Il bene si trova nel Nord Italia, lungo la catena appenninica. È un bene seriale, composto da sette siti che includono al loro interno oltre il 90% delle rocce evaporitiche affioranti sul territorio. Il sito è composto da un insieme di morfologie carsiche, grotte e sorgenti evaporitiche di straordinario valore non solo geologico e geomorfologico ma anche paleontologico, biologico, archeologico e per la storia dell’arte. L’eccezionalità è legata alla combinazione unica di fattori geologici e climatici che coesistono in questo territorio.
Da un punto di vista geologico due importanti fasi di disseccamento marino hanno portato alla deposizione di notevoli spessori di gesso in questa regione: l’apertura dell’Oceano Atlantico nel Mesozoico e la “Crisi di salinità” del Mediterraneo nel Miocene. L’affioramento di rocce evaporitiche in quest’area relativamente ristretta è reso oggi possibile oltre che da una peculiare combinazione di fenomeni orogenici anche da condizioni climatiche subtropicali umide (secondo la classificazione di Köppen) che hanno permesso il formarsi di manifestazioni carsiche senza arrivare alla completa dissoluzione dei depositi. In epoca romana la presenza di grotte naturali nel gesso ha facilitato l’estrazione di splendidi cristalli trasparenti utilizzati nelle intelaiature delle finestre, al posto del vetro. La vicinanza alla prima Università e un florido ambiente culturale alla fine del XVII secolo portarono proprio in quest’area alla nascita delle discipline della speleologia, mineralogia e idrogeologia nelle evaporiti. Per questo motivo gran parte delle scoperte scientifiche riguardanti il carsismo evaporitico devono la loro origine a questi luoghi: per l’evidenza dei fenomeni, per la loro accessibilità e per la combinazione unica di fattori climatici e geologici.
Il sito è il risultato unico della deposizione di sali di gesso e salgemma (alite) durante due degli eventi geologici più impressionanti della storia della Terra: la disgregazione del supercontinente Pangea avvenuta circa 200 milioni di anni fa e la catastrofe ecologica che colpì il Mar Mediterraneo circa 6 milioni di anni, fa conosciuta come “Crisi di Salinità del Mediterraneo”. Nell’area dell’Appennino settentrionale la peculiare collocazione delle rocce e l’alternanza delle fasi glaciali e interglaciali hanno creato anche le condizioni per la formazione di manifestazioni carsiche uniche. Le grotte epigeniche ospitate in gesso puro e in formazioni di gesso-anidrite, tra le più grandi, profonde e complesse al mondo, si sono sviluppate durante due diversi cicli carsici: durante la Crisi di Salinità Mediterranea (fase intra-messiniana) e durante l’Olocene. Gli speleotemi formati nelle grotte nel ciclo attuale, cioè per oltre 500.000 anni, consentono la ricostruzione dettagliata dell’evoluzione del clima ma anche testimonianze dei cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi decenni. L’idrogeologia di queste aree carsiche è conosciuta con assoluta precisione, attraverso oltre 50 studi internazionali pubblicati finora. I grandi acquiferi carsici, spesso complessi, sono stati studiati e descritti in dettaglio, in particolare quello che alimenta la più grande sorgente salina carsica d’Europa: le Fonti di Poiano. Le caratteristiche geomorfologiche, mineralogiche e idrogeologiche tuttavia non sono gli unici aspetti di spicco del carsismo e delle grotte evaporitiche dell’Appennino settentrionale. In queste aree sono stati infatti rinvenuti alcuni rari e ben conservati resti paleontologici di fauna intramessiniana e del Pleistocene superiore. I sistemi carsici più antichi, infatti, contengono una fauna continentale risalente al Miocene Superiore (5,6 milioni di anni fa) di riferimento a scala globale e reperti archeologici preistorici che hanno contribuito a gettare le basi della paletnologia italiana nella seconda metà dell’Ottocento. L’area, inoltre, ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo di numerose discipline scientifiche tra cui la speleologia, la mineralogia e l’idrogeologia e ancor prima, attraverso la conoscenza empirica e gli usi peculiari dei depositi evaporitici: quasi 2000 anni fa alcune delle grotte naturali furono trasformate dai romani in miniere per l’estrazione di splendidi cristalli trasparenti, da utilizzare nelle strutture delle finestre al posto del vetro. Per la vicinanza ad importanti vie di comunicazione fin dall’epoca romana e per il fermento culturale che ha interessato questi territori anche per la vicinanza ad eminenti università fin dal 1600, il carso e le grotte dell’Appennino settentrionale furono il primo e il più studiato carso evaporitico del mondo. Al suo interno sono state sviluppate numerose teorie speleogenetiche sulle grotte di gesso e anidrite che, solo per citarne alcune, riguardano:Le caratteristiche del sito


