano essere gettati nell’alveo del fiume per non ingombrarlo ed evitare danni lungo tutto il percorso dello stesso. Questo spiega il perché a causa dello svasamento delle acque del lago, per il bisogno della centrale Elettrica “Ponale”, siano rimaste allo scoperto le palizzate costruite millenni di anni prima e di conseguenza vennero alla luce i cocci e i rifiuti che i nostri progenitori, usarono per costruire le dette palizzate. Notisi che il vandalismo moderno diretto dai moderni scienziati, hanno devastato buona parte di quell’opera fatta con tanto criterio e con tanta fatica dai nostri nonni e questo per qual motivo? Ritenendo di aver trovata la fenice, scoprendo le abitazioni sulle acque dei nostri anfibi genitori, ed hanno preso alla lettera che i cocci di creta, senza vernice, appartenessero a quelli anfibi abitatori che vivevano a un metro sopra il livello dell’acqua. Non si nega che quei cocci abbiano appartenuto agli abitanti che vivevano millenni di anni fa, forse anche all’epoca della pietra; però e da escludersi con certezza che siano caduti in acqua, dalle abitazioni che vuolsi esistessero sopra la palizzata o la palafitta che dir si voglia. Mano mano che il mondo, la civiltà e l’industria progrediva, venivano adottate suppellettili migliori e più moderne e scartatele vecchie; come del resto anche ai giorni nostri succede.”
Francesco Zecchini (1943), Le palafitte nel cassetto dei ricordi 1929-2009: 80 anni di archeologia a Ledro, a c. di A. Fedrigotti, Museo Tridentino di scienze naturali, Trento, 2010
Legami tra i siti Unesco italiani
Le Palafitte dell’Arco Alpino e... l'arte rupestre della Valle Camonica
Le incisioni rupestri della Valle Camonica (Brescia) sono petroglifi risalenti, come i villaggi palafitticoli, all’epoca preistorica. Primo sito italiano ad essere stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale (1979), l’arte rupestre della Valle Camonica, riveste una importanza fondamentale per lo stretto legame con la storia dell’uomo. Come nel caso delle palafitte, anche le incisioni ci permettono di conoscere più da vicino gli usi ed i costumi dei nostri antenati. Sono raffigurati animali, figure umane, carri e aratri che documentano la diffusione dell’agricoltura e armi (pugnali, asce, alabarde): queste attestazioni sono delle vere e proprie ‘finestre di pietra’ sul passato.Le Palafitte dell’Arco Alpino e... il villaggio nuragico di Barumini
L’area archeologica di Barumini è uno dei villaggi nuragici più ampi della Sardegna. Portato alla luce negli anni ‘50 dall’archeologo Giovanni Lilliu è stato costruito in diverse fasi a partire dal XV secolo a.C. Il Sito, patrimonio UNESCO dal 1997, comprende un imponente nuraghe e un circostante villaggio di capanne a pianta circolare. Come per i siti palafitticoli, Barumini ci restituisce uno spaccato della vita nei secoli prima di Cristo e ci fornisce informazioni sulle consuetudini abitative dell’epoca di costruzione.Note bibliografiche
Bibliografia
Le palafitte nel cassetto dei ricordi 1929-2009: 80 anni di archeologia a Ledro, a c. di A. Fedrigotti, Museo Tridentino di scienze naturali, Trento, 2010.
AA.VV., Le terramare: la più antica civiltà padana, Electa, Milano, 1997.
AA.VV., Museo delle palafitte del lago di Ledro, ViaDellaTerra, Rovereto, 2009.
M. Baioni, G. Bocchio (a cura di), Lucone di Polpenazze. Un’eccezionale esperienza tra archeologia, natura e arte, 2013.
D.G. Banchieri, A. Bini, M. Mainberger, Isolino Virginia, un tell in ambiente umido in un lago prealpino del Sud delle Alpi: problemi di prevenzione ed erosione, Sibrium XXIX, 2015, pp. 41-59.
F. Gonzato et alii, Palafitte. Un viaggio nel passato per alimentare il futuro, Catalogo della mostra, Verona, 2015.
F. Marzatico, Un mondo sull’acqua: le palafitte di Fiavè, Provincia Autonoma di Trento, Fiavè, 1988.
F. Marzatico, R. Perini, Gli uomini delle acque: le palafitte di Fiavè, Giunti, Firenze, 1988.
R. Micheli (a cura di), Vivere sull’acqua. Il mondo delle palafitte neolitiche di Palù di Livenza, EcoMuseo Lis Aganis, Quaderni del fare 3, Rovereto in Piano (PN), 2013.
S. Vitri, P. Visentini (a cura di), Il Palù alle sorgenti del Livenza: ricerca archeologica e tutela ambientale, Atti del convegno (Polcenigo, 16 aprile 1999), Rovereto in Piano (PN), 2002.
- Valore UNESCO
I siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino sono dislocati tra Svizzera, Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia, e punteggiano un territorio vasto ma uniformemente contraddistinto da zone umide, le quali hanno permesso l’eccezionale conservazione dei resti delle comunità preistoriche. Questo gruppo di aree archeologiche, riconosciuto di valore universale nel 2011, comprende 111 villaggi risalenti tra 5000 e il 500 a.C.; tra questi, 19 sono in Italia, in particolare attorno al Lago di Garda e a quello di Varese, e dislocati in cinque regioni, Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. La loro testimonianza permette di far luce sul profilo delle comunità preistoriche europee con un ricco patrimonio di reperti e resti di insediamenti su palafitte.
Abitare tra le Alpi in epoca preistorica
Gli insediamenti palafitticoli sono siti spondali situati in prossimità di laghi, fiumi o torbiere. La loro ubicazione in ambienti anaerobici (privi di ossigeno) ha permesso una eccellente conservazione di materiali organici che hanno restituito numerose informazioni relative al mondo delle prime comunità agricole europee. Pratiche agricole, allevamento e innovazioni tecnologiche sono state ricostruite con un elevato grado di precisione, fornendo uno spaccato della vita quotidiana tra il 5000 e il 500 a.C. Questo arco temporale, superiore ai 4000 anni, coincide con una delle fasi più importanti della storia dell’umanità.Le palafitte dell’arco alpino attraverso la storia
La più antica descrizione di una struttura simile alla palafitta è dello storico greco Erodoto; quest’ultimo, in uno dei suoi resoconti di viaggio, descrive un gruppo di abitazioni lacustri su pali in un lago della Tracia. In Europa, i primi resti di palafitte cominciano a emergere sulle rive del lago di Zurigo nei primi decenni dell’Ottocento. Ricerche più sistematiche prendono piede soltanto qualche anno più tardi, sia in Svizzera sia in Italia. In Lombardia, rilevante è la figura dell’abate Antonio Stoppani (1824-1891), che nell’area varesina è tra i primi a individuare questi insediamenti. In Piemonte si distinse Bartolomeo Gastaldi (1818-1879), professore di Geologia che scoprì la palafitta di Mercurago (1860), presso il Lago Maggiore.Che cos’è una palafitta
Le palafitte, organizzate in gruppi o in villaggi, sono delle capanne sostenute da pali. Queste strutture, dotate di una piattaforma lignea orizzontale, potevano erigersi direttamente su un lago, una palude, un corso d’acqua oppure essere collocate sulla sponda di uno di essi. A seconda del tipo di terreno, del clima e di specifiche esigenze degli abitanti sono state realizzate palafitte su bonifica (costruite sul terreno) e aeree (sospese sopra il pelo dell’acqua). Diversamente dalle capanne su bonifica, contraddistinte da una base di pali orizzontali sovrapposti, quelle aeree sono caratterizzate da pali di sostegno verticale, la cui estremità inferiore è appuntita per essere conficcata più facilmente nel terreno. Le strutture aeree potevano essere congiunte tra loro o alla terraferma attraverso ponti; in alternativa, il tavolato orizzontale poteva essere unico, esteso all’intero gruppo di abitazioni. Come materiali da costruzione oltre a pali di legno e tronchi d’albero venivano impiegati paglia e canne. Vivere in villaggi come questi aveva diversi vantaggi: permetteva di adattarsi alle variazioni dei livelli dei corsi d’acqua o dei laghi, consentiva di rimanere vicino alle fonti di acqua e di cibo e di difendersi da nemici e animali selvatici.Vita quotidiana in un villaggio preistorico
Lo scavo dei siti palafitticoli, oltre alla puntuale analisi degli abitati, ha consentito anche il recupero di numerosi reperti, spesso in ottimo stato di conservazione. Gli oggetti pertinenti alla cultura materiale, come i frammenti di vasellame e altri utensili, hanno permesso di scattare delle ‘istantanee’ sulla vita quotidiana degli uomini vissuti in Europa tra il Neolitico e l’Età del Bronzo. Pettini in osso, ambre, aghi e arnesi per la tessitura, zappe, aratri, resti di cibo, statuette votive, contenitori in fibre vegetali, crogioli, asce, punte e lame hanno consentito la datazione e la documentazione delle attività degli abitanti delle palafitte. Attraverso questi dati è stato possibile ipotizzare che l’uomo preistorico europeo praticasse la caccia, l’agricoltura e la tessitura. Alcuni manufatti con caratteristiche distintive, come diademi o pugnali, hanno permesso di individuare le influenze tra le diverse regioni continentali, nonché di ricostruire i tracciati degli scambi e delle contaminazioni culturali tra diverse aree.Per saperne di più
Il sito di Fiavè-Lago Carera (TN)
Il sito palafitticolo di Fiavè è stato sistematicamente scavato tra il 1969 e il 1975. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, è stato sottoposto ad una indagine paleo-ambientale. A Fiavè sono stati identificati diversi tipi di insediamenti stabili pre-protostorici: il più antico è contraddistinto da abitazioni su terraferma e su bonifica, quelli successivi presentano strutture sospese sopra il pelo dell’acqua. Il sito del Lago Carera vanta un ricco museo, scrigno dei reperti portati alla luce attraverso gli scavi. Oltre ai materiali ceramici vi si trovano testimonianze dell’attività metallurgica (come crogioli e matrici in pietra) e alcune perle in ambra di origine baltica. I reperti sono esposti al Museo delle Palafitte di Fiavé (TN).Il sito di Molina di Ledro (TN)
Questo insediamento, situato all’imbocco del torrente Ponale, è stato casualmente scoperto nel 1929. Gli scavi condotti tra il 1936 e il 1937 hanno messo in luce più di 10.000 pali e una ampia superficie di tavolato ligneo (probabilmente una piattaforma rialzata). Il sito è stato datato tra l’antica e la media Età del Bronzo. Oggi a Ledro, oltre al Museo delle Palafitte, è possibile visitare una ricostruzione in scala reale di un villaggio palafitticolo. La struttura permette una coinvolgente esperienza d’immedesimazione storica dei visitatori riportandoli agli albori della civiltà europea.Il sito del Lavagnone-Desenzano del Garda (BS)
I primi ritrovamenti al Lavagnone risalgono al 1880. Gli scavi, più frequenti dopo il 1987, hanno permesso di ipotizzare che il villaggio non occupò con costanza le stesse aree: mentre nel Bronzo Antico la palafitta si trovava nella parte più centrale del bacino, in un momento successivo l’abitato si spostò sulla sponda. La maggior parte dei materiali recuperati dagli scavi sono esposti nel Museo G. Rambotti di Desenzano del Garda; degno di nota è soprattutto il famoso aratro del Lavagnone, risalente a circa 2000 anni a.C.Il sito di Mercurago-Arona (NO)
Questo sito, indagato nel XIX e nel XX secolo, rappresenta la prima palafitta italiana studiata scientificamente (1860). Tra i reperti, di grande importanza sono quelli metallici, di vetro e soprattutto di legno; di notevole interesse sono tre ruote, testimonianza dell’abilità tecnologica raggiunta nella costruzione di carri. I materiali sono esposti al Museo Archeologico di Arona, al Museo di Antichità di Torino e al Museo Fiorentino.Il sito di Piadena-Lagazzi del Vho (CR)
Le prime ricerche a Piadena risalgono al 1800 e hanno messo in luce numerosi resti di pali conficcati nel terreno. Nuove ricerche (1982 e il 1986) hanno permesso di verificare che il villaggio si sviluppava al centro del pertinente bacino idrico, oltre a identificare aree destinate alle abitazioni e aree aperte. Grazie ai numerosi reperti, conservati sia a Piadena sia a Roma, la vita dell’abitato è stata collocata tra la fine del Bronzo Antico e l’inizio del Bronzo Medio.Il sito di Lucone-Polpenazze (BS)
Il villaggio del Lucone, già noto nel 1800, sembra aver avuto una vita piuttosto lunga: dal Bronzo Antico iniziale al Bronzo Medio avanzato. Questo sito, indagato tramite scavi e raccolte di superficie, ha restituito reperti archeologici ma anche numerosi resti di animali e piante, fornendo molte informazioni sull’economia e sull’alimentazione degli abitanti.Il sito di Palù di Livenza (PN)
L’area umida del Palù, posta in corrispondenza delle sorgenti del fiume Livenza, si estende in un bacino naturale di grande pregio naturalistico chiuso tra i rilievi calcarei del Monte Consiglio e le basse colline che lo separano dalla pianura alluvionale circostante. L’importanza archeologica, già nota nella prima metà dell’Ottocento, fu riconosciuta solo a partire dal 1965, quando al centro del bacino fu scavato un canale di bonifica che permise di raccogliere numerosi reperti preistorici. Indagini sistematiche furono avviate dal 1981 e proseguite fino alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo, consentendo di rilevare quasi un migliaio di elementi strutturali in legno delle capanne. Gli scavi misero in luce i resti di un villaggio palafitticolo della fine del Neolitico, databile tra il 4500 e il 3600 a.C. Nuove ricerche archeologiche avviate a partire dal 2013 hanno confermato l’importanza del sito per la comprensione del rapporto tra l’uomo e l’ambiente nel corso del neolitico. I reperti sono esposti al Museo Archeologico del Friuli Occidentale a Pordenone.Il sito del Frassino, Peschiera del Garda (VR)
I primi ritrovamenti al laghetto del Frassino risalgono all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso. Gli scavi subacquei hanno portato alla luce materiali datati tra la fine dell’antico e l’inizio del medio Bronzo: set ceramici sovente decorati a incisione, conchiglie, metalli, utensili in osso, pietra e legno. La preservazione in acqua di strutture lignee verticali e orizzontali, unitamente a una notevole concentrazione di reperti, rafforzano la singolarità del rinvenimento, di fondamentale importanza per la conoscenza delle tecniche costruttive del periodo.Il sito dell’Isolino Virginia, Biandronno (VA)
Posto a pochi metri dalla riva di Biandronno, sul lago di Varese, è il più antico sito palafitticolo preistorico dell’Arco Alpino. Scoperto nel 1863, cominciò a essere oggetto di scavi a partire dal 1878. Le ricerche degli anni ’50 e ’70-80 del secolo scorso si concentrarono in particolare al centro dell’isola. Palificate, elementi costruttivi e livelli culturali risalgono agli ultimi secoli del VI millennio a.C.: l’uomo preistorico frequentò il sito per oltre 4000 anni dal Neolitico Antico alla fine dell’Età del Bronzo (circa 5300-900 a.C.). Dal 2006 nuovi scavi sull’emerso, oltre alla ricerca archeologica subacquea, mai praticata prima del 2012, il tutto abbinato a indagini geologiche del lago di Varese e del sito, hanno permesso di verificare l’origine artificiale dell’Isolino Virginia: un tell in ambiente umido. La maggior parte dei materiali venuti alla luce durante gli scavi sono conservati nel Museo Archeologico di Villa Mirabello di Varese.Palafitte e archeolgia sperimentale
L’archeologia sperimentale mette in pratica, con il tentativo di verificarle, le antiche tecniche costruttive e di fabbricazione. Rispetto alla ricerca archeologica classica questa disciplina può essere considerata complementare, finalizzata a riscontrare la coerenza delle ipotesi formulate. Nel campo dell’archeologia pre e protostorica l’attività della sperimentazione dal vero è molto sviluppata; non c’è da meravigliarsi, quindi, se diversi siti palafitticoli sono contraddistinti dalla presenza di riproduzioni (in scala reale) di porzioni di villaggio. A Ledro, per esempio, fanno bella mostra di sé ben tre capanne e una piattaforma lignea di sostegno. Queste aree, particolarmente efficaci nel campo della didattica, sono la cornice ideale per lo svolgimento di laboratori tematici: tessitura, modellazione dell’argilla e incisione della pietra sono solo alcune delle attività che completano il quadro sulla vita degli uomini primitivi.Protagonisti
Il legno
Il legnoIl legno è il principale materiale impiegato nella costruzione dei villaggi palafitticoli. Tessuto vegetale presente nel fusto degli alberi, fa parte dei materiali organici. Questi, in archeologia, sono quelli più difficilmente rintracciabili: la loro natura vegetale o animale ne rende difficile la conservazione. Insieme a legno, cuoio, fibre vegetali e semi, si mantengono più o meno inalterati soltanto in circostanze particolari, dove la presenza di ossigeno (e quindi di vita) è molto limitata o assente. Luoghi favorevoli a questo tipo di conservazione sono gli specchi d’acqua e le zone umide: proprio per questo motivo i Siti Palafitticoli hanno restituito ingenti quantità di reperti e porzioni di strutture abitative.
Ferdinand Keller
Ferdinand Keller (1800-1881)Nell’inverno del 1854 i lavori di costruzione di un porto avviati a Meilen, sul lago di Zurigo, a seguito dell’abbassamento del livello dell’acqua, portarono alla luce reperti e pali di legno infissi nel terreno. L’archeologo Ferdinand Keller interpretò le distese di pali come resti di villaggi preistorici, dando così inizio alla ricerca archeologica nelle aree umide e a una delle più affascinanti avventure dell’archeologia europea.
Andrew Ellicott Douglass
Andrew Ellicott Douglass (Contea di Windsor, 1867 – Tucson, 1962)Il professore della University of Arizona è stato il principale teorizzatore della dendrocronologia, un metodo di datazione degli alberi (e quindi del legno) basato sul modello di crescita degli anelli del tronco. Questo sistema, messo a punto a partire del 1906, è stato fondamentale per l’inquadramento cronologico dei siti palafitticoli. La dendrocronologia si basa su tre principi: gli alberi, nelle zone in cui vi è una netta distinzione tra le stagioni, producono ogni anno un nuovo anello di accrescimento individuabile nella sezione trasversale del tronco; alberi che vivono nella stessa area geografica e che appartengono alla stessa specie legnosa sono contraddistinti da anelli di accrescimento simili; sequenze anulari simili possono essere messe a confronto tra loro. La comparazione di sequenze simili, alcune delle quali datate in maniera assoluta, consente di individuare l’anno di abbattimento di una pianta e conseguentemente del manufatto che ne deriva.
Bartolomeo Gastaldi
Bartolomeo Gastaldi (Torino, 1818 – Torino, 1879)Professore di geologia e mineralogia, Bartolomeo Gastaldi fu un uomo dallo spirito eclettico e dai molteplici interessi. Sin da ragazzo, contro il volere del padre, si dedicò alla Paleontologia e alle escursioni naturalistiche, mettendo da parte lo studio della Giurisprudenza. Gastaldi scoprì una delle prime palafitte individuate in Europa: la palafitta di Mercurago, in provincia di Novara. Portata alla luce quasi per caso, le prime attestazioni della sua esistenza sono da collocare a metà Ottocento. Grazie a Gastaldi prima (1860-1862) e alla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte poi, questo sito è stato progressivamente studiato a partire dal 1955. A Gastaldi si deve un approccio scientifico pionieristico.
Antonio Stoppani
Antonio Stoppani (1824-1891)Fu direttore del Museo Civico di Milano e Presidente della Società Italiana di Scienze Naturali. Partecipò attivamente alle Cinque Giornate. Straordinario di Geologia presso l’Università di Pavia dopo il 1861, passò nel 1867 a insegnare Geologia al Politecnico di Milano, appena istituito. Si dedicò all’esplorazione dei laghi varesini con E. Desor e G. De Mortillet: nel 1863 scoprì palificate lungo la riva sud-est dell’Isolino Virginia (allora chiamato Isola Camilla) e la palafitta di Bodio Centrale.
Renato Perini
Renato Perini (1924-2007)Ha diretto, tra il 1969 e il 1987, le ricerche archeologiche condotte a Fiavé, coordinando un gruppo di ricerca interdisciplinare internazionale e pubblicando i 4 volumi dedicati alle principali campagne di scavo (dal 1969 al 1976). Maestro elementare, passato in seguito all’Ufficio Beni Archeologici di Trento, Perini fu archeologo sul campo, ricevendo la laurea honoris causa dall’Università di Innsbruck nel 1990. dopo circa un secolo di dibattito scientifico sulla natura degli insediamenti palafitticoli alpini, gli scavi di Fiavé hanno permesso di riconoscere in modo chiaro la presenza di più tipi di villaggi: da quelli con capanne su bonifica spondale a quelli sopraelevati sull’acqua e anche situazioni miste: parte a terra e parte sull’acqua.
Legami tra i siti Unesco italiani
Le Palafitte dell’Arco Alpino e... l'arte rupestre della Valle Camonica
Le incisioni rupestri della Valle Camonica (Brescia) sono petroglifi risalenti, come i villaggi palafitticoli, all’epoca preistorica. Primo sito italiano ad essere stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale (1979), l’arte rupestre della Valle Camonica, riveste una importanza fondamentale per lo stretto legame con la storia dell’uomo. Come nel caso delle palafitte, anche le incisioni ci permettono di conoscere più da vicino gli usi ed i costumi dei nostri antenati. Sono raffigurati animali, figure umane, carri e aratri che documentano la diffusione dell’agricoltura e armi (pugnali, asce, alabarde): queste attestazioni sono delle vere e proprie ‘finestre di pietra’ sul passato.Le Palafitte dell’Arco Alpino e... il villaggio nuragico di Barumini
L’area archeologica di Barumini è uno dei villaggi nuragici più ampi della Sardegna. Portato alla luce negli anni ‘50 dall’archeologo Giovanni Lilliu è stato costruito in diverse fasi a partire dal XV secolo a.C. Il Sito, patrimonio UNESCO dal 1997, comprende un imponente nuraghe e un circostante villaggio di capanne a pianta circolare. Come per i siti palafitticoli, Barumini ci restituisce uno spaccato della vita nei secoli prima di Cristo e ci fornisce informazioni sulle consuetudini abitative dell’epoca di costruzione.Glossario
Glossario
crogiolo, s.m., contenitore per la fusione dei metalli. Nel suo senso figurato indica un luogo o un soggetto nel quale si sono fusi componenti di natura diversa.
paleoambientale, s.m., relativo alle condizioni ambientali che caratterizzavano il passato di un luogo.
spondale, s.m., termine tecnico, che indica la pertinenza all’alveo di un corso d’acqua, alle sponde di un fiume; che si trova sulle sponde di una via d’acqua.
tavolato, s.m., insieme di più tavole affiancate per costituire un piano unico.
tell, s.m., significa collina ed è un tipo di sito archeologico, il risultato dell’accumulo e della seguente erosione di materiali depositati dall’occupazione umana in lunghi periodi di tempo.
2011, Parigi, Francia, 35a sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale
Sito Culturale, Sito Seriale, Sito Transnazionale
Età Preistorica
Italia Settentrionale
Regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige
Criteri di Iscrizione
(iv) La serie dei villaggi palafitticoli è una delle più importanti fonti archeologiche per lo studio delle prime società agrarie in Europa tra il 5000 e il 500 a.C. Le condizioni di conservazione in ambiente umido hanno permesso la sopravvivenza di materiali organici che contribuiscono in modo straordinario a comprendere i cambiamenti significativi durante il Neolitico e l’Età del Bronzo in Europa in generale e le interazioni fra i gruppi umani delle regioni intorno alle Alpi in particolare.
(v) La serie dei siti palafitticoli ha fornito una visione straordinaria e dettagliata sull’assetto insediativo e territoriale delle comunità preistoriche tenuto conto del fatto che le prime società agrarie lacustri hanno vissuto nelle regioni alpine e subalpine per un periodo di circa 5000 anni. Le testimonianze archeologiche individuate hanno permesso una conoscenza unica del modo in cui queste società hanno interagito con il loro territorio grazie alle nuove tecnologie e, ugualmente, a fronte dell’impatto dei cambiamenti climatici.




