Illustrazione Sara Filiputti
Il Carsismo nelle Evaporiti e Grotte dell’Appennino Settentrionale costituiscono gli esempi più completi, notevoli e accessibili dei fenomeni carsici dei gessi e dell’anidrite in condizioni di clima subtropicale umido. Situato nel nord Italia, questo sito seriale riunisce le aree più studiate a livello internazionale per quanto riguarda l’idrogeologia, la mineralogia e la speleologia dei sistemi carsici evaporitici. Le rocce evaporitiche di questa proprietà furono depositate in due periodi geologici distinti: la disgregazione del supercontinente Pangea (circa 200 milioni di anni fa) e durante la catastrofe ecologica quando il Mar Mediterraneo evaporò in gran parte (circa 6 milioni di anni fa). Il sistema di grotte si è sviluppato negli ultimi 500.000 anni.
Il sito ospita diversi tipi di evoluzione mineralogica del gesso, compresa la sua trasformazione in anidrite e alabastro, e numerosi speleotemi e minerali peculiari di quest’area, grazie a un complesso rapporto tra rocce, evoluzione geologica e clima.
Le esplorazioni e le scoperte avvenute in quest’area – descritte nelle pubblicazioni speleologiche pionieristiche – sono considerate pietre miliari nello sviluppo delle geoscienze. La proprietà comprende la grotta evaporite con il salto più profondo del mondo, la grotta epigenetica più grande del mondo e la sorgente salina carsica più grande d’Europa
In una fascia molto stretta – costituita da falesie verticali emergenti dalle argille circostanti – è possibile studiare l’evoluzione dei depositi evaporitici mesozoici e cenozoici, con la stessa facilità di accesso che portò alla loro esplorazione fin dall’era prescientifica. Molte grotte sono state esplorate fin dalla preistoria e sono diventate una delle prime aree di scavo di lapis specularis, gli splendidi cristalli trasparenti, che hanno sostituito il vetro in epoca romana.
- Valore UNESCO
Il bene si trova nel Nord Italia, lungo la catena appenninica. È un bene seriale, composto da sette siti che includono al loro interno oltre il 90% delle rocce evaporitiche affioranti sul territorio. Il sito è composto da un insieme di morfologie carsiche, grotte e sorgenti evaporitiche di straordinario valore non solo geologico e geomorfologico ma anche paleontologico, biologico, archeologico e per la storia dell’arte. L’eccezionalità è legata alla combinazione unica di fattori geologici e climatici che coesistono in questo territorio.
Da un punto di vista geologico due importanti fasi di disseccamento marino hanno portato alla deposizione di notevoli spessori di gesso in questa regione: l’apertura dell’Oceano Atlantico nel Mesozoico e la “Crisi di salinità” del Mediterraneo nel Miocene. L’affioramento di rocce evaporitiche in quest’area relativamente ristretta è reso oggi possibile oltre che da una peculiare combinazione di fenomeni orogenici anche da condizioni climatiche subtropicali umide (secondo la classificazione di Köppen) che hanno permesso il formarsi di manifestazioni carsiche senza arrivare alla completa dissoluzione dei depositi. In epoca romana la presenza di grotte naturali nel gesso ha facilitato l’estrazione di splendidi cristalli trasparenti utilizzati nelle intelaiature delle finestre, al posto del vetro. La vicinanza alla prima Università e un florido ambiente culturale alla fine del XVII secolo portarono proprio in quest’area alla nascita delle discipline della speleologia, mineralogia e idrogeologia nelle evaporiti. Per questo motivo gran parte delle scoperte scientifiche riguardanti il carsismo evaporitico devono la loro origine a questi luoghi: per l’evidenza dei fenomeni, per la loro accessibilità e per la combinazione unica di fattori climatici e geologici.
Le caratteristiche del sito
Il sito è il risultato unico della deposizione di sali di gesso e salgemma (alite) durante due degli eventi geologici più impressionanti della storia della Terra: la disgregazione del supercontinente Pangea avvenuta circa 200 milioni di anni fa e la catastrofe ecologica che colpì il Mar Mediterraneo circa 6 milioni di anni, fa conosciuta come “Crisi di Salinità del Mediterraneo”.
Nell’area dell’Appennino settentrionale la peculiare collocazione delle rocce e l’alternanza delle fasi glaciali e interglaciali hanno creato anche le condizioni per la formazione di manifestazioni carsiche uniche.
Le grotte epigeniche ospitate in gesso puro e in formazioni di gesso-anidrite, tra le più grandi, profonde e complesse al mondo, si sono sviluppate durante due diversi cicli carsici: durante la Crisi di Salinità Mediterranea (fase intra-messiniana) e durante l’Olocene. Gli speleotemi formati nelle grotte nel ciclo attuale, cioè per oltre 500.000 anni, consentono la ricostruzione dettagliata dell’evoluzione del clima ma anche testimonianze dei cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi decenni.
L’idrogeologia di queste aree carsiche è conosciuta con assoluta precisione, attraverso oltre 50 studi internazionali pubblicati finora. I grandi acquiferi carsici, spesso complessi, sono stati studiati e descritti in dettaglio, in particolare quello che alimenta la più grande sorgente salina carsica d’Europa: le Fonti di Poiano.
Le caratteristiche geomorfologiche, mineralogiche e idrogeologiche tuttavia non sono gli unici aspetti di spicco del carsismo e delle grotte evaporitiche dell’Appennino settentrionale. In queste aree sono stati infatti rinvenuti alcuni rari e ben conservati resti paleontologici di fauna intramessiniana e del Pleistocene superiore. I sistemi carsici più antichi, infatti, contengono una fauna continentale risalente al Miocene Superiore (5,6 milioni di anni fa) di riferimento a scala globale e reperti archeologici preistorici che hanno contribuito a gettare le basi della paletnologia italiana nella seconda metà dell’Ottocento.
L’area, inoltre, ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo di numerose discipline scientifiche tra cui la speleologia, la mineralogia e l’idrogeologia e ancor prima, attraverso la conoscenza empirica e gli usi peculiari dei depositi evaporitici: quasi 2000 anni fa alcune delle grotte naturali furono trasformate dai romani in miniere per l’estrazione di splendidi cristalli trasparenti, da utilizzare nelle strutture delle finestre al posto del vetro.
Per la vicinanza ad importanti vie di comunicazione fin dall’epoca romana e per il fermento culturale che ha interessato questi territori anche per la vicinanza ad eminenti università fin dal 1600, il carso e le grotte dell’Appennino settentrionale furono il primo e il più studiato carso evaporitico del mondo.
Al suo interno sono state sviluppate numerose teorie speleogenetiche sulle grotte di gesso e anidrite che, solo per citarne alcune, riguardano:
- evoluzione antigravitativa;
- il ruolo della CO ₂ nella dissoluzione del gesso e nella deposizione di speleotemi carbonatici;
- il ruolo della condensazione nella speleogenesi dei gessi;
- la possibilità di utilizzare le stalagmiti e le deviazioni nei loro assi di crescita come indicatori di terremoti passati;
- la possibilità di utilizzare speleotemi di calcite nelle grotte di gesso come indicatori paleoclimatici;
- la genesi di un particolare fenomeno carsico, le “anse ipogee”, sconosciuto in altre parti del mondo e testimoniato da sistemi di grotte sviluppatesi ai margini delle montagne.
Per saperne di più
Le componenti del sito
Il sito riunisce le grotte e i fenomeni carsici di sette aree distinte:
Alta Valle Secchia (Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano)
L’area dei Gessi Triassici si estende per circa 10 km lungo l’alta Val Secchia, dove il fiume ha inciso profondamente la formazione geologica che dà il nome al sito. I Gessi Triassici, tra i più antichi dell’Appennino settentrionale, risalgono ad oltre 200 milioni di anni fa e si possono ben osservare nelle bianche e ripide pareti verticali, alte fino a 250 m, di Monte Rosso, di Monte Carù e di Monte Merlo, nel fondovalle del Secchia. Sono rocce di origine evaporitica, depositatesi quando le acque dell’antico mare della Tetide, evaporando all’interno di ampie lagune, depositarono gesso e sale. Il sale, più solubile del gesso, si trova oggi soltanto in profondità e viene disciolto dalle acque che si infiltrano all’interno dell’ammasso gessoso. È questo il motivo per cui le acque delle Sorgenti di Poiano sono salate, ed è proprio per l’elevata solubilità di queste rocce che in quest’area si manifestano fenomeni carsici che danno origine a piccole doline, inghiottitoi e grotte. Le fonti di Poiano sono la più copiosa sorgente carsica della regione, con una portata media di oltre 700 I/sec.
Bassa Collina Reggiana (Paesaggio Protetto della Collina Reggiana)
Questo paesaggio protetto è localizzato nella fascia di bassa collina reggiana parallela alla via Emilia intorno agli affioramenti gessosi del Messiniano noti come Gessi Reggiani. Presentano un paesaggio di rupi e doline, forre e grotte (una quarantina) entro le quali si sviluppa un reticolo idrologico praticamente invisibile all’esterno. Gli affioramenti gessosi sono lambiti a valle da formazioni plioceniche prevalentemente argillose e protetti a monte da una dorsale calcareo-marnosa con intervalli arenacei facente parte del complesso caotico delle “Argille Scagliose”, che culmina a circa 500 m s.l.m. presso Ca’ del Lupo (Vezzano) e Ca’ del Vento (Albinea).
Gessi di Zola Predosa
Rappresentano l’estrema propaggine dei Gessi Bolognesi e qui il carsismo si manifesta con una varietà di forme superficiali: valli cieche, doline (fino a 1 km di diametro), singolari fenomeni di dissoluzione come i solchi a candela e diverse bolle di distacco che bucano le superfici degli altopiani, mancano solo vere e proprie forre. Il sistema ipogeo non è meno importante. La area è stata interessata da attività estrattive, sia di superficie che in galleria, che hanno modificato in modo permanente alcuni settori.
La peculiarità dei Gessi di Zola Predosa, sta soprattutto nella testimonianza del carsismo antico presente nella paleogrotta Grotta di Monte Rocca, che risale a 5 milioni di anni fa. I sedimenti che hanno riempito questo sistema carsico antico al momento della loro deposizione erano orizzontali, ora però risultano inclinati, segno che risale ad un periodo antecedente alle ultime fasi tettoniche. Questa paleocavità e il suo riempimento sedimentario sono i migliori esempi del ciclo carsico intramessiniano nei pressi di Bologna e dimostrano che questa breve emersione dei gessi, con la sua estesa fase di carsismo, si è verificata in diversi lembi, probabilmente isolati, di cui la Cava del Monticino presso Brisighella e la paleocavità di Zola Predosa sono i migliori esempi sopravvissuti fino ad oggi.
Gessi Bolognesi (Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa)
I Gessi Bolognesi sono un complesso carsico tra i più importanti e studiati d’Europa, ricco di forme erosive spettacolari e di cavità, dove trovano rifugio specie vegetali e animali di notevole interesse scientifico. Sono caratterizzati da affioramenti di gesso cristallino e calanchi. Il torrente Idice lo attraversa segnando il settore orientale del parco, dove le dolci ondulazioni collinari di Ozzano dell’Emilia sono interrotte dai crinali tormentati dei calanchi dell’Abbadessa. Famoso il complesso sistema di grotte, esplorato nel passato da studiosi ed appassionati, che ha restituito molti reperti fossili raccolti presso il Museo Archeologico L. Donini, ambienti ancora oggi molto importanti per le diverse specie di chirotteri che abitano questo delicato ambiente ipogeo. La grotta della Spipola è l’unica che si può visitare e che permette di osservare un mondo suggestivo e peculiare, in passato messo in pericolo dall’attività di estrazione della cosiddetta selenite, materiale largamente impiegato nelle costruzioni urbane di Bologna fino all’800. Argille scagliose formano invece il paesaggio a calanchi tipico della parte più orientale dall’area, con ricche fioriture primaverili di Sulla e Ginestra.
Vena del Gesso Romagnola (Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola)
Spicca tra le eccellenze dell’Appennino settentrionale come unica catena montuosa costituita quasi esclusivamente da gesso. La spettacolare bastionata gessosa con pareti alte, a tratti, oltre un centinaio di metri è da considerare un vero e proprio “monumento geologico” che caratterizza, in modo indelebile, il basso Appennino imolese e faentino. Incastonata tra la più antica Formazione Marnoso-arenacea a sud e la più recente Formazione Argille Azzurre (calanchi) a nord, la Vena del Gesso si estende, per uno sviluppo lineare di circa 25 chilometri tra le Province di Bologna e Ravenna. L’intera superficie degli affioramenti gessosi non supera però i 10 chilometri quadrati. Anche la più recente storia dell’Uomo, frutto dell’antico legame con questo territorio, è ricca di motivi di interesse. Una storia le cui prime testimonianze risalgono all’età protostorica, quando le grotte furono utilizzate come luoghi di sepoltura e di culto. L’uomo ha poi occupato stabilmente la Vena, modificandone il paesaggio e lasciando testimonianze, spesso invadenti e negative, della propria presenza e delle proprie attività. Oggi, l’intera formazione gessosa è posta all’interno del Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola e si può quindi considerare adeguatamente protetta; fa clamorosamente eccezione la zona di Monte Tondo, ancora interessata dalle attività estrattive.
Evaporiti di San Leo (sito Natura 2000)
L’affioramento gessoso dei cosiddetti Gessi di Rio Strazzano e Legnagnone emerge in un’area che dal punto di vista morfologico è chiamata la Colata Gravitativa della Val Marecchia. Dalle ondulazioni argillose estese emergono come scogli gli affioramenti calcarenitici come quelli di San Leo. Questo affioramento dà origine ad un sistema carsico superficiale e profondo di eccezionale valore per le sue caratteristiche uniche.
Nel sito il gesso è presente in forma microcristallina (alabastro). La sua origine è legata a grandi frane sottomarine che hanno interessato i depositi di selenite nel Messiniano, circa 5,6 milioni di anni fa. Va inoltre citata la Grotta di Rio Strazzano dove il gesso bianco microcristallino del torrente Strazzano è tagliato da un peculiare sistema carsico. Parallelamente al suo corso esterno, che si svolge in parte in ambienti di gravina, il torrente ha generato condotti carsici che oggi costituiscono il normale percorso di scorrimento. La valle esterna è sospesa a circa 1,5 m sopra la condotta ed è normalmente asciutta a meno che il sistema sotterraneo non sia completamente allagato. Per quanto ne sappiamo, la grotta rappresenta l’unico esempio al mondo in cui i condotti carsici attraversano il gesso alabastrino formatosi a spese dei cristalli di selenite. La cavità contiene cristalli che possono raggiungere i 30 cm di diametro.
Gessi della Romagna Orientale (Riserva Naturale Regionale di Onferno)
I gessi si trovano all’interno della Riserva Naturale Regionale di Onferno asssieme ad altri ambienti del composito paesaggio della bella valle del Conca, come le pareti arenacee della Ripa della Morte e i vicini calanchi. La principale emergenza è la grotta che si apre sotto lo sperone gessoso dove nel medioevo sorgeva il castello di Inferno. Con una temperatura interna di circa 15°C gradi che si mantiene costante durante tutto l’anno, la grotta si è originata dalle acque meteoriche che hanno dissolto il gesso. La cavità è caratterizzata da vistose concrezioni colorate dagli acidi organici e dalla presenza della più importante colonia di pipistrelli della regione, oltre 8000 individui. La particolare geomorfologia ha favorito la presenza di piante tipiche di climi più freschi che arricchiscono la biodiversità dell’area. La riserva regionale protegge circa 130 ettari, oltre alla cavità, anche la circostante area calanchiva, comprende altre manifestazioni carsiche come doline e inghiottitoi, pareti rocciose e boschi che compongono il mosaico di ambienti idonei al sostentamento della importante colonia di chirotteri.
Un primato: la storia degli studi
La combinazione tra l’attestazione di numerosi fenomeni carsici, atipici nel panorama regionale e di grande presa sugli scienziati, e la contemporanea presenza a Bologna, a breve distanza dagli stessi affioramenti gessosi, dell’Università più antica al mondo, particolarmente attiva nel campo delle scienze naturali, fece sì che le evaporiti regionali, in primo luogo i Gessi Bolognesi, conoscessero, a partire dalla prima età moderna, precoci indagini scientifiche: di fatto i gessi dell’Emilia-Romagna si pongono come le prime aree gessose al mondo ad essere state studiate.
Ripercorrendo a grandi tappe e in relazione ai soli personaggi principali l’evoluzione di tali ricerche sino al XIX secolo, il primato, nel tardo Cinquecento, è del bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), organizzatore di un suo museo di storia naturale personale e autore del Musaeum Metallicum (pubblicato postumo nel 1648), il quale si occupò di speleotemi provenienti da grotte dei Gessi Bolognesi, verosimilmente presso Monte Donato e oggi non più rintracciabili. A cavallo tra XVII e XVIII secolo spiccano le figure di Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730), fondatore dell’Istituto delle Scienze bolognese e padre della moderna oceanografia, e Antonio Vallisneri (1661-1730), che trattò sia delle evaporiti triassiche dell’Alta Valsecchia sia dei Gessi messiniani reggiani. Nel pieno XVIII secolo, il grande biologo Lazzaro Spallanzani (1729-1799), frequentò i Gessi messiniani dove visitò le cave di selenite e raccolse campioni per il proprio museo personale, conservato oggi nei Musei civici di Reggio Emilia. A partire dalla metà circa del XIX secolo, Giuseppe Scarabelli (1820-1905) e Giacomo Tassinari (1812-1900) intrapresero in coppia fondamentali studi geologici e paletnologici nella Vena del Gesso romagnola, presentati in occasione del V Congresso di Antropologia e Archeologia Preistoriche tenutosi a Bologna nel 1871. Sia Scarabelli sia Tassinari lasciarono un’eredità culturale importante a Imola, dove operarono per gran parte della vita. Infine, Giovanni Capellini (1833-1922), geologo dell’Università di Bologna, primo titolare di una cattedra in geologia stabilita dal Regno d’Italia, si interessò, tra le altre cose, della Grotta del Farneto (dove Francesco Orsoni (1849-1906), studioso non accademico ma comunque legato a Capellini, aveva intrapreso i primi scavi archeologici) e del Buco delle Candele nei Gessi Bolognesi.
L’attività estrattiva del gesso nel basso Appennino reggiano
Fin dall’antichità il gesso è stato oggetto di sfruttamento, diventando sia fonte primaria di sussistenza per gli abitanti locali e con una gestione famigliare. L’estrazione si intensifica, anche se con fasi alterne, soprattutto tra la metà del XV secolo e la metà dell’800, sotto il dominio degli Estensi, in funzione dei bisogni per la costruzione degli edifici monumentali del capoluogo, anche se va sottolineato che ben poco profitto ne veniva ai cavatori i quali erano sottoposti ad estenuanti fatiche a fronte di ben miseri guadagni. Dopo l’unità d’Italia, si costituirono nell’area grandi industrie edilizie: come la Società Anonima per la Fabbricazione del Cemento, della Calce Idraulica e del Gesso o la Società Brindani-Leoni-Braglia che si avvaleva di una fornace a fuoco continuo.
Questa industrializzazione segnò la fine della secolare produzione a carattere familiare e l’avvio delle grandi escavazioni con mezzi meccanici sempre più “moderni”, portando questa attività economica al terzo posto a livello provinciale, preceduta solamente da quelle casearia e suinicola.
Abbandonate le piccole cave, l’estrazione si concentrò a Ventoso di Scandiano e a Vezzano sul Crostolo, con effetti sempre più vistosi di trasformazione del paesaggio e mai tenendo in alcuna benché minima considerazione i fenomeni carsici incontrati durante l’avanzamento dei fronti di scavo.
Nel periodo compreso tra i due eventi bellici mondiali l’attività estrattiva diminuì per poi riprendere nel secondo dopoguerra per far fronte alla crescente espansione edilizia e alla aumentata richiesta di gesso da utilizzare in agricoltura, nella conservazione degli alimenti, come disinfettante, fertilizzante e chiarificatore di vini. Alla fine degli anni ’60 le cave di Vezzano divennero di proprietà della CIG (Compagnia Italiana Gessi) che introdusse nuove tecniche di escavazione basate sull’apertura di grandi gallerie, col metodo delle “camere e pilastri”, portando di fatto alla creazione di importanti cavità all’interno della montagna. L’attività estrattiva terminò all’inizio degli anni ’90 chiudendo una lunga storia di lavoro e di sfruttamento di una risorsa naturale che ha profondamente segnato le persone e il paesaggio passando da un’economia di sussistenza ad un profitto intensivo incurante della qualità dell’ambiente e profonde ferite inferte ai fianchi delle montagne che il tempo fatica a cancellare.
I chirotteri
Nell’immaginario collettivo i pipistrelli sono indubbiamente l’elemento faunistico più caratteristico dell’ambiente cavernicolo. Le aree carsiche degli affioramenti gessosi dell’Emilia-Romagna rappresentano effettivamente un habitat di straordinario significato naturalistico per numerose specie di chirotteri.
La chirotterofauna degli affioramenti gessosi dei geositi regionali è costituita da almeno 19 specie, pari a circa il 75% dei pipistrelli presenti in Emilia-Romagna. Appare evidente la ricchezza delle specie accertata nei siti gessosi, tra cui alcune minacciate di estinzione e ormai molto rare, fanno di questi ambienti carsici e rocciosi veri e propri “luoghi strategici” per la conservazione dei chirotteri non solo a livello regionale ma anche nazionale. Occorre inoltre ricordare che, nonostante il declino verificatosi negli ultimi 50 anni, le popolazioni di chirotteri presenti nelle aree gessose sono spesso quantitativamente rilevanti, con colonie che superano, a seconda delle specie, le centinaia o migliaia di esemplari, costituendo “specie chiave” per l’ecologia cavernicola delle nostre grotte in quanto fonte primaria di materia organica, gradino alimentare fondamentale nell’ecosistema ipogeo.
I gessi: dove scienza e storia si incontrano
Le cavità gessose dell’Emilia Romagna mostrano una intensa frequentazione antropica, a partire dal periodo protostorico, grazie alla felice posizione geografica di questo territorio che è stato un luogo di passaggio e d’incontro tra le varie popolazioni, a partire probabilmente dal Paleolitico, ma con sempre maggiore enfasi in seguito all’avvento delle Età dei Metalli.
Le condizioni climatico-ambientali prodottesi alla fine dell’ultima crisi climatica hanno favorito l’avvicinamento dell’uomo alle grotte ospitate negli affioramenti evaporitici, anche se, a volte, solo per periodi puramente stagionali, oppure per frequentazioni saltuarie. I reperti ritrovati nell’area bolognese mostrano due aspetti differenti: da una parte similitudini con oggetti ritrovati Liguria, Lombardia e Veneto, dall’altra hanno caratteristiche tipiche della zona adriatico-peninsulare che fanno ritenere quest’area un punto d’incontro tra mondi orientali e occidentali. Un importante momento di svolta è costituito dall’arrivo della metallurgia (primi secoli del III millennio a.C.), con i primi materiali di rame diffuso largamente in regione. A partire da questa fase, così come per il l’Età del Bronzo, la frequentazione antropica delle cavità gessose non è abitativa, ma sepolcrale, limitatamente ad individui di rango. Nella successiva Età del Ferro le grotte sono utilizzate prevalentemente per scopi cultuali-rituali, anche perché la popolazione da alcuni secoli stavano risalendo le valli per colonizzare la pianura, ancora ricca di boschi, corsi d’acqua e zone paludose. L’avvento dell’Età romana porta ad una riorganizzazione territoriale caratterizzata dallo sfruttamento agricolo e da un’efficiente rete di vie di comunicazione e di opere infrastrutturali e col collasso dell’Impero romano la frequentazione antropica in grotta si è andata riducendo fino a scomparire. Tra i secoli centrali e quelli terminali del Medioevo, le cavità dei gessi emiliano-romagnoli si trovarono ad ospitare una vasta gamma di personaggi posti, per scelta consapevole oppure per aver infranto le leggi, ai margini della società: eremiti e falsari. A queste si uniscono anche attività produttive infatti alcuni torrenti sotterranei presentano acque perenni e con alta energia legata alle pendenze delle gole che attraversano; sono quindi luoghi ideali dove istallare un mulino. L’Età moderna segna l’inizio di uno specifico interesse scientifico nei confronti delle grotte nei gessi emiliano-romagnoli, destinato a continuare sino ad oggi, alimentato anche e soprattutto dall’estrema vicinanza degli affioramenti evaporitici ad una delle massime istituzioni culturali mondiali del periodo, ovvero l’Università di Bologna.
Protagonisti
Ulisse Aldrovandi (1522-1605)
è da molti riconosciuto come il padre della Storia Naturale moderna. Nato a Bologna nel 1522, ottenne nel 1560 la titolarità della prima cattedra di Scienze Naturali dello Studio bolognese. È stato un naturalista, botanico ed entomologo italiano rinascimentale, studioso delle diversità del mondo vivente, esploratore per cui negli ultimi decenni del Cinquecento e fino ai primi del Seicento divenne punto di riferimento per la scienza e per i naturalisti italiani contemporanei.
Fu il fondatore dell’Orto Botanico e diede vita a una collezione di reperti naturali importantissima oggi confluita nel Museo Aldrovandiano fondato seguendo le sue volontà testamentarie e custodito presso l’Università di Bologna, a Palazzo Poggi: è uno dei primi musei di storia naturale. A lui si deve inoltre il termine “geologia” che coniò nel 1603.
In base alle conoscenze attuali, va considerato il primo studioso in assoluto ad essersi occupato, in ambito emiliano-romagnolo, del carsismo e del mondo ipogeo. In un suo manoscritto inedito intitolato Historia Fossilium, conservato presso la Biblioteca Universitaria di Bologna, e nel successivo Musaeum metallicum, pubblicato postumo nel 1648, l’Aldrovandi descrisse accuratamente alcune concrezioni raccolte all’interno di grotte dei Gessi bolognesi, cogliendone anche in maniera sostanzialmente corretta il meccanismo di formazione.
Giorgio Trebbi (1880 – 1960)
Nacque a Bologna e si laurò in scienze naturali, conseguendo la laurea con tesi di argomento geologico nel
- Ancora studente, il 18 marzo 1903, insieme a Carlo Alzona, Michele Gortani e Ciro Barbieri fondò la Società Speleologica Italiana e la Rivista Italiana di Speleologia. È autore di due note preliminari sulle sue ricerche condotte nei gessi del Bolognese, apparse nei Fase. 3 e 4 della Rivista, che possono essere considerate il primo vero documento scientifico della speleologia bolognese. Eseguì rilevamenti topografici ed idrologici, analisi fisico-chimiche, fotografie (le prime in ambiente ipogeo nei gessi).
Studiò l’area gessosa fra Savena e Zena. Esplorò il “Buco del Freddo” a Gesso (Grotta M. Gortani), le grotte di Gaibola e – per primo – i pozzi verticali della Croara. Il suo lavoro monografico sull’Acquafredda, pubblicato nel 1926 è ancora oggi considerato una pietra miliare della speleologia nei gessi.
Luigi Donini (1942 – 1966)
Studente in Scienze Naturali, collaborò con istituti di ricerca dell’Università di Bologna e di Perugia e compì indagini paletnologiche partecipando a numerose spedizioni speleologiche ed escursioni in parecchie parti della penisola. Nel 1959 fu uno dei fondatori della P.A.S.S. (Pattuglia Archeologia Speleologia Scientifica) e promotore, nel 1963, della sua fusione con il Gruppo Duca degli Abruzzi nell’attuale Unione Speleologica Bolognese. Promosse le prime azioni di tutela dei Gessi bolognesi, cui dedicherà anche un saggio, aprendo la strada all’istituzione del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa. Morì insieme al collega Carlo Pelagalli nel tentativo di salvare alcuni speleologi rimasti bloccati nelle grotte di Roncobello (Bergamo); per questo venne insignito dal Ministero degli Interni della medaglia d’oro al valore civile. A Luigi Donini è intitolato il Museo della Preistoria di San Lazzaro di Savena.
Testimonianze d’autore
Testimonianze
► [L’acqua del Poiano] più volte gustai, e trovai tanto salata, che mi parve un miracolo: oltre che restai anco, più capace, che mediante tal così grande e continua abbondanza, faria correr’un fium, e mirando anco, per ciascun luogo ove era stata bagnata la terra di tal’acqua, vi si scorgeva una superficie di siffatta candidezza, come coperta fosse stata da un bianco velo: la bianchezza volsi similmente gustare, e la trovai non altrimenti, ch’un denso e schietto sale.
(Cosimo Bottegari, 1612)
► Bramoso di vedere la prima origine della nostra famosa Secchia, mi portai verso i confini del Parmigiano sovra un altissimo, ed aspro monte, che chiamano Ceré dell’Alpi, e trovai, che sotto alla cima del medesimo sgorgano due larghe fontane, poco fra loro distanti, che nel discendere s’uniscono, indi con altre accoppiandosi, acquistan nome e vigore. Veduta l’origine del fiume, volli trovar l’origine delle fontane sue, onde salito sull’erto sopracciglio del medesimo notai larghissimi, ed erbosi spazi, i quali però non erano così eguali, e spianati, come i prati delle pianure. Stavano pieni di affossamenti, e di rialti, di buche, e di tumori, di solchi, e d’argini, di scanalature, e di alzamenti, in cento guise, quasi dissi, bernoccoluti, e scabrosi. Contai più di cinquanta cavità, fatte in foggia di grandi catini, o cratere; molte delle quali erano quasi ancor piene d’acqua, molte assai sceme, alcune affatto vate.
Ascesi più alto, e trovai boschi, e caverne e voragini, in fondo ad alcune delle quali, come in tanti vivai dove non giunge mai a salutarle il sole, conservavansi ancora ghiacci, e vecchie nevi, dalle nuove sempre, o quasi sempre ritrovate, e sepolte. Vidi dentro altre, e poi altre più aperte, e più sfogate colare ancor l’acqua delle inzuppate terre de’ boschi, delle selve, e de’ non mai arati campi, e vidi rivi, e ruscelli solcanti quel duro dorso, e cadenti da più alte, ed orridissime boscaglie, che precipitavano dentro crepature, e grotte e là dentro si nascondevano. Volli pur anche superare quell’inclemente, e barbaro luogo, e non mi mancarono all’occhi nuovi laghetti, e fossati, e buche conservatrici d’acque, e di nevi, indi nuove squallide campagne, ed altri luoghi tutti disabitati di gente umana; e nidi solo di acque, di nevi, di ghiacci, d’orrori. Questi, diceva io allora, e adesso il confermo, questi sono i lambicchi veri de’ fonti, ma che ricevono le acque distillate dalle nubi, non dal mare, o dalla terra, e le donano a noi. Qua veggano gl’ingegnosi filosofanti le semplici maniere della natura operante, e ammirino infin ne’ deserti la provvida sapienza di Dio.
Ritornato nella via, e travalicato il monte, passando dall’altra parte, che guarda verso il mare Tirreno, mirai appena sotto quella gran costa nel luogo detto Sassorbio la prima origine ancora del fiume Magra, che dal suddetto Cereto usciva, e per istrati, e fonti opposti a que’ della Secchia correva verso Sarzana, dividendosi colassù l’imperio dell’acque, che debbono portare all’uno, e all’altro mare i loro tributi. Anche da quella parte de/l’Appennino tutti gli strati superiori sono di terra, e di sassi immensi fra loro divisi; ma sotto quelli vi sono di pura pietra, chiamati Cinghioni delle Alpi, sulla superficie de’ quali fluivano le acque, che penetravano dentro lo strato sovrapposto di terra, e venivano a formare a’ lembi larghe fontane nella maniera, appunto, che ho narrato di quelle della Secchia. Notai, che tutte uscivano dalla parte superiore, non inferiore dello strato di pietra, dal che argomentai, che non potessero mai essere generate dà vapori alzantisi, e condensantisi sotto quelli, ma dalle acque sole colanti all’ingiù, finché trovano una parte non penetrevole del monte, sulla quale serpeggiassero, e venissero all’esterna crosta, dove formassero i fonti, che davano prima culla a’ riferiti due fiumi.
(Antonio Vallisneri 1661 – 1730)
Legami tra i siti Unesco italiani
Carsismo e grotte nelle evaporiti dell’appennino settentrionale… Le Dolomiti
In entrambi i siti ritroviamo conformazioni geologiche uniche e paesaggi fortemente caratterizzati da queste. In geologia le forme carsiche possono essere riconosciute sia nelle dolomie che nelle rocce evaporitiche, come il gesso e la salgemma, considerate tra le più solubili sul pianeta. La formazione delle rocce dolomitiche e il fenomeno del carsismo e delle grotte evaporitiche sono testimonianze uniche dei cambiamenti climatici e dei movimenti terrestri avvenuti in epoche antiche e possono ancora raccontare quello che è avvenuto.
Note bibliografiche
Bibliografia
De Waele J., Forti P., Rossi A., Speleologia e geositi carsici in Emilia-Romagna, 2011.
Altara E., Demaria D., Grimandi P. & Minarini G. (a cura di) – Atti del convegno “Precursori e pionieri della Speleologia in Emilia-Romagna”, 1995.
Nel Web
Webgrafia
https://whc.unesco.org/en/list/1692/
https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/carsismo-evaporiti-grotte-appennino-settentrionale
https://www.parchiromagna.it/pagina.php?id=94
- Valore UNESCO
Il bene si trova nel Nord Italia, lungo la catena appenninica. È un bene seriale, composto da sette siti che includono al loro interno oltre il 90% dellerocce evaporiticheaffioranti sul territorio. Il sito è composto da un insieme di formazioni carsiche, grotte e sorgenti evaporitiche di straordinario valore non solo geologico e geomorfologico ma anche paleontologico, biologico, archeologico e per la storia dell’arte. L’eccezionalità è legata alla combinazione unica di fattori geologici e climatici che coesistono in questo territorio.
Da un punto di vista geologico due importanti fasi di disseccamento marino hanno portato alla deposizione di notevoli spessori di gesso in questa regione: l’apertura dell’Oceano Atlantico nel Mesozoico e la “Crisi di salinità” del Mediterraneo nel Miocene. L’affioramento di rocce evaporitiche in quest’area relativamente ristretta è reso oggi possibile oltre che da una peculiare combinazione di fenomeni orogenici anche da condizioni climatiche subtropicali umide (secondo la classificazione di Köppen) che hanno permesso il formarsi di manifestazioni carsiche senza arrivare alla completa dissoluzione dei depositi. In epoca romana la presenza di grotte naturali nel gesso ha facilitato l’estrazione di splendidi cristalli trasparenti utilizzati nelle intelaiature delle finestre, al posto del vetro. La vicinanza alla prima Università e un florido ambiente culturale alla fine del XVII secolo portarono proprio in quest’area alla nascita delle discipline della speleologia, mineralogia e idrogeologia nelle evaporiti. Per questo motivo gran parte delle scoperte scientifiche riguardanti il carsismo evaporitico devono la loro origine a questi luoghi: per l’evidenza dei fenomeni, per la loro accessibilità e per la combinazione unica di fattori climatici e geologici.
Le caratteristiche del sito
I gessi emiliano-romagnoli si sono formati in seguito a due degli eventi geologici più impressionanti della storia della Terra: la disgregazione del supercontinente Pangeaavvenuta circa 200 milioni di anni fa e la catastrofe ecologica che colpì il Mar Mediterraneo circa 6 milioni di anni fa, conosciuta come Crisi di Salinità del Mediterraneo. Nell’Appennino settentrionale, i depositi evaporitici che testimoniano questi due eventi geologicidistanti nel tempo, affiorano in un’area ristretta, ravvicinati dall’orogenesi appenninica innescata dalla collisione dei continenti africano ed europeo. A partire dal tardo Cenozoico, queste rocce hanno progressivamente assunto l’attuale assetto e sono state interessate dall’azione delle acque superficiali e sotterranee, in un regime climatico classificato come subtropicale umido. Condizioni calde e umide portano solitamente a una dissoluzione diffusa dei depositi evaporitici con conseguente obliterazione dei fenomeni. Nell’area dell’Appennino settentrionale invece, la peculiare collocazione delle rocce e l’alternanza delle fasi glaciali e interglaciali non solo le hanno preservate, ma hanno creato anche le condizioni per la formazione di manifestazioni carsiche uniche. La ricchezza di forme carsiche epigee e ipogee, alcune delle quali descritte per la prima volta in quest’area, e la non comune ricchezza di rari speleotemi e minerali di grotta, alcuni dei quali unici al mondo, contribuiscono all’eccezionalità di quest’area.
Nei gessi dell’Emilia-Romagna si trovano la grotta esterna al sottosuolopiù lunga al mondo (oltre 11 km), quella più profonda (265 metri), la più grande sorgente salata d’Europa e una varietà straordinaria di minerali e forme carsiche studiate già a partire dal 16imo secolo, che sono riferimenti internazionali per lo studio del carsismo nelle evaporiti.
Le rocce evaporitiche, con cui si aprono le grotte, come precedentemente detto, testimoniano due momenti importanti della storia della Terra: la rottura del supercontinente Pangea (200 milioni di anni fa, in cui si formarono i Gessi Triassici) e la crisi di salinità messiniana, quando il Mediterraneo si trasformò in un enorme lago salato (6 milioni di anni fa, in cui si formarono i Gessi Messiniani). Le grotte visitabili di questo nuovo Patrimonio dell’Umanità sono quelle della Spipola (Gessi Bolognesi), la Tanaccia e la Re Tiberio (Vena del Gesso Romagnola) e Onferno.
Per saperne di più
Le componenti del sito
Il sito riunisce le grotte e i fenomeni carsici di sette aree distinte:
Alta Valle Secchia (Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano)
L’area dei Gessi Triassici si estende per circa 10 km lungo l’alta Val Secchia, dove il fiume ha inciso profondamente la formazione geologica che dà il nome al sito. I Gessi Triassici, tra i più antichi dell’Appennino settentrionale, risalgono ad oltre 200 milioni di anni fa e si possono ben osservare nelle bianche e ripide pareti verticali, alte fino a 250 m, di Monte Rosso, di Monte Carù e di Monte Merlo, nel fondovalle del Secchia. Sono rocce di origine evaporitica, formatesi quando le acque dell’antico mare della Tetide, evaporando all’interno di ampie lagune, depositarono gesso e sale. Il sale, più solubile del gesso, si trova oggi soltanto in profondità e viene disciolto dalle acque che si infiltrano all’interno dell’ammasso gessoso. È questo il motivo per cui le acque delle Sorgenti di Poiano sono salate ed è proprio per l’elevata solubilità di queste rocce che in quest’area si manifestano fenomeni carsici che danno origine a piccole doline, inghiottitoi e grotte. Le fonti di Poiano sono la più copiosa sorgente carsica della regione, con una portata media di oltre 700 I/sec.
Bassa Collina Reggiana (Paesaggio Protetto della Collina Reggiana)
Questo paesaggio protetto è localizzato nella fascia di bassa collina reggiana parallela alla via Emilia intorno agli affioramenti gessosi del Messiniano noti come Gessi Reggiani. Presentano un paesaggio di rupi e doline, forre e grotte (una quarantina) entro le quali si sviluppa un reticolo idrologico praticamente invisibile all’esterno. Gli affioramenti gessosi sono lambiti a valle da formazioni plioceniche prevalentemente argillose e protetti a monte da una dorsale calcareo-marnosa con intervalli arenacei facente parte del complesso caotico delle “Argille Scagliose”, che culmina a circa 500 m s.l.m. presso Ca’ del Lupo (Vezzano) e Ca’ del Vento (Albinea).
Gessi di Zola Predosa
Rappresentano l’estrema propaggine dei Gessi Bolognesi eil carsismo qui si manifesta con una varietà di forme superficiali: valli cieche, doline (fino a 1km di diametro), singolari fenomeni di dissoluzione come i solchi a candela e diverse bolle di distacco che bucano le superfici deglialtopiani, mancano solo vere e proprie forre. Il sistema ipogeo non è meno importante. La area è stata interessata da attivitàestrattive, sia di superficie che in galleria, che hanno modificato in modo permanente alcuni settori.
La peculiarità dei Gessi di Zola Predosa, sta soprattutto nella testimonianza del carsismo antico presente nella paleogrottaGrotta di Monte Rocca, che risale a 5 milioni di anni fa.I sedimenti che hanno riempito questo sistema carsico antico al momento della lorodeposizione erano orizzontali, ora però appaiono inclinati,segnale che risale ad un periodo antecedente alle ultime fasi tettoniche. Questa paleocavità e il suo riempimento sedimentario sono i migliori esempi del ciclocarsico nei pressi di Bologna e dimostrano che questa breveemersione dei gessi, con la sua estesa fase di carsismo, si è verificata in diversi lembi,probabilmente isolati, di cui la Cava del Monticino presso Brisighella e la paleocavitàdi Zola Predosa sono i migliori esempi sopravvissuti fino ad oggi.
Gessi Bolognesi (Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa)
I Gessi Bolognesi sono un complesso carsico tra i più importanti e studiati d’Europa, ricco di forme erosive spettacolari e di cavità, dove trovano rifugio specie vegetali e animali di notevole interesse scientifico. Il parco, situato sulle prime colline bolognesi, è caratterizzato da una fascia di affioramenti di gesso cristallino ecalanchi. Il torrente Idice lo attraversa, segnando il settore orientale del parco, dove le dolci ondulazioni collinari di Ozzano dell’Emilia sono interrotte dai crinali tormentati dei calanchidell’Abbadessa. Famoso il complesso sistema di grotte, esplorato nel passato da studiosi ed appassionati, che ha restituito molti reperti fossili raccolti presso il Museo Archeologico L. Donini, ambienti ancora oggi molto importanti per le diverse specie di chirotteri che abitano questo delicato ambiente ipogeo. La grotta della Spipola è l’unica che si può visitare e che permette di osservare un mondo suggestivo e peculiare messo in pericolo, in passato, dall’attività di estrazione della selenite, materiale largamente impiegato nelle costruzioni urbane di Bologna fino al 1800. Argille scagliose formano invece il paesaggio a calanchi tipico della parte più orientale dall’area, con ricche fioriture primaverili di Sulla e Ginestra.
Vena del Gesso Romagnola (Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola)
Spicca tra le eccellenze dell’Appennino settentrionale come unica catena montuosa costituita quasi esclusivamente da gesso.La spettacolare bastionata gessosa con pareti alte, a tratti, oltre un centinaio di metri è da considerare un vero e proprio “monumento geologico” che caratterizza, in modo indelebile, il basso Appennino imolese e faentino. Incastonata tra la più antica Formazione Marnoso-arenacea a sud e la più recente Formazione Argille Azzurre (calanchi) a nord, la Vena del Gesso si estende, per uno sviluppo lineare di circa 25 chilometri tra le Province di Bologna e Ravenna. L’intera superficie degli affioramenti gessosi non supera però i 10 chilometri quadrati. Anche la più recente storia dell’Uomo, frutto dell’antico legame con questo territorio, è ricca di motivi di interesse. Una storia le cui prime testimonianze risalgono all’età protostorica, quando le grotte furono utilizzate come luoghi di sepoltura e di culto. L’uomo ha poi occupato stabilmente la Vena, modificandone il paesaggio e lasciando testimonianze, spesso invadenti e negative, della propria presenza e delle proprie attività.Oggi, l’intera formazione gessosa è posta all’interno del Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola e si può quindi considerare adeguatamente protetta; fa clamorosamente eccezione la zona di Monte Tondo, ancora interessata dalle attività estrattive.
Evaporiti di San Leo (sito Natura 2000)
L’affioramento gessoso dei cosiddetti Gessi di Rio Strazzano e Legnagnone emergein un’area che dal punto di vista morfologico è chiamata la “Colata Gravitativa dellaVal Marecchia”. Dalle ondulazioniargillose estese emergono come scogli gli affioramenti calcarenitici come quelli diSan Leo.Questo affioramento dà origine ad un sistema carsico superficiale e profondo dieccezionale valore per le sue caratteristiche uniche.
Nel sito il gesso è presente in forma microcristallina(alabastro).La sua origine è legata a grandi frane sottomarine chehanno interessato i depositi di selenite nel Messiniano, circa5,6 milioni di anni fa. Va inoltre citata la Grotta di Rio Strazzano dove il gesso bianco microcristallino del torrente Strazzano è tagliato da unpeculiare sistema carsico.Parallelamente al suo corso esterno, che si svolge in parte in ambienti digravina, il torrente ha generato condotti carsici che oggi costituiscono ilnormale percorso di scorrimento. La valle esterna è sospesa a circa un metro e mezzosopra la condotta ed è normalmente asciutta a meno che il sistemasotterraneo non sia completamente allagato.Per quanto ne sappiamo, la grotta rappresenta l’unico esempio al mondo incui i condotti carsiciattraversano il gesso alabastrino formatosi a spese deicristalli di selenite.La cavità contiene cristalli che possono raggiungere i 30 cm di diametro.
Gessi della Romagna Orientale (Riserva Naturale Regionale di Onferno)
I gessi si trovano all’interno della Riserva Naturale Regionale di Onfernoassieme ad altri ambienti del composito paesaggio della bella valle del Conca, come le pareti arenacee della Ripa della Morte e i vicini calanchi. Il principale affioramento è la grotta che si apre sotto lo sperone gessoso dove nel medioevo sorgeva il castello di Inferno. Con una temperatura interna di circa 15°C gradi che si mantiene costante durante tutto l’anno, la grotta si è originata dalle acque meteoriche che hanno dissolto il gesso. La cavità è caratterizzata da vistose concrezioni colorate dagli acidi organici e dalla presenza della più importante colonia di pipistrelli della regione, oltre 8000 individui. La particolare geomorfologia ha favorito la presenza di piante tipiche di climi più freschi che arricchiscono la biodiversità dell’area. La riserva regionale protegge circa 130 ettari, oltre alla cavità, anche la circostante area calanchiva, comprende altre manifestazioni carsiche come doline e inghiottitoi, pareti rocciose e boschi che compongono il mosaico di ambienti idonei al sostentamento della importante colonia di chirotteri.
Un primato: la storia degli studi
La combinazione tra l’attestazione di numerosi fenomeni carsici, atipici nel panoramaregionale e di grande presa sugli scienziati, e la contemporanea presenza a Bologna, abreve distanza dagli stessi affioramenti gessosi, dell’Università più antica al mondo,particolarmente attiva nel campo delle scienze naturali, fece sì che le evaporiti regionali,in primo luogo i Gessi Bolognesi, conoscessero, a partire dalla prima età moderna, precociindagini scientifiche: di fatto i gessi dell’Emilia-Romagna si pongono come le primearee gessose al mondo ad essere state studiate.
Ripercorrendo a grandi tappe e in relazione ai soli personaggi principali l’evoluzionedi tali ricerche sino al XIX secolo, il primato, nel tardoCinquecento, è del bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), organizzatore di un suo museo di storia naturalepersonale e autore del “MusaeumMetallicum” (pubblicato postumo nel 1648), il quale sioccupò di speleotemi provenienti da grotte dei Gessi Bolognesi, verosimilmente pressoMonte Donato e oggi non più rintracciabili. A cavallo tra XVII e XVIII secolo spiccano le figure di Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730), fondatore dell’Istituto delle Scienze bolognese e padredellamoderna oceanografia, e Antonio Vallisneri (1661-1730), che trattò sia delle evaporititriassiche dell’Alta Valsecchia sia dei Gessi messiniani reggiani. Nel pieno XVIII secolo, il grande biologo Lazzaro Spallanzani (1729-1799), frequentò i Gessi messiniani dove visitò le cave di selenite e raccolse campioni per il proprio museo personale, conservato oggi nei Musei civici di Reggio Emilia.A partire dalla metà circa del XIX secolo, Giuseppe Scarabelli (1820-1905) e GiacomoTassinari (1812-1900) intrapresero in coppia fondamentali studi geologici e paletnologicinella Vena del Gesso romagnola, presentati inoccasione del V Congresso di Antropologia e Archeologia Preistoriche tenutosi a Bologna nel 1871. Sia Scarabelli sia Tassinari lasciarono un’eredità culturaleimportante a Imola, dove operarono per gran parte della vita. Infine, Giovanni Capellini (1833-1922), geologo dell’Università di Bologna, primo titolaredi una cattedra in geologia stabilita dal Regno d’Italia, si interessò, tra le altre cose, dellaGrotta del Farneto (dove Francesco Orsoni (1849-1906), studioso non accademico macomunque legato a Capellini, aveva intrapreso i primi scavi archeologici) e del Buco delleCandele nei Gessi Bolognesi.
I chirotteri
Nell’immaginario collettivo i pipistrelli sono indubbiamente l’elemento faunistico più caratteristico dell’ambiente cavernicolo. Le aree carsiche degli affioramenti gessosi dell’Emilia-Romagna rappresentano effettivamente un habitatdi straordinario significato naturalistico per numerose specie di chirotteri, almeno 19 specie, pari a circa il 75% dei pipistrelli presenti in Emilia-Romagna.Appare evidente la ricchezza delle specie accertata nei siti gessosi, tra cui alcune minacciate di estinzione e ormaimolto rare, fanno di questi ambienti carsici e rocciosi veri e propri “luoghi strategici” per la conservazione dei chirotterinon solo a livello regionale ma anche nazionale. Occorre inoltre ricordareche, nonostante il declino verificatosi negli ultimi 50 anni, le popolazioni di chirotteri presenti nelle aree gessose sono spesso quantitativamente rilevanti, concolonie che superano, a seconda delle specie, le centinaia o migliaia di esemplari,costituendo “specie chiave” per l’ecologia cavernicola delle nostre grotte inquanto fonte primaria di materia organica, gradino alimentare fondamentale nell’ecosistema ipogeo.
I gessi: dove scienza e storia si incontrano
Le cavità gessose dell’Emilia Romagna mostrano una intensa frequentazioneantropica.Le condizioni climatico-ambientali prodottesi alla fine dell’ultima crisi climatica hanno favorito l’avvicinamento dell’uomo alle grotte ospitatenegli affioramenti evaporitici.Dal periodo protostorico, grazie alla felice posizione geografica, questo territorio è stato un luogo di passaggio e d’incontro tra levarie popolazioni. I reperti ritrovati nell’areabolognese mostrano due aspetti differenti: da una parte similitudini con oggetti ritrovati Liguria,Lombardia e Veneto, dall’altra hanno caratteristiche tipiche della zona adriatico-peninsulare che fanno ritenere quest’area un punto d’incontro tra mondi orientali e occidentali.
Un importante momento di svolta fu l’avvento delle Età dei Metalli ed il conseguente sviluppo della metallurgia(primi secoli del III millennio a.C.), con i primi manufatti in rame, metallodiffuso largamentein regione. A partire da questa fase, così come per il l’Età del Bronzo,la frequentazione antropica delle cavità gessose non è abitativa, ma sepolcrale, limitatamente ad individui di rango. Nella successiva Età del Ferro le grotte sonoutilizzate prevalentemente per scopi cultuali-rituali, anche perché la popolazione da alcuni secoli stavano risalendo le valli per colonizzare la pianura, ancora ricca di boschi, corsi d’acqua e zone paludose. L’avvento dell’Età romana porta ad una riorganizzazione territoriale caratterizzata dallo sfruttamento agricolo e da un’efficiente rete di vie di comunicazione e di opere infrastrutturali e col collasso dell’Impero Romano la frequentazione antropica in grotta si è andata riducendo fino a scomparire. Tra i secoli centrali e quelli terminali del Medioevo, le cavità dei gessi emiliano-romagnoli si trovarono ad ospitare una vasta gamma di personaggi posti ai margini della società (eremiti, briganti e falsari) come pure attività produttive, alcuni torrenti sotterranei infatti presentano acque perenni e con una grande portata d’acqua, sono quindi luoghi ideali dove istallare un mulino.L’Età Moderna segna l’inizio di uno specifico interesse scientifico nei confronti delle grotte nei gessi emiliano-romagnoli, destinato a continuare sino adoggi, alimentato anche e soprattutto dall’estrema vicinanza degli affioramentievaporitici ad una delle massime istituzioni culturali mondiali del periodo, l’Università di Bologna.
Protagonisti
Ulisse Aldrovandi (1522-1605)
È da molti riconosciuto come il padre della Storia Naturale moderna. Nato a Bologna nel 1522, ottenne nel 1560 la titolarità della prima cattedra di Scienze Naturali dello Studio bolognese. È stato un naturalista, botanico ed entomologo italiano rinascimentale, studioso delle diversità del mondo vivente, esploratore per cui negli ultimi decenni del Cinquecento e fino ai primi del Seicento divennepunto di riferimento per la scienza e per i naturalisti italiani contemporanei.
Fu il fondatore dell’Orto Botanico e diede vita a una collezione di reperti naturali importantissima oggi confluita nel Museo Aldrovandianofondato seguendo le sue volontà testamentarie e custodito presso l’Università di Bologna, a Palazzo Poggi:è uno dei primi musei di storia naturale. A lui si deve inoltre il termine “geologia” che coniò nel 1603.
In base alle conoscenze attuali, va considerato il primo studioso in assoluto ad essersi occupato,in ambito emiliano-romagnolo, del carsismo e del mondo ipogeo. In un suo manoscritto inedito intitolato HistoriaFossilium, conservato presso la BibliotecaUniversitaria di Bologna, e nel successivo Musaeummetallicum, pubblicato postumo nel 1648, l’Aldrovandi descrisse accuratamente alcune concrezioni raccolte all’interno di grotte dei Gessi bolognesi, cogliendone anche inmaniera sostanzialmente corretta il meccanismo di formazione.
►Giorgio Trebbi (1880 – 1960)
Nacque a Bologna e si laurò in scienze naturali, conseguendo la laurea con tesi di argomento geologico nel
1905.Ancora studente, il 18 marzo 1903, insieme aCarlo Alzona, Michele Gortani e Ciro Barbierifondò la Società Speleologica Italiana e laRivista Italiana di Speleologia. È autore di due note preliminari sulle sue
ricerche condotte nei gessi del Bologneseche possono essere considerate ilprimo vero documento scientifico della speleologia bolognese.Eseguì rilevamenti topografici edidrologici, analisi fisico-chimiche,fotografie (le prime in ambienteipogeonei gessi).
Studiò l’area gessosa fra Savena e Zena. Esplorò il “Buco del Freddo” aGesso (Grotta M. Gortani), legrotte di Gaibola e – per primo – ipozzi verticali della Croara.Il suo lavoro monograficosull’Acquafredda, pubblicato nel1926 é ancora oggi consideratouna pietra miliare della speleologianei gessi.
Luigi Donini (1942 – 1966)
Studente in Scienze Naturali, collaborò con istituti di ricerca dell’Università di Bologna e di Perugia e compì indagini paletnologiche partecipando a numerose spedizioni speleologiche ed escursioni in parecchie parti della penisola. Nel 1959 fu uno dei fondatori della P.A.S.S. (Pattuglia Archeologia Speleologia Scientifica) e promotore, nel 1963, della sua fusione con il Gruppo Duca degli Abruzzi nell’attuale Unione Speleologica Bolognese. Promosse le prime azioni di tutela dei Gessi bolognesi aprendo la strada all’istituzione del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa. Morì insieme al collega Carlo Pelagalli nel tentativo di salvare alcuni speleologi rimasti bloccati nelle grotte di Roncobello (Bergamo); per questo venne insignito dal Ministero degli Interni della medaglia d’oro al valore civile. A Luigi Donini è intitolato il Museo della Preistoria di San Lazzaro di Savena.
Legami tra i siti Unesco italiani
Carsismo e grotte nelle evaporiti dell’appennino settentrionale… Le Dolomiti
In entrambi i siti ritroviamo conformazioni geologiche uniche e paesaggi fortemente caratterizzati da queste. In geologia le forme carsiche possono essere riconosciute sia nelle dolomie che nelle rocce evaporitiche, come il gesso e la salgemma, considerate tra le più solubili sul pianeta. La formazione delle rocce dolomitiche e il fenomeno del carsismo e delle grotte evaporitiche sono testimonianze uniche dei cambiamenti climatici e dei movimenti terrestri avvenuti in epoche antiche e possono ancora raccontare quello che è avvenuto.
Glossario
Glossario
Rocce evaporitiche:sono tipi di rocce si formano per evaporazione; in climi asciutti dove l’acqua può evaporare rapidamente lasciando dietro di sé, con le nuove precipitazioni, dei sedimenti, accumuli di materiale solido, che sono la base per la formazione di queste rocce.
Classificazione Koeppen:è la più usata tra le classificazioni climatiche a scopi geografici.Ha il vantaggio di identificarele aree coperte da ciascun tipo di clima potendo, in tal modo, essere identificate per grandi regioni del globo.
Ipogeo:agg. posto al di sotto la superficie del suolo
Epigeo:agg. posto al di sopra della superficie del suolo
Speleotema: s. m. deposito minerale secondario formatosi in una grotta. Gli speleotemi sono tipiche formazioni presenti in grotte createsi a seguito di dissoluzione di rocce carsiche.
Dolina: s. f. cavità di origine carsica, dovuta direttamente all’azione solvente dell’acqua in terreni calcarei o crollo di masse rocciose in seguito a dissoluzione di calcari da parte delle acque circolanti nel sottosuolo.
Calanchi: s. m. fenomeno geomorfologico di erosione del terreno che si produce per l’effetto di dilavamento delle acque piovane su rocce argillose degradate con scarsa copertura vegetale e quindi poco protette dal ruscellamento. Producono profondi solchi nel terreno lungo il fianco di un Monte o di una collina.
Gravina: s. f. sé un’erosione profonda anche più di 100 m molto simile ai canyon, scavata dalla pioggia nella roccia calcarea. Al loro interno è possibile trovare corsi d’acqua che diventano tumultuosi in occasione di abbondanti precipitazioni.
Paletnologia: s. f. è la scienza che studia la cultura delle civiltà umane e preistoriche e protostoriche attraverso un’analisi dei reperti materiali.
Geosito:s. m. é una località, un’area o un territorio in cui è possibile individuare un interesse geologico o geomorfologico per la conservazione.Si tratta in genere di architetture naturali che testimoniano i processi che hanno formato e modellato il nostro pianeta.
Antropica:agg.attività prodotta dall’uomo.
Pangea:s. f.il termine Pangea viene dal greco e significa “tutta la terra”. Molto tempo fa i continenti non esistevano e la superficie terrestre era un unico blocco, la pangea appunto. Era come se l’America del Nord, l’America del Sud, l’Africa, l’Europa, l’Asia, l’Antartide e l’Australia fossero tutti vicini e uniti.
Evento geologico: è un fenomeno fisico (ad esempio un terremoto), avvenuto di solito migliaia di anni fa, che ha provocato la formazione di corsi d’acqua, laghi, crateri vulcanici, fosse oceaniche o catene montuose.
Solubità:s. f. è la capacità di una sostanza di sciogliersi in un’altra detta solvente.
Morfologico: agg.che riguarda la forma o la stuttura di una cosa.
Chirottero:s. m. pipistrello.
Entomologo: s. m. è uno studioso e specialista degli insetti.
Geologo: s. m. è uno scienziato che studia la materia solida, liquida e gassosa che costituisce la Terra e gli altri pianeti.
Paleontologo: s. m. è uno studioso dei fossili che cerca di ricostruire i processi evolutivi degli organismi.
Speleologo: s. m. è un esploratore e studioso del mondo sotterraneo.
2023, Riyad (Arabia Saudita), 45° sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale.
Sito Naturale
Italia centrale. Regione Emilia Romagna
Criteri di Iscrizione
Criterio (viii): La proprietà comprende i sistemi carsici di solfato-salgemma più completi sulla Terra, a causa dell’eccezionale combinazione di condizioni climatiche subtropicali umide e di un contesto geologico peculiare. Comprende inoltre una raccolta completa delle morfologie carsiche epigee e ipogee, dalle superfici di dissoluzione nelle falesie di gesso esposte verticalmente agli concreti negli abissi delle grotte.
In un’area relativamente piccola oltre 900 grotte (tra le più grandi, profonde e complesse di questo tipo su scala globale) rappresentano il miglior carsismo solfatico-salgegnetico scientificamente documentato a livello mondiale dal punto di vista geologico, speleologico e idrologico. Una ricchezza non comune di concrezioni e minerali rari, talvolta peculiari di queste grotte, ha attirato naturalisti e scienziati fin dal XVI secolo e decine di fenomeni carsici evaporitici sono stati qui descritti per la prima volta. In questa zona è nata la disciplina della speleologia e la sua facile accessibilità ne fa ancora oggi un luogo di ricerca di primo piano. Il valore didattico di questa proprietà è ben illustrato nelle numerose grotte aperte al pubblico.
Integrità Le manifestazioni carsiche evaporitiche incluse nel bene candidato rappresentano l’integrità del fenomeno poiché i siti componenti combinano tutti i processi tipici nell’anidrite, nel gesso e nei depositi clastici derivati da queste rocce. Il bene candidato comprende tutte le aree carsiche evaporitiche affioranti che sono soggette a protezione per i loro valori geologici e naturali. Queste comprendono quasi il 90% di tutte le rocce evaporitiche dell’Appennino settentrionale e tutte le aree che hanno avuto un ruolo nello sviluppo delle discipline scientifiche e contribuiscono all’Eccezionale Valore Universale. L’integrità di un sistema carsico non è solo legata alla conservazione del fenomeno visibile ma anche ai fattori che contribuiscono al suo sviluppo. Per questo motivo, i confini proposti e l’estensione dell’area buffer sono stati sviluppati tenendo conto di tutti i principali acquiferi carsici e di tutte le loro aree di ricarica in modo che ne sia assicurata la miglior conservazione in prospettiva futura. La maggior parte del bene candidato rientra nei confini di aree protette e precisamente del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, dei due Parchi Regionali – il Parco dei Gessi Bolognesi e il Parco della Vena del Gesso Romagnola – della Riserva Naturale Onferno. Le restanti aree sono protette da direttive della Comunità Europea, da leggi nazionali e regionali – e fanno parte della rete Natura 2000 o sono identificate come parte di Paesaggi Protetti. Tutti i siti sono catalogati ufficialmente dalla Regione Emilia-Romagna come geositi, per effetto della L.R. n.9/2006 “Norme per la conservazione e valorizzazione della geodiversità dell’Emilia-Romagna e delle attività ad essa collegate”. Inoltre, i tre Parchi stanno attualmente espandendo i loro territori acquisendo nuove aree private. Le risorse idriche sono monitorate e protette: la qualità ambientale dei sistemi carsici è eccellente, con particolare riferimento alle acque carsiche e ai delicati ecosistemi sotterranei. Le pochissime grotte utilizzate per le visite non sono state alterate in modo significativo e la fruizione avviene con modalità speleologiche, senza passerelle, illuminazione o altre alterazioni delle cavità naturali. Nel complesso, dopo secoli di sfruttamento minerario del gesso per usi locali, le misure di protezione hanno innescato un processo di ripristino in molte delle aree storiche di escavazione, portando ad una progressiva chiusura di molte di esse negli ultimi 30 anni. Per i pochi siti estrattivi ancora attivi, gli enti competenti stanno attualmente lavorando per trovare le migliori soluzioni in termini ambientali, paesaggistici e socio-economici. Grazie alle amministrazioni dei Parchi Naturali, due cave di gesso abbandonate sono state trasformate in musei geologici e paleontologici a cielo aperto e diverse migliaia di turisti visitano le zone carsiche con la possibilità di entrare in una delle cinque spettacolari grotte della Regione, dedicate principalmente ad attività didattiche sulla protezione ambientale per gli studenti delle scuole elementari e medie. Inoltre, la maggior parte delle aree candidate, dal 2010 al 2016, sono state interessate dal progetto LIFE Gypsum* che ha aumentato la protezione e la consapevolezza di queste aree. Infine, all’interno del progetto è stato sviluppato un Piano di Gestione per migliorare la conservazione e per supportare le autorità preposte a mantenere alti gli standard di protezione anche per il futuro.


