I cicli affrescati del Quattordicesimo secolo di Padova

Illustrazione Manuela Santini

Dichiarazione di Eccezionale Valore Universale

I cicli affrescati conservati in otto edifici e complessi monumentali all’interno del centro storico di Padova illustrano come, nel corso del XIV secolo, diversi artisti, a partire da Giotto, abbiano introdotto importanti novità stilistiche nella storia dell’arte.

Gli otto edifici sono raggruppati in quattro componenti: Scrovegni ed Eremitani; Palazzo della Ragione, Reggia, Battistero e le loro piazze; Cittadella antoniana; San Michele. Gli artisti protagonisti della realizzazione dei cicli di affreschi furono Giotto, Guariento di Arpo, Giusto de ‘Menabuoi, Altichiero da Zevio, Jacopo Avanzi e Jacopo da Verona. Lavorando per illustri famiglie, il clero, il comune della città e la Signoria dei Carraresi, hanno realizzato – all’interno di edifici sia pubblici sia privati, sia religiosi sia laici – dei cicli affrescati che hanno dato vita a una nuova immagine della città.

Dipinti da artisti diversi, per diversi tipi di committenza e all’interno di edifici con diverse funzioni, i cicli affrescati padovani mantengono unità di stile e contenuto. All’interno della narrazione artistica che si dispiega in questa sequenza di affreschi, i diversi cicli rivelano diversità e coerenza reciproca.

Il sito illustra un modo completamente nuovo di rappresentare la narrazione in pittura, con nuove prospettive spaziali influenzate dai progressi della scienza dell’ottica e una nuova capacità di rappresentare le figure umane, in tutte le loro caratteristiche, compresi i sentimenti e le emozioni. Questa innovazione nella rappresentazione dello spazio pittorico ha comportato l’esplorazione delle possibilità di effetti prospettici e  illusionistici. L’innovazione nella raffigurazione degli stati emotivi si basa su un accresciuto interesse per la rappresentazione realistica delle emozioni umane e l’integrazione del nuovo ruolo di committente, quando i committenti iniziano ad apparire nelle scene rappresentate, e alla fine prendono persino il posto di alcune figure partecipando al racconto sacro. Queste opere illustrano anche l’adattamento dell’arte sacra al servizio della celebrazione   del prestigio e del potere laico, della Signoria e delle famiglie nobili a loro vicine.

  • Valore UNESCO

    I cicli di affreschi ospitati in otto complessi di edifici all’interno del centro storico di Padova illustrano come, nel corso del Trecento, diversi artisti, a cominciare da Giotto, abbiano introdotto importanti sviluppi stilistici nella storia dell’arte. Gli otto complessi edilizi sono raggruppati in quattro parti componenti: Scrovegni ed Eremitani; Palazzo della Ragione, Palazzo Carraresi, Battistero e Piazze associate; Complesso di edifici legati alla Basilica di Sant’Antonio; San Michele.

    Gli artisti che ebbero un ruolo di primo piano nella realizzazione dei cicli di affreschi furono Giotto, Guariento di Arpo, Giusto de’ Menabuoi, Altichiero da Zevio, Jacopo Avanzi e Jacopo da Verona. Lavorando per illustri famiglie locali, clero, comune cittadino o la famiglia Carraresi, hanno realizzato cicli di affreschi che hanno dato vita a una nuova immagine della città.

    Le caratteristiche del sito

    I dipinti realizzati in questi luoghi tra il 1302 e il 1397 si differenziano sia per gli artisti che li hanno realizzati, sia per committenti, sia per le destinazioni d’uso; nonostante questo, mantengono unità di stile e di contenuto. “I cicli affrescati del XIV secolo di Padova” Patrimonio Mondiale UNESCO illustrano un modo completamente nuovo di rappresentare la narrazione in pittura, con nuove prospettive spaziali influenzate dai progressi della scienza dell’ottica e una nuova capacità di rappresentare le figure umane in tutte le loro caratteristiche, compresi i sentimenti. La scelta di raffigurare gli stati emotivi deriva dalla volontà di rappresentare in modo sempre più preciso la realtà, volontà che ritroviamo anche nella rappresentazione dello spazio pittorico con effetti prospettici e trompe-l’oeil.

    Va però segnalato il nuovo ruolo di committente, che desidera apparire nelle scene rappresentate fino a prendere il posto di figure che partecipano al racconto sacro, diventando testimone attivo e coinvolto. L’arte sacra diventa a servizio dei poteri dominanti e delle famiglie nobili per celebrarne il prestigio e offre un vivido spaccato della società e dell’arte patavina dell’epoca.

    Ancora oggi i cicli affrescati sono visitabili negli edifici e nei complessi monumentali originari e costituiscono un sistema unitario per la loro comune ascendenza giottesca pur variando dall’interpretazione personale dei diversi artisti.

    Per saperne di più

    I Beni

    Le quattro componenti del sito, collocate all’interno delle mura della città, sono: la Cappella degli Scrovegni e la Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani; il Palazzo della Ragione, la Cappella della Reggia Carrarese, il Battistero e le loro piazze; la Cittadella Antoniana; l’Oratorio di San Michele.

    La Cappella degli Scrovegni

    La Cappella intitolata a Santa Maria della Carità è stata affrescata tra il 1303 e il 1305 da Giotto su incarico di Enrico degli Scrovegni. Lungo tutte le pareti sono raccontate per immagini le storie della Vergine e di Cristo, mentre nella controfacciata è dipinto il grandioso Giudizio Universale. È il luogo in cui Giotto attua le prime sperimentazioni dell’uso della prospettiva; la ricerca di un nuovo modo di intendere lo spazio si riscontra in tutta la pittura della Cappella con visione tecnica ancora empirica e intuitiva.

    L’edificio era originariamente collegato al palazzo di famiglia, fatto erigere dopo il 1300; questo sottolinea l’inserimento in ambito artistico di una nuova committenza privata e laica, quella del banchiere Enrico Scrovegni, rappresentante della società borghese. Inizia quindi un nuovo percorso di attualizzazione e laicizzazione della storia sacra all’interno delle rappresentazioni artistiche private.

    La Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani

    La chiesa dei Santi Filippo e Giacomo degli Eremitani è stata costruita a partire dal 1264 come chiesa dell’Ordine degli Eremitani di sant’Agostino che avevano un grande convento, oggi occupato dai Musei Civici agli Eremitani, a ridosso di essa. Gli affreschi inseriti nel sito sono stati realizzati da Guariento di Arpo e Giusto de’ Menabuoi tra gli anni trenta e gli anni settanta del secolo XIV.

    La cappella maggiore è decorata da un ciclo di affreschi di Guariento con le Storie di san Filippo e sant’Agostino nei tre registri superiori e, nello zoccolo a monocromo, le allegorie dei Pianeti e delle Età dell’uomo. Questa parte della decorazione è stata fortemente influenzata dagli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni. Le ricerche spaziali compiute da Guariento testimoniano il suo studio sulle architetture, che appaiono più complesse e articolate rispetto a quelle presenti nel ciclo giottesco, ricercando un effetto scenografico.

    L’altro ciclo da segnalare è quello della Cappella Cortellieri realizzato da Giusto de’ Menabuoi che rappresenta la Gloria di Sant’Agostino con le Virtù e le Arti liberali. L’artista concentra il suo lavoro sul colore, che diviene elemento determinante nel creare la spazialità degli ambienti e la volumetria nelle figure.

    Anche le opere affrescate della chiesa degli Eremitani furono commissionate da alcune famiglie dell’aristocrazia padovana per le loro cappelle all’interno di un edificio di culto. Era un modo perché l’importanza di queste famiglie fosse sottolineata e riconosciuta pubblicamente. Un aspetto assolutamente innovativo e peculiare della chiesa degli Eremitani è la presenza di una committenza femminile, quella della nobildonna Traversina Cortellieri per la cappella dedicata al figlio Tebaldo.

    Il Palazzo della Ragione

    Il Palazzo della Ragione, l’antica sede dei tribunali cittadini di Padova, rappresenta il ciclo più ampio per superficie dipinta e il più articolato del sito: 82 metri di lunghezza, 27 di larghezza e quattro grandi pareti completamente affrescate.

    L’edificio venne innalzato a partire dal 1218, ma fu fra Giovanni degli Eremitani, tra il 1306 e il 1308, a trasformare i tre grandi ambienti in cui era suddiviso il piano superiore in un’unica sala, ideando una nuova copertura a forma di carena di nave rovesciata.

    Il ciclo pittorico del Palazzo rappresenta l’unica commissione laica e civile: la decorazione viene infatti commissionata a Giotto dal Comune di Padova circa una dozzina di anni dopo la conclusione degli affreschi della Cappella degli Scrovegni, e si può considerare la “risposta” laica al precedente capolavoro.

    L’impianto decorativo rappresenta un almanacco composto da 333 riquadri, disposti su tre registri sovrapposti, suddivisi secondo i dodici mesi dell’anno messi in relazione coi segni zodiacali, i mestieri e i caratteri umani a seconda degli ascendenti nello zodiaco; è uno dei rarissimi cicli astrologici medievali giunti fino ai nostri giorni. La fascia inferiore è invece realizzata in funzione dei banchi dei tribunali che il Palazzo ospitava, fornendo quindi una traccia concreta della funzione che il Palazzo ricopriva. La stretta relazione tra le pitture e la funzione del luogo che le ospitava spiega la presenza delle varie figure: animali, a volte fantastici, che costituivano le insegne dei seggi del tribunale; le allegorie della Giustizia, del Diritto, del Comune in Signoria; il Giudizio di Salomone e la scena di processo.

    Il ciclo originale, esclusa la fascia inferiore, è andato distrutto da un incendio nel 1420, ma gli affreschi

    sono stati subito ripristinati dal maestro padovano Nicolo’ Miretto con la collaborazione di Stefano da Ferrara e di altri pittori sulla base degli studi di Pietro d’Abano, facoltoso studioso del suo tempo.

    La Cappella della Reggia Carrarese

    La Cappella fa parte della Reggia Carrarese, un complesso di edifici che i Carraresi, signori di Padova, fecero costruire come propria residenza tra i primi anni del Trecento e il 1343. Della Reggia si sono conservate parte dell’architettura, con l’elegante loggiato, e brani di decorazione nelle sale del pianterreno, oltre al ciclo affrescato della Cappella con le Storie dell’Antico Testamento, dipinto da Guariento di Arpo presumibilmente a partire dal 1354.

    Questo ciclo rappresenta la prima opera di un pittore di corte strettamente legata alla committenza della Signoria dei Carraresi che la fecero realizzare per l’arrivo a Padova dell’imperatore Carlo IV per celebrare il loro potere e la loro ricchezza.

    Guariento svolge il racconto con episodi dell’Antico Testamento immaginando uno spazio continuo. La complessa iconografia, che rimanda alla salvezza dell’uomo, è resa esplicita grazie all’inserimento di didascalie. Questo mostra il chiaro intento educativo che sta alla base della scelta del tema illustrato.

    Guariento realizza una narrazione vivace, in una dimensione cortese dove gli eventi narrati nella Bibbia sono trasformati in cronaca coeva, in cui i paesaggi mostrano architetture trecentesche e le vesti non sono tuniche ma esempi di eleganza e moda dell’epoca, secondo quel processo di attualizzazione della storia sacra inaugurato da Giotto nella Cappella degli Scrovegni.

    Il Battistero

    All’epoca della Signoria dei Carraresi l’attuale Piazza Duomo era la principale piazza della città perché su questa insistevano i due poteri: quello della Chiesa con il Palazzo Vescovile e quello temporale con la Reggia dei Carraresi. Il Battistero di Padova, situato proprio di fianco alla Cattedrale è un edificio di culto che ha origini nel XII secolo ma è stato riadattato alla fine del Trecento per diventare mausoleo di Francesco il Vecchio da Carrara e della moglie Fina Buzzaccarini.

    È stata proprio Fina a commissionare a Gusto de’ Menabuoi i lavori al Battistero intenzionata a trasformarlo in uno scrigno d’arte; l’artista impiegò tre anni, dal 1375 al 1378, per realizzare l’intero ciclo pittorico con episodi dell’Antico e Nuovo Testamento e la decorazione della cupola che rappresenta il Paradiso con il Cristo Pantocratore e la Madonna accompagnata da una schiera di angeli. La committenza femminile si rispecchia negli episodi dove la resa dei sentimenti e dell’espressività sono interpretati da Giusto secondo una sensibilità più delicata senza perdere l’intento celebrativo delle pitture.

    Il ciclo di Giusto esprime compiutamente lo sviluppo delle ricerche spaziali giottesche che creano qui giochi illusionistici; l’intento è di coinvolgere lo spettatore nello spazio dipinto grazie all’annullamento della separazione tra architettura, pittura e scultura. La pittura ad affresco interessa infatti ogni minimo spazio della superficie, giungendo a invadere anche spazi architettonicamente inusuali, come l’intradosso degli archi.

    La Cittadella Antoniana

    La Cittadella Antoniana comprende la Basilica e il Convento di Sant’Antonio e l’adiacente Oratorio di San Giorgio.

    Nel complesso di Sant’Antonio si conservano le prime testimonianze della presenza di Giotto a Padova, attivo nella Cappella della Madonna Mora, nella Cappella delle Benedizioni e nella Sala del Capitolo, in un periodo intorno al 1302-1303, poco prima della decorazione nella Cappella degli Scrovegni.

    Per questo motivo nell’ambito del sito “I cicli affrescati del XIV secolo di Padova” rappresentano dal punto di vista cronologico l’inizio dell’attività di Giotto in città dove è già possibile cogliere le basi della sua ricerca sulla prospettiva e sulla resa degli spazi.

    Nella Basilica si sono susseguite committenze ad altri grandi artisti del Trecento: Altichiero da Zevio e Jacopo Avanzi nella cappella di San Giacomo; Giusto de’ Menabuoi nella cappella Belludi per famiglie legate alla Signoria Carrarese.

    Tra le opere di Giusto va ricordata la suggestiva veduta di Padova, un’istantanea della città nel Trecento.

    Affacciato sul sagrato della Basilica del Santo sorge l’Oratorio di San Giorgio, mausoleo della famiglia Lupi voluto da Raimondino seguendo il modello architettonico e modalità narrativa della Cappella degli Scrovegni. L’Oratorio di San Giorgio presenta un ciclo pittorico dipinto da Altichiero, che ne decora completamente le pareti interne, tra il 1379 e il 1384, con la collaborazione di Jacopo da Verona.

    Il ciclo segue il percorso iniziato da Altichiero nella Cappella di San Giacomo con la ricerca dell’illusionismo prospettico, in particolare nelle architetture, nel rapporto tra spazio reale e dipinto, con un’attenzione nuova alla luminosità del colore.

    Nelle pitture di Altichiero vengono esaltate le virtù guerriere della famiglia Lupi, al servizio della Signoria dei Carraresi e della città. Il modello è esplicitamente la Cappella degli Scrovegni, tanto per l’impianto architettonico quanto per l’organizzazione delle scene e l’impostazione decorativa.

    L’Oratorio di San Michele

    L’Oratorio di San Michele sorge sulle rovine di un edificio sacro, dedicato ai santi Arcangeli, risalente probabilmente all’epoca longobarda. Grazie a una iscrizione sappiamo con certezza la data di costruzione, 1397, il nome del committente, Pietro di Bartolomeo de Bovi, e il nome dell’artista che realizzò la decorazione, Jacopo da Verona. Al suo interno troviamo un ciclo affrescato con le storie della Vita della Vergine: Annunciazione, Natività e Adorazione dei magi, Ascensione, Pentecoste, Morte della Vergine e San Michele. Questo ciclo pittorico è l’ultimo a essere stato realizzato tra quelli inseriti nel sito di Padova.

    Osservando gli affreschi di Jacopo emerge la figura di un pittore eclettico, che unisce elementi derivati dalla formazione presso Altichiero con quelli presi dallo studio di Giotto e degli altri artisti. Il quotidiano rappresentato nella decorazione si contrappone alle eleganze aristocratiche della cultura figurativa cittadina negli anni immediatamente precedenti. Grande attenzione è riservata alla ritrattistica; nelle scene compaiono personaggi che sono stati variamente identificati in Petrarca, Francesco il Vecchio e Francesco II Novello da Carrara e lo stesso Bovi raffigurato a capo scoperto in primo piano.

    Jacopo da Verona portò a compimento tutte le innovazioni introdotte da Giotto: si rafforza l’illusionismo nella ricerca spaziale e prospettica; gli stati d’animo dell’uomo sono indagati in una dimensione quotidiana; l’attualizzazione e la “laicizzazione” della storia sacra.

    La pittura italiana del Trecento

    Fino ai primi decenni del Duecento la pittura italiana si presentava ancora condizionata da quella bizantina molto statica e con la predominanza di un fondo dorato.

    Il primo tentativo di staccarsi da questo modello è proprio quello di sostituire i fondali color oro con vedute paesaggistiche per ottenere l’idea di profondità spaziale. Le figure invece continuavano a essere statiche e senza peso, disponendosi in modo disordinato su piani non ancora prospetticamente strutturati.

    In sintesi, si trattava di creare effetti di tridimensionalità su una superficie piatta. La terza dimensione, che creava l’illusione di portare la vista al di là del supporto pittorico, era affidata all’abilità dell’artista che poteva contare principalmente su due tecniche: chiaroscuro e prospettiva. Il chiaroscuro giocava sull’uso della luce per creare volumi, infatti un oggetto solido colpito frontalmente da una luce mostra anche una sua parte in ombra. Lavorando su questa parte più scura dell’immagine era possibile dare effetti di corposità e quindi di profondità. La profondità negli sfondi poteva, invece, essere resa in due modi: con la prospettiva lineare, che inseriva immagini sempre più piccole dal primo piano alla linea dell’orizzonte o con la prospettiva di colore, che prevedeva l’utilizzo di colori molto vivaci nei primi piani che diventano sempre più deboli andando verso l’orizzonte. Per uno studio sistematico della prospettiva vera e propria bisognerà attendere il Quattrocento in cui sarà caposaldo nelle grandi opere del Rinascimento italiano.

    La pittura italiana stava però diventando un immenso laboratorio sperimentale con più traguardi di fondamentale importanza da raggiungere. Fra cui rammentiamo quello dello svincolamento dalla raffigurazione frontale della figura umana che viene ripresa in più posizioni, compresa quella in scorcio, e l’umanizzazione delle figure, che apparivano non più statiche e prive di ogni emozione ma con espressività mai notata nella pittura medievale. Queste divennero persone, dai cui volti emergevano emozioni e sentimenti abbandonando le espressioni ieratiche della pittura bizantina e dell’arte medievale in generale.

    Il più importante innovatore in tale processo fu Giotto abilissimo a utilizzare le tecniche riguardanti lo spazio visivo prospettico e il gioco di luci ed ombre.

    La committenza privata

    Nel Trecento a Padova, di fianco alle richieste del Comune e degli ordini religiosi, si affaccia un nuovo tipo di committenza: le famiglie private nobiliari che vedono nella realizzazione di opere d’arte un modo per affermare il loro potere e la loro grandezza pubblicamente. Tra le casate che spiccano nelle vicende artistiche padovane troviamo i Carraresi e gli Scrovegni.

    La famiglia dei Da Carrara (o Carraresi) ha avuto grande importanza per la storia padovana, contribuendo in maniera determinante alle vicende che si susseguono nel Medioevo e prendendo poi il potere in città fino all’avvento della Serenissima.

    Come molte altre famiglie di primo piano dell’epoca, sono di origine longobarda e prendono il nome dalla località di Carrara Santo Stefano, nell’area ai piedi dei Colli Euganei, a sud della città, dove hanno un castello e diversi possedimenti.

    Durante l’età comunale i Carraresi seppero costruirsi una nuova fortuna che ebbe il suo culmine nel 1318 quando Giacomo di Marsilio diventa capitano del popolo, quindi come vicario imperiale, infine la signoria sulla città. Regnarono a Padova dal 1318 al 1405, con la parentesi Scaligera 1327-1338 e Viscontea 1388-1390, instaurando una Signoria anche con la consulenza del celeberrimo giurista Raniero Arsendi, noto come “il monarca delle leggi”.

    La famiglia degli Scrovegni, che fu una fra le più potenti della città, avrebbe avuto modeste origini. Il capostipite fu Rinaldo Pota di Scrova, di cui non si conosce esattamente la professione: i documenti sono contrastanti, chi lo segnala come suonatore e usuraio, chi come maniscalco di Brugine, villaggio del Padovano. Di certo però risultano tra le famiglie nobili padovane dal 1081. Nei torbidi anni della dominazione carrarese (1318-1405) furono ora amici ai Signori di Padova, ora acerrimi nemici.

    La fortuna della famiglia si deve a Rinaldo o Rainaldo (morto prima del 1289), prestatore di denaro, che aveva intessuto ottime relazioni con il clero e con tutte le famiglie più importanti sia padovane che vicentine. Il figlio Enrico eredita da lui un’immensa fortuna che egli stesso aumenta. Mantiene un ottimo rapporto con il clero e con il pontefice Benedetto XI, fino ad ottenere da lui la trasformazione della Cappella di famiglia da luogo di culto privato a edificio di culto aperto al pubblico e un’indulgenza di un anno e 40 giorni a chi, pentito e confessato, l’avesse visitata durante alcune festività mariane.

    Protagonisti

    Giotto (1267 ca. – 1337)

    Giotto nasce da una famiglia di contadini a Vicchio nel Mugello vicino Firenze. La leggenda vuole che il giovane Giotto fosse notato da Cimabue mentre pascolando le sue pecore le ritraeva su di un sasso, di certo diventa suo allievo e con lui lavora a Firenze per poi recarsi a Roma e ad Assisi. Intorno al 1290 apre la propria bottega ma le sue committenze alla fine del Duecento e nei primi anni del Trecento si dividono tra Assisi e Roma dove inizia ad affermarsi. Diventa un artista molto apprezzato e molto ricco, tanto da superare il suo maestro Cimabue e da essere chiamato a nord per lavorare, prima in Emilia e poi a Padova. Qui viene chiamato per affrescare la Cappella degli Scrovegni tra il 1303 e il 1306 circa. Rientra a Firenze intorno al 1311 e tra il 1320 e il 1325 lavora alle Cappelle di famiglie facoltose, come la Cappella dei Bardi e la Cappella dei Peruzzi in Santa Croce.

    Viene chiamato a Napoli da Carlo D’Angiò intorno al 1327 per poi ritornare a Firenze quando viene nominato capomastro dell’Opera del Duomo di Firenze. Inizia i lavori per la realizzazione del Campanile, che da lui prende il nome, ma che non riesce a terminare, muore infatti l’8 gennaio 1337.

    Giotto è famoso per avere introdotto la prospettiva nell’arte medievale. Era una prospettiva ancora grezza, detta “a spina di pesce”, in cui le linee di fuga non convergevano su un unico punto, come avviene nella prospettiva che conosciamo oggi, ma si disponevano su vari punti disposti lungo un’asse.

    Guariento di Arpo (circa 1310-1370)

    Erede della tradizione giottesca a Padova. La sua pittura, densa di personaggi e di dettagli realistici, impreziosita dall’oro e dalla brillante cromia, si articola sullo sfondo di spazi accertati per via prospettica e di solide architetture costruite con rigorosa geometria.

    Primo pittore di corte dell’Italia padana, Guariento fu artista prediletto dei Carraresi e si aggiudicò inoltre il favore dei dogi veneziani, dei principali ordini religiosi e di numerosi committenti che, fino a Bolzano, gli affidarono prestigiosi incarichi.

    Alla fine della sua vita Guariento lavora per una committenza eterogenea e privata concentrata soprattutto in territorio padovano o comunque veneto.

    Giusto de’ Menabuoi (1320/30 - 1390)

    Nasce a Firenze e trascorse la sua giovinezza in Toscana e dove si forma in ambito giottesco, probabilmente allievo di Maso di Banco. Lavora dapprima in Lombardia, a Milano, fino al 1370, quando viene chiamato a Padova alla corte dei Carraresi, sostituendo di fatto il precedente pittore di corte, Guariento.

    Altichiero da Zevio (circa 1330-1390)

    Non ha lasciato molte tracce sulla sua vita, ma di certo è stato uno dei grandi innovatori dell’arte del Trecento e il fondatore della scuola veronese. Riflettendo su Giotto e sui pittori giotteschi, propose un linguaggio fortemente innovativo, votato alla drammaticità, con innesti cortesi e graditi ai ricchi committenti, ma anche con modalità che sapevano parlare al popolo.

    Jacopo da Verona (circa 1355-1443)

    Giunge probabilmente a Padova al seguito di Altichiero, come suo collaboratore nell’oratorio di San Giorgio. Non abbiamo sue notizie biografiche certe prima di allora. Si afferma come pittore anche se l’unica opera che gli va sicuramente attribuita è la Cappella Bovi nell’Oratorio di San Michele di Padova. Alcuni documenti ne attestano la presenza come aiutante in altri cantieri padovani e il lavoro come miniatore di codici.

    Testimonianze d’autore
    Testimonianze

    Dopo aver attraversato in pieno sole il giardino dell’Arena, entrai nella cappella di Giotto, dove l’intera volta e gli sfondi degli affreschi sono così turchini da far credere che la radiosa giornata abbia, anch’essa, oltrepassato la soglia insieme al visitatore e sia venuta per un attimo a porre all’ombra e al fresco il suo cielo puro, solo un poco più profondo, perché libero dalle dorature della luce, come in quelle brevi pause che interrompono le più belle giornate, quando, pur senza che sia comparsa nessuna nube, come se il sole un attimo avesse volto altrove il suo sguardo, l’azzurro, ancora più dolce, si oscura.

    (Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto)

     

    “La sala d’udienza del palazzo municipale, denominata a buon diritto il salone, si è lo spazio chiuso il più vasto che si possa imaginare, e tale, che è duopo averlo visto, per potersene formare un’idea. È lungo trecento piedi, largo cento, e l’altezza della volta nel centro è parimenti di cento piedi. Queste popolazioni sono talmente assuefatte a vivere all’aria libera, che l’architetto ideò di chiudere e di coprire una piazza, la quale potrebbe servire per tenervi un mercato. E fuor di dubbio che questa immensità produce grandissimo effetto. Si accosta all’idea dell’infinito, la quale è consentanea all’uomo, quanto quella del firmamento.”

    (Johann Wolfgang von Goethe, Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87)

    Legami tra i siti Unesco italiani

    I cicli affrescati del quattordicesimo secolo di Padova... Assisi, la Basilica di San Francesco e altri siti francescani

    Nei cicli pittorici presenti ad Assisi e a Padova si riesce a riconoscere l’evoluzione stilistica di Giotto. Negli affreschi della Basilica Superiore di Assisi, eseguiti tra il 1288 e il 1292 Giotto mostra ancora tratti bizantineggianti, oltre all’influsso di Cimabue al fianco del quale lavora. Nella Cappella degli Scrovegni vediamo invece una ricerca spaziale che si scosta in modo significativo dall’esperienza precedente creando illusioni ottiche prospettiche. In entrambi i casi si riconosce però la cifra stilistica dell’artista che punta a rompere con la pittura precedente.

    I cicli affrescati del quattordicesimo secolo di Padova... Cattedrale, Torre Civica e Piazza Grande di Modena

    In entrambi i siti vediamo coinvolti artisti che raccontano uno spaccato della società in cui vivono. Sono rappresentati, in pittura a Padova e in scultura a Modena, i valori religiosi e civici legati all’economia, alla vita spirituale, politica e sociale delle città in epoca Comunale.

     

    Note bibliografiche
    Bibliografia

    Frugoni C., Gli affreschi della Cappella Scrovegni a Padova, Einaudi, 2005.

    Autizi M.B., I palazzi di Padova: guida nella storia e nell’arte, Editoriale Programma, 2015.

  • Valore UNESCO

    I cicli di affreschi ospitati in otto complessi di edifici all’interno del centro storico di Padova illustrano come, nel corso del Trecento, diversi artisti, a cominciare da Giotto, abbiano introdotto importanti novità nella storia dell’arte. Gli otto edifici sono raggruppati in quattro componenti: 1. Scrovegni ed Eremitani; 2. Palazzo della Ragione, Palazzo Carraresi, Battistero e Piazze associate; 3. Complesso di edifici legati alla Basilica di Sant’Antonio; 4. L’Oratorio di San Michele.

    Gli artisti che ebbero un ruolo di primo piano nella realizzazione dei cicli di affreschi furono Giotto, Guariento di Arpo, Giusto de’ Menabuoi, Altichiero da Zevio e Jacopo da Verona.

    Questi lavorarono nel giro di poco meno di un secolo per illustri famiglie locali, per ordini religiosi e per il Comune di Padova dando vita a una nuova immagine della città.

    Le caratteristiche del sito

    I dipinti realizzati in questi luoghi si differenziano sia per gli artisti che li hanno realizzati, sia per committenti, sia per le destinazioni d’uso; nonostante questo, mantengono unità di stile e di contenuto. “I cicli affrescati del XIV secolo di Padova” Patrimonio Mondiale UNESCO illustrano un modo completamente nuovo di rappresentare la narrazione in pittura, con nuove prospettive spaziali fatte di paesaggi e architetture e la capacità di rappresentare le figure umane con le loro caratteristiche fisiche ed emotive.  Queste cose che per noi sono ormai scontate, non erano mai state rappresentate in pittura prima di Giotto.

    Per saperne di più

    I Beni

    Le quattro componenti del sito, collocate all’interno delle mura della città, sono: la Cappella degli Scrovegni e la Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani; il Palazzo della Ragione, la Cappella della Reggia Carrarese, il Battistero e le loro piazze; la Cittadella Antoniana; l’Oratorio di San Michele.

    La Cappella degli Scrovegni e la Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani

    La Cappella degli Scrovegni un tempo era affiancata dal Palazzo della famiglia Scrovegni e sorgeva sul terreno acquistato nel 1300 da Enrico Scrovegni. Proprio lui commissionò a Giotto, che stava lavorando alla Basilica del Santo, la decorazione della cappella di famiglia. Gli Scrovegni erano ricchi banchieri impegnati in diverse attività finanziarie, banchi di cambio e prestiti. Quella che doveva essere una cappella di devozione personale appare da subito come un luogo dove mostrare pubblicamente la grandezza della casata, un modo per autocelebrarsi.

    La Cappella degli Scrovegni fu affrescata in pochissimo tempo tra il 25 marzo 1303, data della dedicazione, e il 25 marzo del 1305, data di consacrazione. Lungo tutte le pareti sono raccontate per immagini le storie della Vergine Maria e di Cristo, mentre nella controfacciata è dipinto il grandioso Giudizio Universale. È il luogo in cui Giotto sperimenta per la prima volta l’uso della prospettiva, la ricerca di un nuovo modo di intendere lo spazio che permettesse di dare profondità al dipinto.

    Poco distante dalla Cappella degli Scrovegni troviamo la Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani. L’Ordine degli Eremitani realizzò la chiesa nella seconda metà del Duecento grazie alla donazione del terreno e all’intervento del podestà che realizzò, a spese del Comune di Padova, un’ampia chiesa con copertura in legno e tegole. Il progetto doveva rispecchiare in sostanza l’edificio come lo conosciamo oggi.

    Gli affreschi inseriti nel sito sono stati realizzati da Guariento di Arpo e Giusto de’ Menabuoi tra gli anni trenta e gli anni settanta del secolo XIV.

    La cappella maggiore è decorata da un ciclo di affreschi di Guariento con le Storie di san Filippo e sant’Agostino e con le allegorie dei Pianeti e delle Età dell’uomo. Questa parte della decorazione è stata fortemente influenzata dagli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni ma qui le architetture sono più complesse e ricercano un effetto scenografico.

    L’altro ciclo da segnalare è quello della Cappella Cortellieri realizzato da Giusto de’ Menabuoi che rappresenta Gloria di Sant’Agostino con le Virtù e le Arti liberali. L’artista concentra il suo lavoro sul colore, che diviene elemento determinante nel creare la spazialità degli ambienti e la volumetria nelle figure.

    Anche le opere affrescate della chiesa degli Eremitani furono commissionate da alcune famiglie dell’aristocrazia padovana per le loro cappelle all’interno di un edificio di culto. Era un modo perché l’importanza di queste famiglie fosse sottolineata e riconosciuta pubblicamente. Un aspetto assolutamente innovativo della chiesa degli Eremitani è la presenza di una committenza femminile, quella della nobildonna Traversina Cortellieri per la cappella dedicata al figlio Tebaldo.

    Il Palazzo della Ragione, la Cappella della Reggia Carrarese, il Battistero e le loro piazze

    Il centro storico di Padova si sviluppa intorno a tre piazze adiacenti l’una all’altra con al centro il Palazzo della Ragione: Piazza delle Erbe, anticamente chiamata delle Biade e poi del Vino, per la tipologia di mercato che vi si svolgeva; Piazza della Frutta o dei Frutti, un tempo chiamata del Peronio, perché vi si vendevano zoccoli e stivaletti, perones in lingua latina; Piazza dei Signori, così chiamata perché qui sorgeva il “Palazzo della Signoria”, la Reggia dei Carraresi, Signori di Padova dal 1318 al 1405.

    Il Palazzo della Ragione era l’antica sede dei tribunali cittadini e ci sono rappresentati i dodici mesi dell’anno messi in relazione coi segni zodiacali, i mestieri e i caratteri umani a seconda degli ascendenti nello zodiaco e le insegne dei banchi dei tribunali. La Reggia Carrarese è un complesso di edifici che i signori di Padova, fecero costruire come propria residenza tra i primi anni del Trecento e il 1343. Il ciclo di affreschi della Cappella di palazzo è stato dipinto da Guariento di Arpo con episodi dell’Antico Testamento.

    Questo ciclo rappresenta la prima opera di un pittore di corte strettamente legata alla committenza della Signoria dei Carraresi che la fecero realizzare per l’arrivo a Padova dell’imperatore Carlo IV per celebrare il loro potere e la loro ricchezza.

    Sempre legata alla committenza dei Carraresi è la decorazione del Battistero, trasformato in mausoleo di Francesco il Vecchio da Carrara e della moglie Fina Buzzaccarini. È stata proprio Fina a incaricare Gusto de’ Menabuoi per realizzare l’intero ciclo pittorico con episodi dell’Antico e Nuovo Testamento e la decorazione della cupola. La sensibilità del gusto femminile della committente si ritrova soprattutto negli episodi dove è possibile sottolineare particolarmente la sfera sentimentale ed emotiva.

    La Cittadella Antoniana

    La costruzione del complesso monumentale dedicato a Sant’Antonio fu iniziata nel 1232 per custodire la tomba del Santo.

    Per la decorazione dell’edificio fu chiamato Giotto all’inizio del Trecento e si occupò degli affreschi della Cappella della Madonna Mora e della Sala del Capitolo.

    Nella Basilica si sono susseguite committenze ad altri grandi artisti del Trecento: Altichiero da Zevio e Jacopo Avanzi nella cappella di San Giacomo della famiglia Lupi di Soragna e Giusto de’ Menabuoi nella cappella Belludi, entrambe casate legate alla Signoria Carrarese.

    Tra le opere di Giusto va ricordata la suggestiva veduta di Padova, un’istantanea della città nel Trecento.

    Affacciato sul sagrato della Basilica del Santo sorge l’Oratorio di San Giorgio, mausoleo della famiglia Lupi.  L’Oratorio di San Giorgio presenta un ciclo pittorico dipinto da Altichiero con Jacopo da Verona.

    L’Oratorio di San Michele

    Dell’Oratorio di San Michele sappiamo con certezza la data di costruzione, 1397, il nome del committente, Pietro di Bartolomeo de Bovi, e il nome dell’artista che realizzò la decorazione, Jacopo da Verona grazie ad un’iscrizione posta nell’affresco. Al suo interno sono narrate in pittura le storie della Vita della Vergine: Annunciazione, Natività e Adorazione dei magi, Ascensione, Pentecoste, Morte della Vergine e San Michele.

    La pittura italiana del Trecento

    Fino ai primi decenni del Duecento la pittura italiana si presentava ancora condizionata da quella bizantina con forme umane statiche e ieratiche con fondo dorato.

    Il primo tentativo di staccarsi da questo modello è proprio quello di sostituire i fondali color oro con paesaggi per ottenere l’idea di profondità spaziale. Le figure invece continuavano a essere fisse e senza peso, disponendosi in modo disordinato su piani non ancora strutturati in prospettiva.

    Cercano di creare effetti di tridimensionalità su una superficie piatta utilizzando due tecniche: il chiaroscuro e la prospettiva. Il chiaroscuro giocava sull’uso della luce per creare volumi; infatti un oggetto solido colpito frontalmente da una luce mostra anche una sua parte in ombra che veniva resa in modo più scuro in pittura. Lavorando su questa parte più scura dell’immagine era possibile dare effetti di corposità e quindi di profondità. La profondità negli sfondi poteva invece essere resa i due modi: con la prospettiva lineare, che inseriva immagini sempre più piccole dal primo piano alla linea dell’orizzonte o con la prospettiva di colore, che prevedeva l’utilizzo di colori molto vivaci nei primi piani che diventano sempre più leggeri andando verso l’orizzonte. Per uno studio sistematico della prospettiva vera e propria bisognerà attendere il Quattrocento in cui sarà caposaldo nelle grandi opere del Rinascimento italiano.

    La pittura italiana stava però diventando un immenso laboratorio sperimentale; si lavora sulla figura umana, non più rappresentata solo frontalmente, ma ripresa in più posizioni, compresa quella in scorcio, e l’umanizzazione delle figure, che apparivano non più statiche e prive di ogni emozione ma con tratti riconoscibili (ritratti) ed espressività dei sentimenti. Il più importante innovatore in tale processo fu Giotto abilissimo ad utilizzare le tecniche riguardanti lo spazio visivo prospettico e il gioco di luci ed ombre.

    Protagonisti

    Giotto (1267 ca. – 1337)

    Nasce da una famiglia di contadini a Vicchio nel Mugello vicino Firenze. La leggenda vuole che il giovane Giotto fosse notato da Cimabue mentre pascolando le sue pecore le ritraeva su di un sasso, di certo diventa suo allievo e con lui lavora a Firenze per poi recarsi a Roma e ad Assisi. Intorno al 1290 apre la propria bottega ma le sue committenze alla fine del Duecento e nei primi anni del Trecento si dividono tra Assisi e Roma dove inizia ad affermarsi. Diventa un artista molto apprezzato e molto ricco, tanto da superare il suo maestro Cimabue e da essere chiamato a nord per lavorare, prima in Emilia e poi a Padova. Qui viene chiamato per affrescare la Cappella degli Scrovegni tra il 1303 e il 1306 circa. Rientra a Firenze intorno al 1311 e tra il 1320 e il 1325 lavora alle Cappelle di famiglie facoltose, come la Cappella dei Bardi e la Cappella dei Peruzzi in Santa Croce.

    Viene chiamato a Napoli da Carlo D’Angiò intorno al 1327 per poi ritornare a Firenze quando viene nominato capomastro dell’Opera del Duomo di Firenze. Inizia i lavori per la realizzazione del Campanile, che da lui prende il nome, ma che non riesce a terminare, muore infatti l’8 gennaio 1337.

    Giotto è famoso per avere introdotto la prospettiva nell’arte medievale. Era una prospettiva ancora grezza, detta “a spina di pesce”, in cui le linee di fuga non convergevano su un unico punto, come avviene nella prospettiva che conosciamo oggi, ma si disponevano su vari punti disposti lungo un’asse.

     

    Legami tra i siti Unesco italiani

    I cicli affrescati del quattordicesimo secolo di Padova... Assisi, la Basilica di San Francesco e altri siti francescani

    Nei cicli pittorici presenti ad Assisi e a Padova si riesce a riconoscere l’evoluzione stilistica di Giotto. Negli affreschi della Basilica Superiore di Assisi, eseguiti tra il 1288 e il 1292 Giotto mostra ancora tratti bizantineggianti, oltre all’influsso di Cimabue al fianco del quale lavora. Nella Cappella degli Scrovegni vediamo invece una ricerca spaziale che si scosta in modo significativo dall’esperienza precedente creando illusioni ottiche prospettiche. In entrambi i casi si riconosce però la cifra stilistica dell’artista che punta a rompere con la pittura precedente.

    I cicli affrescati del quattordicesimo secolo di Padova... Cattedrale, Torre Civica e Piazza Grande di Modena

    In entrambi i siti vediamo coinvolti artisti che raccontano uno spaccato della società in cui vivono. Sono rappresentati, in pittura a Padova e in scultura a Modena, i valori religiosi e civici legati all’economia, alla vita spirituale, politica e sociale delle città in epoca Comunale.

     

    Glossario
    Glossario

    Banchiere – s. m., nel Medioevo aveva il compito di cambiavalute e si occupava di operazioni di deposito e prestito.

    Devozione – s. m., sentimento di venerazione e preghiera verso Dio.

    Autocelebrazione – s. f., riconoscimento pubblico dei propri valori e meriti, reali o presunti.

    Controfacciata – s. f., parete interna di un edificio che si trova dietro alla facciata.

    Prospettiva – s. f., rappresentazione degli oggetti nello spazio, in modo da raggiungere l’effetto della terza dimensione su una superficie bidimensionale.

    Podestà – s. m., la più alta carica civile nel governo delle città dell’Italia centro-settentrionale durante il Medioevo.

    Allegoria – s. f., è una figura retorica per cui un concetto viene espresso attraverso un’immagine. Indica l’idea di “parlare in altro modo”, invitando a leggere tra le righe qualcosa che non è espressamente indicato in un contesto determinato.

    Biada – s. f., nome generico dei cereali usati come foraggio, cibo, per gli animali d’allevamento.

    Ascendenti dello zodiaco – l’ascendente è il segno zodiacale che sorge al momento della nascita di una persona sull’orizzonte orientale; secondo la tradizione ne può influenzare e segnare il carattere.

    Committenza – s. f., chi ordina opere d’arte, di pittura, scultura e architettura ad artisti.

    Mausoleo – s. m., è una tomba privata monumentale, realizzata per ricordare nel tempo grandi personalità.

    Casata – s. f., indica una famiglia aristocratica o illustre.

Iscrizione UNESCO

2021, Fuzhou (China)/Online meeting, 44 ͣ  sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale.

 

Sito Culturale

Centro Storico-Città d’arte, Età Medievale

Italia nord-orientale, Regione Veneto, Provincia di Padova.

Criteri di Iscrizione

Criterio (ii): I cicli di affreschi padovani illustrano l’importante scambio di idee che esisteva tra i protagonisti del mondo della scienza, della letteratura e delle arti visive nel clima preumanista della Padova del primo Trecento. Nuovi scambi di idee avvenivano anche tra i committenti e gli artisti di altre città italiane che erano stati chiamati a Padova per collaborare ai vari cicli di affreschi ispirati da allegorie scientifiche e astrologiche o da idee sulla storia sacra desunte da intellettuali e studiosi coevi. Gli artisti dimostrarono grande abilità nel dare forma visiva a queste idee e le loro capacità tecniche permisero ai cicli di affreschi padovani non solo di diventare un modello per altri, ma anche di dimostrarsi notevolmente resistenti al passare del tempo. Il gruppo di artisti in cerca di innovazione che si riunì a Padova nello stesso periodo favorì uno scambio di idee e di conoscenze che portò ad un nuovo stile nell’illustrazione dell’affresco. Questo nuovo stile di affresco non solo influenzò Padova per tutto il XIV secolo, ma costituì la base ispiratrice per secoli di affreschi nel Rinascimento italiano e oltre. Con questa vera e propria rinascita di una tecnica pittorica, Padova fornì un nuovo modo di vedere e di raffigurare il mondo, preannunciando l’avvento della prospettiva rinascimentale. Le innovazioni segnano una nuova era nella storia dell’arte, producendo un irreversibile cambio di direzione.

Integrità

Le quattro parti che lo compongono comprendono otto complessi di edifici nel centro di Padova – alcuni pubblici, altri privati, alcuni laici, altri religiosi – presentano un approccio complessivo condiviso in termini di tecniche, temi, datazione e stile, e testimoniano nuovi programmi di scelte narrative e figurative nella pittura ad affresco. Essi illustrano la gamma completa dei vari aspetti dell’innovazione nell’affresco italiano del XIV secolo.

Gli enti istituzionali (Comune di Padova, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Università di Padova) proprietari dei diversi siti hanno promosso interventi di ricerca, manutenzione e restauro necessari a mantenere in buono stato di conservazione i vari cicli di affreschi. Tale lavoro fa sì che ciascuna delle singole parti possa ancora essere letta e compresa, sia individualmente che in relazione tra loro.

Autenticità

Le caratteristiche del bene illustrano l’autenticità del materiale, della progettazione, in particolare della lavorazione, dell’ambientazione e in una certa misura dello spirito e del sentimento in relazione ai concetti religiosi che evocano. L’autenticità si esprime ulteriormente nel legame inscindibile tra gli affreschi e gli spazi architettonici interni di cui fanno parte così come la costruzione architettonica degli edifici storici. Tutti i componenti conservano testimonianze autentiche dei cicli di affresco, del supporto materico su cui gli affreschi sono dipinti, dell’intonaco, dei pigmenti e dei leganti che venivano utilizzati nell’affresco e delle pitture stesse. Sebbene frammenti di questi affreschi abbiano in passato subito distacchi localizzati, ad esempio nella Cappella degli Scrovegni, nel Battistero del Duomo, o nella Cappella dei Carraresi, questi frammenti sono stati tutti ricollocati nelle posizioni originarie durante i passati trattamenti conservativi.

I cicli di affreschi di Padova sono ancora perfettamente leggibili, e l’iconografia utilizzata al loro interno può essere identificata come opera autentica di noti artisti trecenteschi. Tutti gli affreschi sono ancora nelle loro posizioni originali, nel luogo stesso in cui e per cui sono stati dipinti. Il contesto complessivo all’interno del quale si collocano – cioè l’area che contiene gli edifici che ospitano i diversi cicli – è ancora quello che era il cuore della città racchiuso entro le antiche mura e che ora coincide con il centro storico della città.

Estensione del bene


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