Illustrazione Manuela Santini
Il Sito seriale Via Appia. Regina Viarum è la più antica strada romana il cui tracciato è senza dubbio tra i primi creati. Costruita sotto l’autorità del censore Appio Claudio Cieco dal 312 a.C. in poi, la Via Appia fu originariamente concepita come una strada strategica per la conquista militare, collegando, attraverso la via più diretta, Roma a Capua. Mentre Roma continuava la sua espansione territoriale, la Via Appia fu estesa verso Benevento, Taranto e Brindisi, aprendo così la strada alla conquista dell’Oriente e dell’Asia Minore. La Via Appia, una volta che i territori conquistati da Roma furono stabilizzati, divenne rapidamente una via fondamentale per il commercio e lo sviluppo territoriale e culturale, aperta a tutti senza pedaggio. Nel 109 d.C., l’imperatore Traiano inaugurò la Via Traiana, un’estensione della Via Appia destinata a collegare Benevento a Brindisi più facilmente lungo la costa adriatica.
Per la costruzione della Via Appia e della Via Traiana furono sfruttate appieno le risorse ingegneristiche romane, con ampie opere di bonifica, la realizzazione di grandi opere di ingegneria civile e l’impiego delle tecniche più durature e innovative per la costruzione della carreggiata. In molti punti della strada si trovavano pietre miliari militari che indicavano le distanze, fontane per persone e animali e stazioni di sosta che furono presto convertite in alloggi e luoghi di sosta per i viaggiatori. Intorno alla strada si sviluppò una serie di necropoli e di siti funerari, mentre alla periferia delle città vennero istituiti santuari religiosi. La strada preparò il terreno per la costruzione di una vasta serie di opere monumentali e permise alle città che collegava di crescere anch’esse. Nuovi insediamenti sorsero in relazione alla Via Appia e fu introdotto un sistema ufficiale di divisione delle terre.
La Via Appia continuò a essere utilizzata nel corso dei secoli. Rimane una via di accesso ai villaggi rurali. All’inizio del Medioevo, la Chiesa di Roma vi fece affidamento per diffondere il cristianesimo rilanciando l’agricoltura. A partire dall’XI secolo, gli edifici che costeggiavano la strada furono riadattati come strutture difensive per i pellegrini e i crociati nel loro cammino verso la Terra Santa. Nel Rinascimento, con il rinnovato interesse per l’antichità e i suoi monumenti, il Papato fece eseguire lavori di restauro sulla strada per il suo valore spirituale e storico per la cristianità. Nel XVI secolo iniziò a prendere forma l’idea della conservazione archeologica della strada.
La Via Appia assunse un significato nella memoria collettiva, sia in termini letterari che iconografici, o anche musicalmente parlando. Divenne una tappa fondamentale del Grand Tour.
- Valore UNESCO
La Via Appia è una delle più antiche e importanti strade romane, costruita nel 312 a.C. per collegare Roma a Brindisi, il principale porto verso la Grecia e l’Oriente. È simbolo del genio ingegneristico romano e di una rete viaria che ha favorito lo sviluppo dell’Impero.
Definita “Regina Viarum” (la regina delle strade), rappresenta un modello di infrastruttura che ha unito popoli, culture e territori, anticipando i concetti moderni di integrazione europea e mobilità sostenibile.
Il percorso conserva monumenti, mausolei, acquedotti, catacombe, ville e resti archeologici che raccontano secoli di storia, religione e arte. È anche un itinerario immerso in paesaggi naturali di grande valore.
È stata, nel tempo, via di pellegrinaggio, commercio e cultura, e oggi si propone come itinerario di turismo lento e responsabile, accessibile e sostenibile.
Le caratteristiche del sito
Monumento gigantesco dell’ingegneria stradale, la via Appia esibisce ancora in molti tratti la perfezione tecnica delle pavimentazioni, la grandiosità dei ponti, delle sostruzioni e delle innumerevoli altre opere infrastrutturali e di bonifica idraulica. Il significato storico e culturale della via Appia e dei suoi monumenti ha fatto sì che la via sia diventata un simbolo carico di valore che studiosi e artisti, con le loro opere, hanno contributo a mantenere vivo e accrescere fin dal Rinascimento.
La principale caratteristica di questa prima “autostrada dell’antichità” era quella di essere percorribile anche in caso di forti piogge e con ogni mezzo, grazie alla pavimentazione realizzata con grandi pietre levigate, basoli, e perfettamente combacianti, poggiate su uno strato di pietrisco che assicurava la tenuta e il drenaggio delle acque. Con questa tecnica ingegneristica venne costruita l’ampissima rete stradale del mondo romano. Larga circa 4,1 metri, una misura che consentiva la circolazione dei carri nei due sensi, affiancata da un duplice percorso pedonale e servita da pietre miliari. La strada attraversava un paesaggio ricco di natura e spiritualità, utilizzato da pellegrini, viaggiatori e famiglie patrizie per secoli. Alcuni tratti conservano ancora il lastricato originale. Lungo il percorso si trovano anche stazioni di sosta e taverne, fondamentali per i viaggiatori.
La Via Appia rappresentava quindi un importante asse economico, militare e culturale e ancora oggi è un esempio eccezionale di strada monumentale romana, integrata in un paesaggio storico e archeologico unico.
Per saperne di più
Il sito nella sua estensione
Il sito ha un’estensione di oltre 4600 ettari ed costeggia la strada per una lunghezza di più di 800 chilometri. Per meglio raccontare le caratteristiche e i monumenti più significativi si è ritenuto opportuno dividerla in tratti seguendo le componenti identificate dalla dichiarazione di valore.
Da Porta Capena a Bovillae (componente 1)
La Via Appia iniziava dalla Porta Capena e correva fuori dalle antiche mura di Roma, tra tombe monumentali come il Sepolcro degli Scipioni e il Colombario di Pomponio Hylas. Attraversava zone sacre come il Bosco delle Camene e il fiume Almone, e lambiva grandi complessi come le Terme di Caracalla, alimentate dall’Acquedotto Antoniniano. Dopo la Porta San Sebastiano, il tracciato conserva importanti testimonianze cristiane e pagane: le Catacombe di San Callisto, la Tomba di Cecilia Metella, la Villa di Massenzio, il Ninfeo di Egeria. Ville patrizie come quella di Erode Attico si alternano a monumenti funerari (come la Tomba di Seneca, i Quintili, Casal Rotondo, Torre Selce) e antiche stazioni di sosta. Resti di pavimentazione originale, iscrizioni e strutture militari punteggiano il percorso fino a Bovillae, primo centro urbano extraurbano, ricco di edifici pubblici. Un tratto unico per densità storica, spirituale e paesaggistica.
La Via Appia attraversava i Colli Albani (componente 2)
In età romana, questa zona era caratterizzata da ville di importanti personalità come Clodio Pulcro, Pompeo Magno, gli Atii e Domiziano, testimoniate da sepolcri monumentali lungo la strada. Due di questi, all’ingresso di Albano Laziale, sono tradizionalmente attribuiti a Clodio e Pompeo. Nel III sec. d.C., Settimio Severo vi fece costruire il campo della Legio II Parthica, in parte sovrapposto alla villa di Domiziano. Il Castra Albana era difeso da imponenti mura in peperino e dominato dalla Porta Pretoria, alta oltre 12 m e larga 35 m. Nei pressi fu ampliato un castellum aquae con una cisterna trapezoidale di oltre 10.000 m³. Attorno al campo nacque un centro civile con strutture pubbliche come l’Anfiteatro e le Terme di Cellomaio, dotate di ambienti termali, palestra e piscina, usate da legionari, civili e viaggiatori. Al miglio XV sorge il Sepolcro degli Orazi e Curiazi, tomba tardo-repubblicana con pianta cubica e cinque torri. Poco oltre, nella Valle di Ariccia, scavi recenti hanno rivelato un tratto lastricato della Via Appia e il Basto del Diavolo, antica porta della città. Infine, un viadotto romano lungo 230 m e alto fino a 13 m permetteva alla strada di superare una depressione prima di salire verso Lanuvium e Velitrae: uno dei più rappresentativi esempi di ingegneria stradale romana, immortalato da Piranesi e Labruzzi.
La Valle di Ariccia e la diramazione per Lanuvium (componente 3)
Oltre la Valle di Ariccia, il tracciato della Via Appia diventa meno certo, ma può essere ricostruito seguendo il suo andamento rettilineo e grazie alla scoperta di aree sepolcrali poste ai lati del percorso. La pavimentazione in basoli, ampli blocchi di pietra, riaffiora alla fine dell’attuale Genzano di Roma, dove la strada ricompare accanto alla Via Appia Nuova per poi scendere verso Lanuvio e la campagna nord-occidentale di Velletri. Presso Monte Cagnoletto, si conserva un cippo miliare dedicato all’imperatore Nerva e un tratto ben conservato della strada con strutture laterali, forse botteghe; qui sorgeva anche la statio sub-Lanuvio, una stazione di sosta per viaggiatori. Alla biforcazione per Lanuvio, si trovano le Villae ad bivium, due grandi ville extraurbane con ambienti decorati da mosaici. A Lanuvio sorgeva il monumentale Santuario di Giunone Sospita, di cui restano le fondamenta. A Pantanacci, è stato scoperto un santuario rupestre con migliaia di ex voto e frammenti di una statua di serpente, legati ai rituali della dea. Proseguendo, presso il Ponte di Mele, si conserva un tratto lastricato della Via Appia che supera una cavità scavata nella roccia.
Pianura Pontina e il ramo per Norba (componente 4)
Nella Pianura Pontina, la Via Appia conserva ancora oggi il suo tracciato rettilineo fino alla rupe di Leano, allontanandosi dai centri urbani montani e costieri. Il percorso romano, coperto in parte dalla strada moderna voluta da Papa Pio VI, è affiancato da sepolture, cippi miliari, ponti e altri resti archeologici. Poco prima della statio di Tres Tabernae, la strada incrocia la Via Ninfina, che conduceva all’antica Norba, città fortificata con mura poligonali e quattro porte. Qui si conserva la monumentale Porta Maggiore. L’urbanistica si articola su terrazzamenti, con strade lastricate, marciapiedi e spazi sacri. Lungo questo tratto sono emersi resti della mansio di Tres Tabernae, tra cui terme, botteghe, mosaici e una residenza signorile. Secondo gli Atti degli Apostoli, fu qui che San Paolo incontrò i cristiani romani. Presso Tor Tre Ponti si conservano due cippi miliari: uno del tempo di Nerva e uno di Costantino. Il Forum Appii (oggi Borgo Faiti), fondato nel IV sec. a.C. da Appio Claudio, era collegato a un canale navigabile di 19 miglia (il Decennovium), che conduceva al santuario di Feronia nei pressi di Terracina. Poco più avanti sorgeva la Mutatio ad Medias, oggi Casale di Posta di Mesa, con insediamenti artigianali, una zona sacra e il Mausoleo di Clesippo. Nel tratto finale, la Via Appia passava accanto al Lucus Feroniae, un bosco sacro con sorgenti, locande e terme.
Terracina e il Valico delle Lautole (componente 5)
Il tratto della Via Appia a Tarracina rappresenta un’importante testimonianza del sistema viario romano. Dopo il rettilineo sulla pianura, la strada entra nella città antica attraverso Porta Maior, affiancata da torri quadrate e mura in opera poligonale. All’interno, la Via Appia coincide con il decumano massimo, attraversa il foro (oggi Piazza Municipio), pavimentato con lastre calcaree e costruito da Aulo Emilio nel I sec. d.C., e costeggia il teatro romano, parzialmente scavato, con portico, cavea e ambulacri.
Accanto sorge il Duomo di San Cesareo, eretto sul Tempio Maggiore di epoca imperiale, e della Domus di via Santi Quattro, decorata con mosaici. L’accesso al foro era marcato da due archi onorari, uno dei quali inglobato nel Palazzo Venditti e l’altro, a base quadrata, ben conservato.
Uscendo dalla città, la Via Appia passa accanto alla cisterna nota come Grotte di Cesare. Sul percorso si trovano anche resti di ville, tra cui quella attribuita all’imperatore Galba, e numerose tombe e cisterne. Superato il valico delle Lautole, sede di una battaglia tra Romani e Sanniti (315 a.C.), si incontra la monumentale esedra di Traiano, che segna la congiunzione tra l’Appia “Alta” e “Bassa”. Infine, presso il promontorio del Pisco Montano, un taglio nella roccia di 38 metri realizzato da Traiano permette il passaggio della strada: qui sono visibili le tabulae ansatae che documentano i lavori, e una edicola votiva rupestre scavata nella parete rocciosa.
Da Fondi al Passo di Itri (componenti 6 e 7)
Fondi, antica città degli Aurunci, fu inglobata pacificamente nel mondo romano. Abbandonato l’insediamento sul Monte Pianara, la popolazione si stabilì nel sito attuale, in pianura. Le imponenti mura romane in opera ciclopica e incerta, con torri quadrate e feritoie per balestre, racchiudono ancora oggi la città attraversata dalla Via Appia. Le quattro porte monumentali, tra cui la Porta da Roma con il miliario LXXIV, segnavano i punti cardinali. All’uscita sud, i resti di terme imperiali testimoniano la romanizzazione del territorio. Tra Fondi e Formia, il tratto della Via Appia nelle gole di Itri si snoda tra i rilievi calcarei dei Monti Aurunci, con ponti, terrazzamenti, pavimentazioni e tagli nella roccia che mostrano l’evoluzione tecnica della strada, dal IV sec. a.C. fino all’età moderna. Lungo il percorso si trovano un belvedere con caupona e il Forte di Sant’Andrea, costruito sopra un santuario romano dedicato ad Apollo. Il santuario si sviluppava su 13 terrazze con serbatoi, pozzi e stanze voltate, alimentati da un acquedotto.
Dai Monti Aurunci a Formia (componente 8)
Nel tratto della Via Appia tra l’83° miglio e Formia si concentrano monumenti che testimoniano la romanizzazione del territorio e l’importanza dell’antica arteria viaria. Ancora visibili sono tratti di pavimentazione in basalto voluta da Caracalla nel 216 d.C., in sostituzione della precedente in calcare, come conferma un’iscrizione conservata a Monte San Biagio.
Tra i sepolcri che si allineano lungo la strada spicca il maestoso Mausoleo di Cicerone, alto 24 metri.
Subito prima dell’ingresso nell’antica Formiae si trova la monumentale Fontana di San Remigio, interamente in calcare e decorata da due maschere di divinità fluviali. La Via Appia entrava a Formia diventando decumano massimo, asse urbano lungo cui si disponevano il foro e gli edifici pubblici. Nel quartiere di Castellone, antica acropoli, si conservano tratti di mura ciclopiche e una porta inglobata nella torre medievale di Sant’Erasmo, con iscrizione che ricorda lavori pubblici voluti dagli edili.
Straordinario il Cisternone, una cisterna sotterranea capace di contenere fino a 7000 m³ d’acqua. Una rampa monumentale collegava l’acropoli al foro superando 23 metri di dislivello. Sulle pendici del colle si trovano resti del teatro romano. La presenza di ville marittime appartenute a personaggi come Cicerone e Mamurra conferma Formia come luogo di prestigio e villeggiatura per l’élite romana. Infine, lungo il litorale, sorgevano sontuose ville marittime appartenenti all’aristocrazia romana dotate di terrazze, giardini, peschiere e criptoportici. Formia, grazie alla sua posizione sulla Via Appia, al clima favorevole e alla fertilità del territorio, fu una delle località più ambite come residenza estiva nel tardo periodo repubblicano e nei primi secoli dell’Impero.
Minturnae e l’attraversamento del Garigliano (componente 9)
La colonia romana di Minturnae fu fondata nel 296 a.C. sulla riva destra del fiume Garigliano (antico Liri), lungo la Via Appia, come presidio militare a difesa del porto e del santuario di Marica. La sua originaria funzione militare è testimoniata dalla pianta rettangolare (182 x 155 m), racchiusa da mura in opera ciclopica con quattro torri angolari, delle quali restano ancora tracce. L’impianto urbano seguiva gli assi ortogonali del cardo e del decumano: il decumano massimo coincideva con la Via Appia, mentre il cardo principale superava le paludi tramite un viadotto con arcate ancora visibili. Con la fine delle esigenze militari, tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C., la colonia conobbe un’espansione significativa verso ovest, delimitata da mura in tufo squadrato, dove sorsero il foro repubblicano e il tempio di Giove (Capitolium). In quest’epoca fu realizzato anche il primo teatro. Durante l’età augustea, la città fu ristrutturata su larga scala: la Via Appia urbana divenne una strada monumentale con portici su entrambi i lati; nell’area del foro repubblicano vennero edificati il Tempio A (forse dedicato alla Concordia Augustae) e il Tempio B, probabilmente dedicato a Giulio Cesare, posto sopra le antiche caserme. A sud si sviluppò il cosiddetto foro imperiale, con edifici pubblici come la basilica, la curia e botteghe. A ovest fu costruito l’anfiteatro, mentre un grandioso acquedotto di circa 11 km, con 120 arcate, portava acqua dalle sorgenti di Capodacqua. In età adrianea venne rinnovato il teatro (capienza 4600 spettatori), costruito il macellum (mercato) e le terme urbane. Il passaggio cittadino lungo la Via Appia, lastricato in pietra calcarea, conserva ancora i solchi dei carri e resti di portici che lo rendevano simile a una “strada colonnata”. La città fu attiva fino al VI secolo, quando venne abbandonata a causa delle incursioni saracene. Dopo Minturnae, la Via Appia attraversava il Garigliano su un ponte romano, il pons Tirenus, i cui resti sono stati individuati nel letto del fiume. Fu sostituito nel 1832 dal Ponte Real Ferdinando.
La Via Appia da Sinuessa al pagus Sarclanus (componente 10)
Si prosegue lungo la costa fino a raggiungere l’area di Sinuessa, colonia romana fondata nel 296 a.C., in posizione strategica per controllare l’accesso alla pianura campana. La città fu edificata con un impianto urbano regolare e attraversata dalla stessa Via Appia, che ne costituiva l’asse principale. Nel II secolo a.C. conobbe un notevole sviluppo urbanistico: furono costruite nuove mura, un sistema fognario e riorganizzata l’area del foro. Di questo centro restano oggi tratti di strade pavimentate, edifici monumentali, una casa di epoca repubblicana e una fontana pubblica decorata con un bassorilievo.
Proseguendo verso sud, nei pressi della moderna Baia Azzurra, si conserva un tratto di strada antica ortogonale alla Via Appia, che conduceva a un approdo costiero romano, i cui resti sommersi sono ancora visibili. A nord-est di Sinuessa, presso Masseria Morrone, sono identificabili i resti di un anfiteatro, costruito in età augustea e restaurato nel II secolo d.C., del quale si conservano parte del portico e dell’ambulacro. Lungo la Via Appia si trovavano numerose ville. Nel XX secolo è stato identificato, presso il Cimitero di Mondragone, il centro amministrativo del pagus Sarclanus, uno dei villaggi rurali attorno a Sinuessa. Qui si conserva un tratto monumentale della Via Appia lungo oltre 48 metri con carreggiata. Accanto alla strada si trova un complesso residenziale organizzato intorno a un cortile, con pavimenti decorati e iscrizioni che menzionano la gens Papia e il nome del probabile proprietario, L. Paapius. Il complesso comprendeva anche botteghe, ambienti di servizio e un piccolo sacello. Infine, la Via Appia proseguiva attraversando la fertile pianura del Volturno, famosa in epoca antica per la sua straordinaria produttività agricola e per il vino Falerno, considerato il più pregiato del mondo romano. Anche le zone paludose venivano sfruttate per l’allevamento dei celebri cavalli campani.
Antica Capua (componente 11)
L’Antica Capua, abitata fin dal IX secolo a.C., divenne parte del dominio romano con la Prima Guerra Sannitica e acquisì grande importanza economica e strategica, soprattutto grazie alla costruzione della Via Appia, che ne attraversava il centro come decumanus maximus. All’ingresso della città si ergeva il monumentale Arco di Adriano, con tre arcate e un ricco apparato decorativo in marmo, statue e colonne. Superato l’arco si sviluppava il quartiere degli edifici per spettacoli, dominato dal grandioso Anfiteatro Campano, il secondo più grande del mondo romano dopo il Colosseo. Nei pressi, si trovava anche un edificio per spettacoli più antico, oggi visibile solo nelle fondamenta, e un porticato curvilineo di funzione incerta, probabilmente connesso alla monumentalizzazione dell’area.
Nel centro della città si estendeva il foro, attraversato dalla Via Appia e dominato dal maestoso Capitolium, il tempio dedicato a Giove Ottimo Massimo. Del tempio si conservano il podio e parte delle colonne, oggi visibili nei pressi del Museo Archeologico dell’Antica Capua. Accanto al foro si trovava un imponente criptoportico monumentale, oggi inglobato nell’ex carcere borbonico. Sul lato opposto della via, si trovava il teatro romano, un tempo tra i più grandi della Campania, oggi completamente scomparso sotto la Caserma Pica. Si conserva un Mitreo del II secolo d.C., con affreschi ancora visibili, tra cui spicca la scena della tauroctonia, che raffigura Mitra nell’atto di uccidere il toro. L’ambiente, decorato con vasche e un altare, testimonia la diffusione del culto orientale a Capua. Uscendo dalla città attraverso la Porta Est, la Via Appia conduceva verso l’antica Calatia, segnata da due tombe monumentali, le cosiddette “Carceri Vecchie” e la “Conocchia”, che ancora oggi ricordano la grandiosità del passato capuano.
Benevento e l’Arco di Traiano (componente 12)
Nel tratto che conduceva a Benevento, la Via Appia era rafforzata con ghiaia, come mostrano i resti scoperti nei pressi di via Santa Clementina. Lungo questo percorso si trovava una necropoli monumentale con mausolei e botteghe artigiane risalenti al II-I secolo a.C. Il fiume Sabato veniva superato grazie al Ponte Leproso, tuttora visibile, anche se modificato da successivi restauri che riutilizzarono elementi decorativi e iscrizioni funerarie. Una volta superato il ponte, la strada entrava in città trasformandosi nel decumanus maximus, l’asse principale est-ovest dell’impianto urbano romano, ancora oggi leggibile nel reticolo viario moderno. Al centro della città si trovava il foro, accessibile tramite due archi, tra cui l’Arco del Sacramento.
Benevento, fondata nel 268 a.C. come colonia latina, si trovava in una posizione strategica nella confluenza di due fiumi e al confine tra il versante tirrenico e quello adriatico. La città ospitava numerosi santuari dedicati a divinità come Vesta, Diana, Minerva, Ercole e Iside. Particolarmente significativo è il Tempio di Iside, edificato per ordine di Domiziano con materiali provenienti dall’Egitto o da antichi templi egizi.
Nel settore sud della città si trovavano due importanti edifici per spettacoli: il teatro romano, inaugurato da Adriano nel 125-126 d.C. e restaurato da Caracalla, e l’anfiteatro, databile agli inizi del I secolo d.C.
Il simbolo più rappresentativo della Benevento romana è l’Arco di Traiano, eretto nel 114 d.C. in marmo greco. È uno dei meglio conservati del mondo romano, ornato con rilievi celebrativi che rappresentano scene militari, atti di governo e i benefici degli Alimenta, un programma sociale voluto dall’imperatore per sostenere i piccoli agricoltori e l’educazione dei loro figli. L’arco fu costruito all’inizio della Via Appia Traiana, lungo le mura cittadine, con una forte valenza simbolica e propagandistica.
All’uscita orientale della città la strada era fiancheggiata da monumenti funerari e attraversata dall’acquedotto augusteo proveniente da Serino. Restano visibili cisterne, canali e un arco in mattoni inglobato nelle strutture medievali della Rocca, testimonianze della complessa rete idrica e viaria della città romana.
La Via Appia nel tratto da Beneventum ad Aeclanum (componente 13)
Dopo aver lasciato Benevento, la Via Appia si dirigeva verso Aeclanum, attraversando due stazioni di sosta: Nuceriola (al IV miglio) e Calor flumen (al X miglio). La ricostruzione del tracciato è complessa: alcuni studiosi ipotizzano un’uscita dalla città presso la Rocca dei Rettori o l’Arco di Traiano, altri suggeriscono un percorso più a nord (Cancelleria) o attraverso la masseria di San Cumano, dove sono stati rinvenuti cippi miliari. Recenti scavi hanno individuato il percorso della strada fino alla masseria Grasso, dove si trovava Nuceriola, frequentata dal IV sec. a.C. al VI sec. d.C. L’area presenta tre sistemi di centuriazione: uno risalente alla colonia latina (268 a.C.), un altro alla colonia triumvirale (42-41 a.C. o età augustea) e un terzo, databile all’età traianea-adrianea, legato al rinnovamento della strada (123 d.C.), a causa di problemi ambientali legati ad inondazioni e difficoltà del terreno. In età imperiale e tardoantica, la regione si caratterizza dall’espansione agricola, grazie alla costruzione del Ponte Rotto (pons Appianus) sul fiume Calore. Il ponte (lungo circa 170 m), risalente all’epoca adrianea, sostituì una struttura lignea ed è stato rinforzato in epoca longobarda. Dopo il Calore, la strada attraversava il Vallone dei Morti, zona funeraria, e giungeva ad Aeclanum. L’Appia attraversava la città, formando un asse urbano. Le mura (distrutte da Silla) furono ricostruite e integrate con torri. Gli scavi hanno restituito terme di età adrianea, una domus trasformata in officina vetraria, un macellum e una basilica paleocristiana con battistero a croce greca. La città fu abbandonata progressivamente dal VI sec. e citata nell’VIII sec. come civitas diruta. A est sono emersi tratti ben conservati della pavimentazione dell’Appia, larga fino a 8 metri.
La strada proseguiva verso la Basilicata, ma il tracciato esatto rimane in parte incerto.
La Via Appia nella valle alta del Bradano (componente 14)
Dopo il Pons Aufidi, la Via Appia proseguiva per circa 35 miglia fino all’antica colonia latina di Venusia (odierna Venosa), attraversando un territorio a vocazione agricola, simile a quello dell’età romana, ricco di insediamenti rurali come ville e mansiones. Tra le scoperte più importanti, il celebre sarcofago di Rapolla, rinvenuto in una necropoli lungo la strada e attribuito alla gens Seppia, proprietaria di un fundo nella zona.
Il tracciato è documentato da resti di basolati, pavimentazioni in lastre reimpiegate, dal ponte dell’Arcidiaconata (in rifacimento medievale), e un tratto scavato recentemente nella valle di Sanzanello, dove è emersa la base stradale. Qui sono stati identificati resti di un complesso con cortile, terme e ambienti riconducibili a una stazione di sosta. Avvicinandosi a Venusia, si intensificano le tombe monumentali, tra cui la Tomba di Marcello, risalente tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del I sec. d.C.
Fondata nel 291 a.C. dopo la conquista dei Sanniti, Venusia ricevette 20.000 coloni. Il Parco Archeologico conserva resti di terme, domus con mosaici e affreschi, il macellum, e il teatro augusteo. Una ricca domus fu demolita per costruire la chiesa della SS. Trinità, mai completata.
La Via Appia sul tratturo “Tarantino” e Taranto (componenti 15 e 16)
Dopo aver attraversato Silvium (oggi Gravina in Puglia), la Via Appia prosegue lungo il suggestivo tratturo “Tarantino”, a sud-est di Altamura. Il tracciato, ben conservato per circa 7 km, presenta solchi di ruote nei pressi della Masseria Cialledde, testimonianza del traffico antico. A Serra Porcaro, accanto ai solchi, si estende una necropoli rupestre, riutilizzata in epoca successiva come abitazioni o rifugi.
Costeggiando il versante meridionale della Murgia, la strada raggiunge Blera (presso Masseria Castello), citata negli itinerari tardo-romani come stazione di sosta. Da qui, la Via Appia segue il torrente Pisciulo, dove si trova un complesso rupestre con nicchie e pozzi per raccolta d’acqua e conservazione di cibo.
Il tracciato segna il confine tra Puglia e Basilicata, attraversando Masseria Fontana di Tavola (Santeramo in Colle), sede di un antico insediamento romano imperiale. Qui, fino al XVIII secolo, erano visibili resti della strada. La Via Appia incontra poi altre stazioni: Sub Lupatia (Masseria Caione), dove sono stati rinvenuti resti di un insediamento tardoantico con necropoli e abitazioni prestigiose, e Masseria Minerva (Castellaneta). Prima di entrare a Taranto, si biforcava: la via principale entrava in città, mentre la diramazione “Tarentum ad latus” aggirava il Mar Piccolo. Nella Taranto romana, la Via Appia attraversava il canale navigabile sul ponte situato dove oggi sorge il ponte di Porta Napoli, proseguendo lungo l’attuale Via Duomo. Qui superava un dislivello di 14 metri presso la cattedrale normanna di San Cataldo. Un tratto lastricato fu rinvenuto nel 1931, accanto a un’area pubblica; nel 1657, nella stessa zona, fu scoperta un’iscrizione a L. Giunio Columella, legata probabilmente a concessioni agrarie dell’epoca di Nerone.
Il percorso proseguiva oltre il Tempio Dorico in Piazza Castello, attraversando l’attuale Canale Navigabile e giungendo fino alla zona di Montedoro, seguendo le odierne Via Madre Grazia e Via Plateja, che conservano l’allineamento dell’antico tracciato. Nel centro cittadino, la Piazza Maria Immacolata ha restituito un ampio tratto in ghiaia compattata (oltre 10 metri di larghezza) della fine del I sec. a.C., riconducibile alla Via Appia. Tratti simili sono stati trovati in altre aree, con orientamenti differenti rispetto alla rete stradale greca.
La Taranto romana, meno estesa di quella greca, è conosciuta per i suoi monumenti principali: foro, anfiteatro, teatro e terme. Uscendo dalla città, la Via Appia si dirigeva verso est, deviando nella zona del Cimino, dove nel 1961 è stato scoperto un tratto lastricato con solchi di ruote, parallelo a Via Madre Grazia e Via Plateja. Lungo questo percorso, attraversava le paludi della Salina Grande, passando davanti a Masseria Raho. Nel 2004, scavi hanno riportato alla luce un tratto della plateia greca in uscita dalla porta orientale della polis, poi seguito dalla Via Appia, che da lì si dirigeva a nord-est verso la stazione successiva: Mesochorum, identificata con Masseria Misicuro (Grottaglie).
Via Appia da Mesochorum a Scamnum e Brindisi (componenti 17 e 18)
Dopo Taranto, la Via Appia prosegue verso la costa adriatica pugliese. Il tratto successivo inizia dalla stazione di sosta Mesochorum, identificata con Masseria Misicuro (Grottaglie), dove sono stati scoperti resti di terme romane e una necropoli. Da qui, la strada attraversa le ultime alture della Murgia, costeggiando le mura dell’insediamento messapico di Masseria Vicentino, dove è visibile il passaggio dei carri inciso nella roccia. Superato il torrente Lama La Torre, la strada viene sostenuta da un viadotto lungo 20 metri, ancora conservato. Il tracciato continua seguendo muretti a secco fino alla Masseria Santa Croce dove riaffiora un breve tratto lastricato largo 3 metri. La stazione successiva è Urbius (l’attuale Oria), un importante centro messapico che sorgeva a metà dell’istmo salentino. Qui la Via Appia costeggiava l’acropoli e vaste necropoli. Alcuni tratti in ghiaia testimoniano varie fasi costruttive. Proseguendo verso nord-est, si incontra una villa rustica romana nei pressi della chiesa di Santa Maria di Gallano, necropoli e impianti termali. La strada raggiunge poi la stazione di Scamnum, identificata con il sito archeologico di Muro Tenente, abitato dall’età del ferro e fiorente tra IV e III sec. a.C. Il tracciato principale dell’Appia costeggiava le mura nord, mentre un ramo secondario entrava dalla porta ovest. Secondo la Tabula Peutingeriana, Scamnum era l’ultima stazione prima di Brundisium (Brindisi), colonia latina fondata nel 244 a.C. per sfruttare il suo porto naturale. Collegata a Roma tramite la Via Appia, la Via Minucia e l’Appia Traiana, Brindisi divenne un nodo strategico per commerci e spedizioni militari verso l’Oriente.
La città fu progettata con una griglia ortogonale e isolati rettangolari di 71 metri. L’asse principale, oggi identificabile con via Moricino, via Lauro e via Porta Lecce, divideva in due la città e si collegava alla Via Traiana Calabra. Il prolungamento urbano della Via Appia Traiana attraversava via Castello, via Santabarbara e via Tarantini, raggiungendo l’area dell’antico santuario urbano (attuale Piazza Duomo).
Un altro asse, derivato dalla Via Appia Claudia, entrava da Porta Mesagne e seguiva il corso del torrente Mena fino a Piazza Vittorio Emanuele, dove si trovava una cisterna con due vasche comunicanti per la distribuzione dell’acqua. Resti di statue, iscrizioni e elementi architettonici provengono dal foro romano, confermandone l’aspetto monumentale. Nella zona di S. Pietro degli Schiavoni si conserva una strada lastricata larga 4,5 m e resti di case e piccole terme private, databili all’età tardoantica. Sotto la chiesa medievale di San Giovanni al Sepolcro si trova una lussuosa domus del I sec. d.C., con mosaici e decorazioni di pregio, rinnovata nel II secolo. Poco oltre, si conservano resti di un portico monumentale augusteo.
Sull’estremità della Collina di Ponente, in cima alla Scalinata Virgiliana, si ergeva il monumento delle due colonne, simbolo della fine della Via Appia. Una sola colonna è ancora in piedi, con capitello figurato raffigurante divinità marine (Nettuno, Oceano, Anfitrite, Teti). Secondo tradizione, la colonna perduta mostrava immagini militari e figure orientali, forse celebrando le spedizioni vittoriose partite da Brindisi. La decorazione è attribuita al periodo di Settimio Severo, ma il basamento, con dedica a Giove, risale probabilmente all’epoca tardo-repubblicana. L’Appia Traiana usciva dalla città in direzione San Vito, dove già nel XVIII secolo si osservavano tratti pavimentati e tombe funerarie. Scavi del 1919-20 hanno restituito un tratto di 70 m di lastricato con sepolture e iscrizioni. Questo tratto segnava il collegamento con le principali necropoli extraurbane di Brindisi.
La Via Appia Traiana da Benevento ad Aequum Tuticum (componente 19)
La Via Appia Traiana, voluta da Traiano per migliorare i collegamenti tra Benevento e Brindisi, iniziava poco oltre l’Arco di Traiano e attraversava il Ponticello, ponte romano ampliato in età traianea. Proseguiva in direzione est-nord-est verso il Ponte Valentino sul fiume Calore, originariamente di epoca augustea e poi ristrutturato. La strada seguiva il fiume Tammaro e toccava il vicus di Forum Novum, prima stazione a 10 miglia da Benevento. Resti del tracciato, lastricati e iscrizioni (CIL 9, 6005) testimoniano la sua importanza. Proseguiva oltre i fossi Pazzano e Lametto, dove restano tracce di ponti e basolato. Nel Vallone della Ferrara si trovano i resti del Ponte Ladrone, mentre nel Vallone delle Cesine si incontrava il Ponte San Marco, vicino al quale furono rinvenuti cippi miliari con iscrizioni di Costantino e Teodosio. Sull’altopiano di Starza, scavi hanno portato alla luce un insediamento romano. Il ben conservato Ponte delle Chianche, con sei arcate in mattoni, presenta bolli con la dicitura pont(es) v(iae) Tra(ianae). Una lastra ricorda restauri di Settimio Severo e Caracalla; un miliario, il XIV o XV da Benevento, è conservato a Buonalbergo. Presso la chiesa di S. Maria dei Bossi, costruita su un mausoleo romano, si trovano altri cippi miliari. La strada attraversava poi il Ponte Santo Spirito e risaliva verso il vicus di Aequum Tuticum, importante nodo viario dove si incrociavano varie strade romane. Scavi hanno rivelato terme, magazzini e una villa tardoantica.
La strada proseguiva verso il punto più alto del percorso (1.000 m), presso le sorgenti del fiume Celone, sede della stazione Mutatio Aquilonis, la cui funzione si mantenne nei secoli, come testimonia la presenza di una taverna del XII secolo, giunta fino a noi nella sua veste cinquecentesca Masseria di S. Vito medievale.
La Via Appia Traiana da Aecae a Herdonia (componente 20)
La Via Appia Traiana attraversava l’antica Aecae (oggi Troia), con parte del basolato romano ancora visibile lungo l’attuale Corso Regina Margherita. Proseguiva lungo la strada moderna Incoronata fino alla statio Ad Pirum, una stazione di sosta a 12 miglia da Herdonia. Prima di incrociare l’attuale SS 90, la strada cambiava direzione per inserirsi in un sistema agrario romano con lotti regolari, testimonianza della continuità d’uso fino all’età tardo-imperiale. Un tratto di strada ghiaiata è stato ritrovato recentemente.
La Via Appia Traiana superava i fiumi Cervaro e Carapelle tramite due grandi ponti in calcestruzzo con molti archi, ancora visibili. Il percorso della strada è riconoscibile in fotografie aeree d’epoca.
Entrata in Herdonia dalla Porta Nord, la strada era lastricata e collegava la città ad altre vie importanti, favorendo il suo sviluppo economico e urbano. Scavi hanno riportato alla luce edifici pubblici come mercato, basilica, templi, anfiteatro e terme, simboli del suo splendore romano.
La Via Appia Traiana a Canusium e il corso dell’Ofanto (componente 21)
La Via Traiana, proveniente da Herdonia, attraversava il fiume Ofanto tramite un imponente ponte romano a cinque arcate (170 metri), costruito con tecniche avanzate di ingegneria e restaurato nei secoli. Dopo il ponte, la strada si inoltrava in un’area funeraria monumentale con importanti mausolei romani (Bagnoli, Barbarossa, Casieri). Entrava a Canosa attraverso l’Arco di Varro (II sec. d.C.), un monumento commemorativo isolato. Il tracciato della strada all’interno della città è incerto, ma Canusium aveva già un ruolo centrale nei traffici regionali grazie alla sua posizione strategica. Già attiva in età ellenistica (es. Tempio di Minerva), conobbe un grande sviluppo in epoca antonina grazie a Herodes Atticus, che finanziò opere pubbliche (terme, acquedotto, tempio di Giove Toro). Canosa divenne colonia romana con lo status di Aurelia Augusta Pia. L’Ofanto, unico fiume navigabile della Daunia, influenzò l’organizzazione del territorio. Nei pressi del ponte si trovava un approdo fluviale, collegato al porto di Barletta (Bardulos), definito dallo storico Strabone “porto dei Canosiani”. Legata al fiume era anche Canne, che controllava i traffici e l’agricoltura della zona. Abitata dai Dauni, divenne nota per la battaglia del 216 a.C., anche se non ne restano tracce archeologiche. In età romana, l’area ospitava una villa con terme (San Mercurio), attive tra I e IV secolo. Nel Parco Archeologico di Canne si conservano cinque pietre miliari romane, quattro delle quali riferibili all’età Traiana e uno ai restauri costantiniani.
L’Appia Traiana lungo la costa adriatica, attraverso Egnazia (componente 22)
Dopo Canosa, la Via Traiana si dirige verso Monte Faraone (Andria), seguendo due percorsi: uno rettilineo visibile da foto aeree storiche e l’altro documentato da Ashby e Gardner, che passa per la SP181. La strada attraversava Ruvo e seguiva un tracciato simile a quello odierno verso Bitonto (l’antica Butuntum), per poi puntare verso Bari, attraversando le incisioni carsiche del Balice e della Lamasinata. A testimoniare il percorso vi sono tratti con pavimentazione in ghiaia a Misciano (Modugno) e presso Masseria Prete (Bari).
A Bari (Barium), il tracciato è incerto: lastricati tardoantici nel centro storico potrebbero sovrapporsi a percorsi più antichi, ma si ipotizza anche una tangenziale che evitava l’ingresso in città. Dopo Bari, la Via Traiana costeggia il mare, toccando Turres Iuliana (presso Cala Paduano) e Turres Aureliana (probabilmente S. Vito di Polignano), entrambe sedi di importanti ville marittime.
A Polignano la strada devia nell’entroterra per superare il terreno più scosceso, arrivando a Monopoli (Dertum), dove si conserva un tratto stradale con profondi solchi per circa 500 metri. Due miglia più a sud si trovano i resti della villa e dell’abbazia di S. Stefano, punto strategico e ben servito. Il percorso segue probabilmente l’attuale SP90, passando tra le due Lame di S. Stefano. Presso Torre Cintola si notano tracce del piano viario con numerosi solchi incisi nella roccia. Due percorsi si diramano: uno costiero e uno più interno, che si ricongiungono a Porto Giardino.
Un tratto costiero fu eroso e in parte distrutto da una cava, usata per costruire torri di avvistamento spagnole (Torre Cintola e Torre S. Giorgio). La strada prosegue su un percorso panoramico ma fragile dal punto di vista geologico, fino a Capitolo. Da qui, scende verso Egnazia, antica città messapica poi municipium romano. La Via Traiana attraversava la città con lastroni in pietra, fungendo da asse urbano principale, dividendo le aree pubbliche da quelle private.
A Egnazia si conservano numerosi edifici: il foro, collegato al porto (ancora visibile nei fondali), il santuario delle divinità orientali (con tempio di Cibele, sacello di Attis, e anfiteatro sacro), la basilica episcopale (IV-V sec.), la basilica civile (I sec. a.C., poi cristianizzata), le terme decorate e un santuario di Venere con portico dorico. Fuori dalle mura, recenti scavi indicano che la Traiana passava più all’interno rispetto alla costa, con tracce presso Masseria Maciola. Più avanti, si segnala un miliario reimpiegato in un muretto a secco a Masseria Torrebianca. Dopo circa 10 miglia, si raggiungeva la mutatio ad Decimum, di localizzazione ancora incerta. La strada proseguiva nell’entroterra, per evitare le lamas, giungendo alla mansio ad Speluncas (Torre S. Sabina), a 21 miglia da Egnazia. Tracce del percorso sono visibili ancora oggi. Poco più a sud si trovano i resti del ponte-viadotto di Apani, lungo 142 m, che superava il canale omonimo.
Infine, la Via Traiana entrava a Brindisi dall’attuale strada provinciale per San Vito.
Via Appia, Regina Viarum. Cosa racconta il suo nome
La Via Appia deve il suo nome ad Appio Claudio che si operò alla costruzione di questa strada anche se i lavori per la realizzazione dell’intera opera stradale si protrassero per oltre un secolo, avanzando per lotti successivi. L’attributo “Regina Viarum” (regina delle strade) è legato ad un verso del poeta latino Stazio, che, descrivendo la Via Appia, scrisse: “Appia longarum teritur regina viarum” (si percorre l’Appia, regina delle lunghe strade).
Un primato: l’impegno per il riconoscimento del sito
Si tratta della prima candidatura promossa direttamente dal Ministero della Cultura, che ha coordinato tutte le fasi del processo e ha predisposto tutta la documentazione necessaria per la richiesta d’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale. Il risultato è il frutto di un lavoro di squadra che ha visto il coinvolgimento di molteplici istituzioni: 4 Regioni (Lazio, Campania, Basilicata e Puglia), 13 Città metropolitane e Province, 74 Comuni, 14 Parchi, 25 Università, numerosissime rappresentanze delle comunità territoriali, nonché il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra della Santa Sede.
Protagonisti
Appio Claudio Cieco
Appio Claudio Cieco (350 a.C. circa – 271 a.C. circa) è stato un importante politico e militare romano. Ricoprì le cariche di censore e console distinguendosi per cultura, abilità oratoria e brillanti doti amministrative. Nel corso della sua lunga vita (morì vecchio e cieco – da cui il soprannome), portò importanti innovazioni: attuò una riforma per allargare la base censitaria ai beni mobili, aprì l’accesso al Senato a uomini di bassa classe sociale e influì decisamente sulle trattative di pace nella guerra contro Pirro, re dell’Epiro. Il suo nome è legato a due fra le più importanti opere ingegneristiche dell’epoca repubblicana: l’acquedotto Appio e la Via Appia, entrambi rivoluzionari progetti presi a modello da tutto il mondo romano a venire.
Marco Ulpio Traiano
Marco Ulpio Traiano, nato nel 53 d.C. a Italica (Spagna), fu un imperatore romano considerato tra i più grandi e capaci. Divenne imperatore nel 98 d.C. dopo essere stato adottato dall’imperatore Nerva. Durante il suo regno, Traiano promosse importanti riforme amministrative e militari, portando l’Impero Romano alla sua massima espansione territoriale. Traiano fu soprannominato “Optimus Princeps” (il miglior principe) per le sue qualità di generale, amministratore e politico. Fu ammirato dai suoi contemporanei e considerato uno dei più grandi imperatori romani. Traiano morì nel 117 d.C. durante una campagna militare in Oriente. Gli successe il suo pupillo, Adriano. Non ebbe un diretto coinvolgimento nella costruzione o nella modifica della Via Appia, ma la sua politica imperiale e le sue opere pubbliche ebbero un impatto indiretto su questa importante via di comunicazione. Traiano costruì la Via Traiana, una strada alternativa che, nel tratto finale da Benevento a Brindisi, divenne preferita alla Via Appia per i collegamenti con l’Oriente.
Testimonianze d’autore
Testimonianze
Uscito dalla grande Roma mi accolse Arriccia con modica ospitalità, mi era compagno il rettore Eliodoro, veramente molto sapiente dei greci; indi il Foro Appio, pieno zeppo di marinai e osti imbroglioni. Questa tratto di strada lo dividemmo da pigri in due parti, che è unica per coloro che sono più veloci di noi. Qui io a causa dell’acqua, poiché era cattivissima, dichiaro guerra alla pancia, aspettando con animo non certo tranquillo i compagni cenanti. Già la notte si preparava a riportare ombre alle terre e diffondere segni nel cielo; allora gli schiavi lanciarono insolenze ai barcaioli, i barcaioli agli schiavi: « Accosta qua!»; «vuoi farne salire trecento?»; « Ohe, già è abbastanza». Mentre si esige il bronzo, mentre si lega la mula, se ne andò tutta l’ora. Fastidiose zanzare e rane palustri allontanano il sonno. Il navigante innaffiato di molto vino andato a male e un viaggiatore a gara cantano l’amica assente, infine stanco il viandante inizia a dormire. E il pigro marinaio lega a una roccia le briglie della mula mandata a pascolare e dorme profondamente supino. E già veniva il giorno, quando ci accorgemmo che il barcone non avanzava affatto, finché salta su una testa calda e spiana il capo dei marinai e i fianchi delle mule con una verga di salice; finalmente soltanto verso l’ora quarta veniamo sbarcati, laviamo la tua bocca e la mano, Feronia, con l’acqua. Allora, dopo aver pranzato, ci trascinano per tre miglia e Arriviamo ai piedi di Auxur, posta su rocce che biancheggiano a distanza. Qua stava per venire l’ottimo Mecenate e Cocceio, mandati per trattare cose importanti e uno dei due ambasciatori, abituati a rappacificare gli animi discordi. Qui io, affetto da congiuntivite mettevo ai miei occhi colliri neri; tra questo venne Mecenate e Cocceio, e insieme Capitone Fonteio, uomo fatto a prova d’unghia, amico di Antonio, quant’altri mai. Lasciamo volentieri Fondi poiché era pretore Aufido Lusco deridendo le insegne del vanesio scribacchino coperto e portato il chiodo e il bracere alla brace. Nella città di Formia pernottiamo quindi stanchi poiché Murena ci offre la casa, Capitone il pasto. Il giorno seguente veramente gratissimo; infatti Plozio e Vario e Virgilio accorrono a Sinuessa, anime quali più sincere non ne produce la terra, alle quali nessuno è più attaccato di me. O quanti abbracci e quante manifestazioni di gioia vi furono! Io non potrei paragonare finché sarò sano di mente con un caro amico. La villetta, che è vicina al ponte campano, ci diede un tetto, e anfitrioni ci diedero legna e sale, che devono. Partiti di qui i muli depongono il basto all’ora prevista a Capua. Mecenate va a giocare, io e Virgilio a dormire, infatti il giocare a palla è dannoso agli occhi e allo stomaco. Partiti di qui ci accoglie la fornitissima villa di Cocceio, che è sopra le osterie di Caudio. Ora, o musa, vorrei che tu ci ricordi con poche parole la guerra del buffone Sarmento e di Messo Cicirro e da quale padre nati l’uno e l’altro vennero alla zuffa. Di Messio la famosa stirpe è quella degli Osci, di Sarmento vive la padrona; nati da questi antenati vennero alla guerra. Per primo Sarmento: «Dico che sei simile ad un cavallo selvaggio». Ridiamo; e lo stesso Messio: «D’accordo», e scuote la testa. «O, se la tua fronte non fosse con il corno tagliato, cosa faresti, che cosi mutilato minacci?» disse. E veramente una brutta cicatrice gli aveva deturpato la fronte irsuta di capelli dalla parte sinistra del viso. Dopo aver scherzato a lungo sul morbo campano e sul suo aspetto, chiedeva che ballasse la danza del pastore ciclope: non gli era affatto necessaria la maschera paurosa né i costumi tragici. Cicirro risponde molte cose a queste: chiedeva se già avesse offerto ai Lari La sua catena di schiavo per grazia ricevuta; poiché era scribano, non era per nulla diminuito il diritto di padronanza su di lui; rispondeva alla fine, perché qualcuno era fuggito, al quale era abbastanza una libbra di ferro, così gracile e tanto piccolino. Proprio piacevolmente prolunghiamo quella cena. Ci dirigiamo da qui direttamente a Benevento, dove un oste zelante. Poco mancò che andasse a fuoco mentre faceva girare sul fuoco i magri tordi; guizzando qua e là per la vecchia cucina, divampato il fuoco, in breve giungeva a lambire la sommità del tetto. Allora tutti vedevano gli avidi commensali e i servi timorosi Voler salvare la cena ed estinguere le fiamme. La puglia inizia da quel luogo a mostrarmi I monti noti, che lo Scirocco asciuga e che non supereremmo mai, se non ci avesse accolti una locanda vicino a Trevico che faceva lacrimare gli occhi, mentre bruciavano nel camino rami umidi con foglie. Qui io aspetto, stupidamente, fino a mezzanotte una ragazza bugiarda; il sonno alla fine mi prende col pensiero rivolto all’amore, e poi un sogno, con visioni erotiche, mi fa sporcare la veste da notte e il ventre supino. Quindi arriviamo stanchi a Ruvo, perché ci eravamo sorbiti Una lunga strada fatta più malagevole per la pioggia. Il giorno dopo il tempo fu migliore, la via peggiore fino a Bari, municipio ricco di pesce; poi Egnazia, costruita conto la volontà delle ninfe, ci offrì di che ridere e scherzare, mentre voleva farci credere che l’incenso si consumasse da sé, senza fiamma sulla soglia del tempio. Lo creda pure il giudeo Apella, io no: infatti so che gli dei conducono una vita senza affanni, e, se la natura fa qualcosa di straordinario, gli dei irati non fanno scendere ciò dall’alto tetto del cielo. Brindisi è la fine di lunghi racconti e viaggi.
(Orazio, Iiter Brundisinum, 37 a.C.)
“Sono partito da Roma questo mercoledì 15 aprile 1671, per andarmene a Napoli. Sono passato per il quartiere di S. Giovanni e per la porta dello stesso nome che era chiamata porta Capena. Passando, ho visto una quantità di ruderi antichi e ho notato a sinistra, sul mio cammino, tutto quello che appare del Circo Massimo, e ancora, prima di uscire dalla città, ho visto alcuni resti delle fondamenta della biblioteca di Augusto che appaiono in cima al monte Palatino. Ho ancora notato dallo stesso lato il luogo in cui i Giudei furono relegati al tempo di Domiziano. Sulla mia destra ho visto quello che oggi si chiama Capo di Bove, che è un grosso mausoleo costruito un tempo per la sepoltura di Cecilia Metella; un po’ più in basso, ho notato i resti del circo di Caracalla, quelli delle Thermae Antoninianae, e quelli dei Castra praetoriana, in mezzo ai quali sono i muri di un tempio di Marte che era estremamente grande. Ho visto quindi la fonte Egeria, dove si dice che Numa Pompilio veniva un tempo per vedere questa ninfa; ho visto ancora lungo la via Latina, che è quella che porta a Castel Gandolfo, una quantità di sepolcri antichi a destra e a sinistra, tra i quali il più notevole è quello degli Orazi.”
(Marquis de Seignelay, 1671)
“Oggi ho visitato la Ninfa Egeria, poi il Circo di Caracalla, i resti dei sepolcri lungo la Via Appia e la Tomba di Cecilia Metella, che dà veramente l’idea della solida costruzione muraria. Quegli uomini lavoravano per l’eternità, avevano calcolato tutto di tutto, tranne la follia dei devastatori, a cui nulla poteva resistere.”
(J.W. Goethe, Viaggio in Italia, 1817)
“Un giorno ci avviammo a piedi, eravamo un gruppetto di tre, verso Albano, a quattordici miglia di distanza; spinti dal vivo desiderio di arrivarci seguendo la via Appia, da lungo tempo rovinata e invasa dalla vegetazione. Partimmo alle sette e mezza di mattina e, dopo circa un’ora, eravamo fuori, in aperta Campagna. Per dodici miglia avanzammo, arrampicandoci su per una serie ininterrotta di monticelli, di ammassi e di collinette formate da rovine.”
(Charles Dickens, Impressioni italiane, 1845)
Legami tra i siti Unesco italiani
Via Appia, Regina Viarum… e il centro storico di Roma
Il confronto più aderente è quello con il centro storico di Roma. Benché questo bene coinvolga elementi risalenti dall’età romana al XV secolo, l’importanza delle realizzazioni connesse al periodo più antico sono molto forti ed esemplari. Nelle località che sorgono lungo la Via Appia è possibile ritrovare caratteristiche e tecniche che trovano nella capitale dell’Impero un modello da seguire: la struttura viaria e urbana, la presenza di infrastrutture idriche come acquedotti e cisterne, l’edificazione di aree funzionali all’interno della città, come la zona per gli spettacoli, i fori, gli isolati abitativi e le aree sacre e sepolcrali. Va inoltre ricordato che la Via Appia ha origine appunto da Roma e serve da arteria di comunicazione verso l’Oriente e che tutte le strutture presenti lungo la via Appia vengono realizzate per coprire le necessità di chi viaggiava e viveva all’epoca della Roma latina.
Note bibliografiche
Bibliografia
AA.VV. Via Appia, Regina Viarum – Nomination Format
Nel Web
Webgrafia
https://whc.unesco.org/en/list/1708/
https://www.parchiromagna.it/pagina.php?id=94
- Valore UNESCO
La Via Appia è una delle più antiche e importanti strade romane, costruita nel 312 a.C. per collegare Roma a Brindisi, il principale porto verso la Grecia e l’Oriente. È simbolo del genio ingegneristico romano e di una rete viaria che ha favorito lo sviluppo dell’Impero.
Definita “Regina Viarum” (la regina delle strade), rappresenta un modello di infrastruttura che ha unito popoli, culture e territori, anticipando i concetti moderni di integrazione europea e mobilità sostenibile.
Il percorso conserva monumenti, mausolei, acquedotti, catacombe, ville e resti archeologici che raccontano secoli di storia, religione e arte. È anche un itinerario immerso in paesaggi naturali di grande valore.
È stata, nel tempo, via di pellegrinaggio, commercio e cultura, e oggi si propone come itinerario di turismo lento e responsabile, accessibile e sostenibile.
Le caratteristiche del sito
Monumento gigantesco dell’ingegneria stradale, la via Appia esibisce ancora in molti tratti la perfezione tecnica delle pavimentazioni, la grandiosità dei ponti, delle sostruzioni e delle innumerevoli altre opere infrastrutturali e di bonifica idraulica. Il significato storico e culturale della via Appia e dei suoi monumenti ha fatto sì che la via sia diventata un simbolo carico di valore che studiosi e artisti, con le loro opere, hanno contributo a mantenere vivo e accrescere fin dal Rinascimento.
La principale caratteristica di questa prima “autostrada dell’antichità” era quella di essere percorribile anche in caso di forti piogge e con ogni mezzo, grazie alla pavimentazione realizzata con grandi pietre levigate, basoli, e perfettamente combacianti, poggiate su uno strato di pietrisco che assicurava la tenuta e il drenaggio delle acque. Con questa tecnica ingegneristica venne costruita l’ampissima rete stradale del mondo romano. Larga circa 4,1 metri, una misura che consentiva la circolazione dei carri nei due sensi, affiancata da un percorso pedonale e servita da pietre miliari. La strada attraversava un paesaggio ricco di natura e spiritualità, utilizzato da pellegrini, viaggiatori e famiglie patrizie per secoli. Alcuni tratti conservano ancora il lastricato originale. Lungo il percorso si trovano anche stazioni di sosta e taverne fondamentali per i viaggiatori.
La Via Appia rappresentava quindi un importante asse economico, militare e culturale e ancora oggi è un esempio eccezionale di strada monumentale romana, integrata in un paesaggio storico e archeologico unico.
Per saperne di più
Le componenti del sito
La Via Appia è una delle opere più imponenti e durature dell’ingegneria romana. Attraversava un mosaico di paesaggi, città e culture, permettendo non solo il transito di eserciti e merci, ma anche la diffusione di idee, modelli artistici e religioni.
Nel 2023 la Via Appia è stata iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come sito seriale, articolato in 22 componenti, parti del sito patrimonio mondiale, distribuite in 4 regioni italiane. Ciascuna componente conserva testimonianze materiali – tratti di basolato, mausolei, ponti, porte urbiche – e racconta una parte della grande storia della strada. Descrivere tutte le 22 tappe significherebbe percorrere un viaggio lunghissimo nel tempo e nello spazio, per questo si è scelto di concentrarsi su alcune città particolarmente significative: luoghi dove la Via Appia ha lasciato un segno forte nella storia urbanistica, nella memoria collettiva e nei monumenti ancora visibili. Saranno quindi narrati esempi emblematici, capaci di restituire al meglio la ricchezza e la varietà del patrimonio legato a questa straordinaria infrastruttura romana. Il sito ha un’estensione di oltre 4600 ettari ed è lunga più di 800 chilometri.
La partenza da Roma
La Via Appia iniziava a Roma, presso la Porta Capena, e usciva dalle antiche mura attraversando un’area ricca di monumenti e luoghi significativi. Nei primi chilometri si incontravano tombe importanti, come il Sepolcro degli Scipioni e il Colombario di Pomponio Hylas, e aree sacre come il Bosco delle Camene e il fiume Almone. Lungo il percorso si potevano ammirare grandi opere come le Terme di Caracalla, alimentate dall’Acquedotto Antoniniano. Dopo la Porta San Sebastiano, la strada conservava testimonianze sia cristiane che pagane: le Catacombe di San Callisto, la Tomba di Cecilia Metella, la Villa di Massenzio e il Ninfeo di Egeria. Ville patrizie, come quella di Erode Attico, si alternavano a monumenti funerari e a resti di antiche stazioni di sosta, dove i viaggiatori potevano riposarsi. Tra questi spiccavano la Tomba di Seneca, i resti della villa dei Quintili, Casal Rotondo e Torre Selce. Ancora oggi, tratti di pavimentazione originale, iscrizioni e resti di fortificazioni accompagnano il percorso fino a Bovillae, il primo centro abitato fuori Roma, ricco di edifici pubblici.
Formia
Poco prima di entrare nell’antica Formiae si incontra la monumentale Fontana di San Remigio, realizzata in calcare e decorata con due maschere raffiguranti divinità fluviali. Da qui, la Via Appia entrava in città trasformandosi nell’asse principale lungo il quale si affacciavano il foro e gli edifici pubblici. Nel quartiere di Castellone, antica acropoli, si conservano tratti delle mura ciclopiche e una porta inglobata nella torre medievale di Sant’Erasmo, che porta un’iscrizione in ricordo di lavori pubblici voluti dagli edili romani. Uno dei monumenti più straordinari è il Cisternone, una grande cisterna sotterranea capace di contenere fino a 7.000 m³ d’acqua, fondamentale per l’approvvigionamento idrico della città. Una rampa monumentale collegava l’acropoli al foro superando 23 metri di dislivello. Sulle pendici del colle si trovano i resti del teatro romano. Lungo la costa, numerose ville marittime testimoniano la presenza di famiglie aristocratiche: tra i proprietari figurano personaggi illustri come Cicerone e Mamurra. Queste residenze, dotate di terrazze panoramiche, giardini, peschiere e criptoportici, facevano di Formia una località di prestigio, apprezzata per il clima mite e la fertilità del territorio.
Grazie alla sua posizione sulla Via Appia, Formia fu, tra la tarda Repubblica e i primi secoli dell’Impero, una delle mete di villeggiatura più ambite dell’élite romana.
Antica Capua
L’Antica Capua, abitata fin dal IX secolo a.C., divenne una città ricca e importante sotto i Romani, grazie anche alla Via Appia che la attraversava come strada principale. All’ingresso si trovava il maestoso Arco di Adriano, che introduceva alla zona degli spettacoli, dominata dal grande Anfiteatro Campano, secondo solo al Colosseo. In città c’erano anche il foro, cuore della vita pubblica, con il tempio di Giove (Capitolium), e un criptoportico monumentale. Accanto si trovava il teatro romano e, in un’area sacra, il Mitreo del II secolo d.C., decorato con affreschi del dio Mitra. Uscendo verso est, la Via Appia portava a Calatia, dove ancora si possono vedere due tombe monumentali, segni della grandezza di Capua nel mondo antico.
Benevento
Benevento, fondata nel 268 a.C. come colonia latina, si trovava in una posizione strategica tra due fiumi e lungo la Via Appia, che qui entrava in città come strada principale. Nei pressi si trovavano necropoli monumentali e il Ponte Leproso, che permetteva di attraversare il fiume Sabato. Il centro urbano era organizzato attorno al foro, accessibile da archi monumentali come l’Arco del Sacramento, e ospitava santuari dedicati a varie divinità, tra cui il Tempio di Iside voluto da Domiziano. A sud si trovavano il teatro romano e l’anfiteatro. Il monumento più celebre è l’Arco di Traiano (114 d.C.), riccamente decorato e simbolo della città, da cui iniziava la Via Appia Traiana. All’uscita est si vedono resti dell’acquedotto augusteo, cisterne e monumenti funerari.
Taranto
Dopo aver attraversato la Murgia, la Via Appia raggiungeva Taranto, un importante porto e centro commerciale dell’età romana. Il percorso, ancora visibile in alcuni tratti, conserva solchi lasciati dalle ruote dei carri e testimonianze di antiche stazioni di sosta. Prima di entrare in città, la strada si divideva: un ramo attraversava Taranto, l’altro aggirava il Mar Piccolo. All’interno del centro romano la Via Appia passava vicino ai principali monumenti: il foro, il teatro, l’anfiteatro, le terme e il celebre Tempio Dorico. Resti della pavimentazione, larghi fino a 10 metri, sono stati rinvenuti in varie zone. Uscendo verso est, la strada attraversava le paludi della Salina Grande e seguiva un antico percorso greco, toccando la stazione di Mesochorum (Grottaglie). Questi resti raccontano il ruolo strategico di Taranto come snodo marittimo in epoca romana.
L’Appia Traiana
La Via Appia Traiana fu costruita dall’imperatore Traiano tra il 108 e il 110 d.C. come alternativa alla più antica Via Appia. Collegava Benevento a Brindisi passando vicino alla costa adriatica, offrendo un percorso più breve e agevole, utilizzabile anche in inverno perché meno esposto a neve e fango. Rimase in uso per molti secoli, fino al Medioevo. Il tracciato ricalcava in parte una strada più antica, la Via Minucia, del II secolo a.C., ma Traiano la migliorò rendendola adatta al traffico intenso di merci e viaggiatori. La nuova via partiva da Benevento, attraversando il monumentale Arco di Traiano, e si dirigeva verso l’Irpinia e il Sannio, superando fiumi e colline grazie a ponti e tratti selciati, alcuni ancora visibili. Il percorso saliva fino al valico di San Vito sui Monti della Daunia, il punto più alto (947 m), per poi scendere verso Troia e il Tavoliere delle Puglie. Da lì raggiungeva città importanti come Herdonia, Canosa, Corato, Ruvo e Bitonto, per poi seguire due possibili tracciati: uno costiero, passando per Bari, Polignano ed Egnazia, città romana con foro, templi, terme e necropoli, e uno interno, toccando centri come Modugno, Ceglie del Campo, Noicattaro, Rutigliano e Conversano, per poi ricongiungersi alla costa. Il viaggio terminava a Brindisi, porto strategico verso l’Oriente, segnato dalle celebri colonne romane simbolo della fine della via Appia. Alcuni tratti pavimentati della Via Appia Traiana si possono ancora percorrere oggi, e sono visibili le pietre miliari, i resti di ponti e testimonianze archeologiche che raccontano un’infrastruttura pensata per unire territori e popoli dell’Impero Romano.
Brindisi
Brindisi, fondata nel 244 a.C. come colonia latina, era un porto naturale strategico collegato a Roma dalla Via Appia e da altre grandi strade. Il tracciato principale costeggiava le mura, mentre un ramo entrava in città. L’impianto urbano aveva strade regolari e un asse centrale che conduceva al santuario urbano (oggi Piazza Duomo). Qui si trovavano il foro, ricco di statue e iscrizioni, strade lastricate, terme e case decorate, come la domus sotto San Giovanni al Sepolcro. Sulla Collina di Ponente, le due colonne – oggi ne resta una – segnavano la fine della Via Appia, con sculture di divinità marine e motivi celebrativi. Uscendo verso San Vito, resti di lastricato e tombe testimoniano il collegamento con le necropoli e l’importanza di Brindisi come porta verso l’Oriente.
Via Appia, Regina Viarum. Cosa racconta il suo nome
La Via Appia deve il suo nome ad Appio Claudio che si operò alla costruzione di questa strada anche se i lavori per la realizzazione dell’intera opera stradale si protrassero per oltre un secolo. L’attributo “Regina Viarum” (regina delle strade) è legato ad un verso del poeta latino Stazio, che, descrivendo la Via Appia, scrisse: “Appia longarum teritur regina viarum” (si percorre l’Appia, regina delle lunghe strade).
Viaggiare nell’Antica Roma sulla Via Appia
Come per ogni altra attività umana, anche l’atto del viaggiare è stato oggetto di profonde trasformazioni nel corso dei secoli. Sulla Via Appia passavano soldati in marcia verso le province, mercanti con carri carichi di vino, olio e ceramiche, funzionari imperiali in missione, messaggeri del cursus publicus (il servizio postale di Stato), pellegrini diretti ai santuari, ma anche famiglie e viaggiatori privati. Per i ricchi patrizi, il viaggio poteva avere scopi di svago o villeggiatura nelle ville di campagna. I più umili si spostavano a piedi o a dorso di mulo. Chi aveva maggiori mezzi poteva viaggiare a cavallo, in raeda (carrozza coperta con panche interne) o in cisium (carro leggero e veloce). I carri commerciali, trainati da buoi, erano lenti ma robusti. In media, un viaggiatore a piedi percorreva 20–30 km al giorno, mentre un messaggero a cavallo poteva coprirne anche 80. Tipico dei Romani era l’uso, importato dall’Oriente, di farsi trasportare in lettiga (lectica) o in portantina con cuscini e tende, portati a braccia da schiavi vestiti uniformemente. Questi mezzi erano comodi ma lenti e venivano usati soprattutto in città, perché erano l’unico mezzo consentito durante il giorno quando veniva vietata la circolazione dei carri nelle aree urbane affollate per limitare il traffico, c’era un grande rispetto per i pedoni.
Per chi viaggiava senza incarichi ufficiali, l’abbigliamento consisteva in una tunica e un mantello con cappuccio (paenula), mentre in estate si aggiungeva un cappello a larghe falde. La tunica era progettata per non intralciare i movimenti, stretta alla vita e sollevata fino al ginocchio, con una borsa (marsupium) appesa alla cintura. Molti viaggiavano su animali da soma, per lo più asini, che trasportavano sia il viaggiatore sia i suoi bagagli.
Lungo la Via Appia, ogni 15–20 km si trovavano le mutationes, stazioni per il cambio dei cavalli, e le mansiones, locande con stanze spartane, pasti semplici e stalle. Le taverne offrivano pane, formaggio, vino e zuppe, mentre fontane e cisterne fornivano acqua. I miliari, grandi colonne di pietra, segnavano la distanza in miglia da Roma e indicavano talvolta il nome dell’imperatore che aveva fatto restaurare quel tratto di strada.
Le strade romane erano straordinariamente ben costruite, con basolati di pietra che garantivano resistenza alle intemperie. Tuttavia, il viaggio non era privo di rischi: in zone isolate si poteva incontrare maltempo, briganti o animali selvatici. Per questo molti viaggiavano in gruppo o si univano a carovane.
Muoversi sulla Via Appia significava anche attraversare paesaggi, città e culture diverse: dal Lazio alle fertili pianure campane, dalle montagne lucane alle coste pugliesi. Si incontravano dialetti, mercati, templi e usanze locali, rendendo il viaggio un’esperienza ricca di scambi e conoscenze. Così, la Via Appia non era soltanto un percorso di pietra: era un filo che cuciva insieme l’Impero, trasportando non solo persone e merci, ma anche idee, lingue e tradizioni.
Protagonisti
Appio Claudio Cieco
Appio Claudio Cieco (350 a.C. circa – 271 a.C. circa) è stato un importante politico e militare romano. Ricoprì le cariche di censore e console distinguendosi per cultura, abilità oratoria e brillanti doti amministrative. Nel corso della sua lunga vita (morì vecchio e cieco – da cui il soprannome), portò importanti innovazioni: attuò una riforma per allargare la base censitaria ai beni mobili, aprì l’accesso al Senato a uomini di bassa classe sociale e influì decisamente sulle trattative di pace nella guerra contro Pirro, re dell’Epiro. Il suo nome è legato a due fra le più importanti opere ingegneristiche dell’epoca repubblicana: l’acquedotto Appio e la Via Appia, entrambi rivoluzionari progetti presi a modello da tutto il mondo romano a venire.
Marco Ulpio Traiano
Marco Ulpio Traiano, nato nel 53 d.C. a Italica (Spagna), fu un imperatore romano considerato tra i più grandi e capaci. Divenne imperatore nel 98 d.C. dopo essere stato adottato dall’imperatore Nerva. Durante il suo regno, Traiano promosse importanti riforme amministrative e militari, portando l’Impero Romano alla sua massima espansione territoriale. Traiano fu soprannominato “Optimus Princeps” (il miglior principe) per le sue qualità di generale, amministratore e politico. Fu ammirato dai suoi contemporanei e considerato uno dei più grandi imperatori romani. Traiano morì nel 117 d.C. durante una campagna militare in Oriente. Gli successe il suo pupillo, Adriano. Non ebbe un diretto coinvolgimento nella costruzione o nella modifica della Via Appia, ma la sua politica imperiale e le sue opere pubbliche ebbero un impatto indiretto su questa importante via di comunicazione. Traiano costruì la Via Traiana, una strada alternativa che, nel tratto finale da Benevento a Brindisi, divenne preferita alla Via Appia per i collegamenti con l’Oriente.
Legami tra i siti Unesco italiani
Via Appia, Regina Viarum… e il centro storico di Roma
Il confronto più aderente è quello con il centro storico di Roma. Benché questo bene coinvolga elementi risalenti dall’età romana al XV secolo, l’importanza delle realizzazioni connesse al periodo più antico sono molto forti ed esemplari. Nelle località che sorgono lungo la Via Appia è possibile ritrovare caratteristiche e tecniche che trovano nella capitale dell’Impero un modello da seguire: la struttura viaria e urbana, la presenza di infrastrutture idriche come acquedotti e cisterne, l’edificazione di aree funzionali all’interno della città, come la zona per gli spettacoli, i fori, gli isolati abitativi e le aree sacre e sepolcrali. Va inoltre ricordato che la Via Appia ha origine appunto da Roma e serve da arteria di comunicazione verso l’Oriente e che tutte le strutture presenti lungo la via Appia vengono realizzate per coprire le necessità di chi viaggiava e viveva all’epoca della Roma latina.
Glossario
Glossario
Infrastruttura s.f. – è l’insieme dei servizi e delle strutture essenziali che contribuiscono al benessere e allo sviluppo, sia fisico che sociale di una comunità. Questo include elementi come scuole, parchi giochi, centri di aggregazione, biblioteche, trasporti pubblici, servizi sanitari e spazi verdi.
Mobilità sostenibile – è un modo di spostarsi che cerca di ridurre l’impatto negativo sull’ambiente, sulla società e sull’economia. Si concentra sull’uso di mezzi di trasporto che consumano meno risorse, inquinano meno e contribuiscono a creare città più vivibili.
Sostruzione s.f. – è una struttura che serve da base o sostegno per qualcosa che si trova sopra di essa, come un edificio o un terreno. In pratica, è una parte di una costruzione che sta sotto e che serve a sostenere il peso della parte superiore.
Drenaggio s.m. – legato alle strade indica il sistema che permette la raccolta e l’allontanamento delle acque superficiali, come la pioggia, dalle strade impedendo la formazione di ristagni d’acqua e potenziali pericoli per la sicurezza e l’integrità della strada stessa.
Pietra miliare – erano utilizzate nell’antica Roma per contrassegnare le distanze lungo le strade principali. Collocate lungo le vie e indicavano il numero di miglia romane che separavano quel punto dal centro dell’impero, Roma.
Pellegrino s.m. – persona che compie un viaggio, spesso a piedi, verso un luogo sacro o di importanza spirituale, mosso dalla fede o dalla ricerca di un’esperienza interiore.
Lastricato s.m. – è una pavimentazione realizzata con lastre di pietra, spesso utilizzata per strade, cortili o terrazze. Consiste in una superficie rivestita da blocchi o lastre di pietra, disposti su uno strato di malta.
Sepolcro s.m. – è una tomba monumentale eretta per custodire i resti di persone illustri defunte, o anche soltanto a scopo commemorativo.
Colombario s.m. – è una tomba utilizzata nell’antichità, suddivisa in loculi o nicchie, destinati a ospitare le urne, vasi, contenenti le ceneri dei defunti (originariamente, ma in alcuni casi anche bare o ossari).
Pagano agg. – si riferisce a pratiche religiose politeistiche, specialmente quelle del mondo classico greco-romano.
Calcare s.m. – è una roccia sedimentaria composta principalmente da calcite, un minerale formato da carbonato di calcio.
Foro s.m. – è una piazza sempre presente nelle città romane ed era il cuore pulsante della vita pubblica nell’antica Roma. In questa piazza, i cittadini romani si riunivano per partecipare ad attività politiche, religiose e commerciali.
Ciclopico agg. – gigantesco, grande come i ciclopi (giganti)
Edile s.m. – era una carica politica della magistratura con funzioni di polizia e amministrazione pubblica, responsabile della cura della città, della manutenzione degli edifici, dei mercati, dei giochi e dell’approvvigionamento alimentare. Era un po’ come un “amministratore della città” o “sindaco” al tempo dell’antica Roma.
Pendice s.m. – costa laterale della montagna.
Criptoportico s.m. – è un corridoio o passaggio coperto, spesso seminterrato, che può sostenere una struttura come un foro o una villa. La parola deriva dal greco “kryptos” (nascosto) e dal latino “porticus”.
Mitreo s.m. – è un luogo di culto sotterraneo dedicato al dio Mitra, una divinità di origine indo-iranica, venerata in epoca romana con riti misterici. I mitrei erano generalmente ambienti rettangolari allungati, spesso decorati con rappresentazioni del sacrificio del toro compiuto da Mitra.
Colonia romana s.f. – era un insediamento, una città o una località, di cittadini romani fondato in territori conquistati o strategici, per controllare la zona. Le colonie erano legate a Roma da vincoli di alleanza e, a seconda della tipologia potevano avere diversi gradi di autonomia amministrativa rispetto alla capitale.
Necropoli s.f. – è un’antica area cimiteriale situata al di fuori dei centri abitati, dove venivano seppelliti i defunti. Il termine, di origine greca (nekros = morto, polis = città), significa letteralmente “città dei morti”. Le necropoli sono importanti siti archeologici che forniscono preziose informazioni sulle usanze funerarie, l’arte e la società delle civiltà antiche.
Anfiteatro s.m. – è un edificio di forma ovale tipico dell’antica Roma, destinato a ospitare spettacoli pubblici come combattimenti di gladiatori, caccie, battaglie navali e altri intrattenimenti. AL centro e in zona ribassata c’era l’arena, dove avvenivano gli spettacoli; tutt’intorno c’erano gradinate dove prendevano posto gli spettatori. L’anfiteatro più famoso è il Colosseo.
Patrizi s.p. – nell’antica Roma erano i membri delle famiglie più antiche e influenti, che costituivano l’aristocrazia e detenevano il potere politico. Erano considerati i discendenti dei “padri fondatori” di Roma e avevano il monopolio delle cariche pubbliche, del senato e del sacerdozio.
Stazione di cambio – era un luogo di sosta lungo le strade romane, chiamato in latino mansio. Queste stazioni erano fondamentali per il sistema di comunicazione e trasporto dell’Impero, permettendo a funzionari, messaggeri e viaggiatori di riposare, cambiare cavalli e ricevere assistenza.
Basolato s.m. – si riferisce a una pavimentazione stradale realizzata con lastre di pietra chiamate basoli, solitamente disposti in modo da creare una superficie solida e uniforme per il passaggio di veicoli e pedoni. Il basolato è una tecnica antica, ampiamente utilizzata dai Romani per la costruzione di strade sia urbane che extraurbane.
Censore s.m. – era un magistrato nell’antica Roma incaricato di svolgere il censimento della popolazione e di valutare la moralità e il comportamento dei cittadini. La loro funzione principale era tenere aggiornato l’elenco dei cittadini, suddividerli in classi e tribù e assegnare contratti per lavori pubblici. I censori avevano anche il potere di sanzionare i comportamenti scorretti attraverso la “nota censoria”, annotando le infrazioni accanto al nome del cittadino nel registro del censimento.
Console s.m. – era la carica più alta al tempo della Repubblica romana ed aveva potere civile e militare. I consoli erano due, lavoravano insieme dividendo il potere di comando e prendendo decisioni importanti per lo Stato.
Base censitaria – Al tempo dell’antica Roma, la base censitaria (o census) era un sistema di classificazione della popolazione basato sul patrimonio, sulla loro ricchezza e sui beni posseduti. Questa classificazione regolarizzava la vita sociale romana, influenzando gli obblighi militari e la partecipazione alla vita politica, con conseguenze significative per i diritti e i doveri di ciascun cittadino.
Imperatore adottivo – era un imperatore che non aveva legami di sangue con il suo predecessore, ma era stato scelto e adottato da lui come successore, spesso basandosi su meriti e capacità, piuttosto che per diritto ereditario. Questo sistema di successione fu adottato nel II sec. d.C. e garantiva che il trono fosse occupato da una persona competente e capace, piuttosto che da un erede designato per nascita.
2023, Riyad (Arabia Saudita), 45° sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale.
Sito Naturale
Italia centrale. Regione Emilia Romagna
Criteri di Iscrizione
Criterio (iii): la Via Appia. La Regina Viarum è una delle testimonianze più durature che la civiltà romana ha lasciato in eredità ai posteri. La sua costruzione è stata un’impresa di ingegneria e di progettazione tecnica che ha influenzato gran parte del Mediterraneo per più di mille anni. Sul percorso sono presenti tutte le tipologie strutturali e urbanistiche caratteristiche della civiltà romana.
Criterio (iv): la Via Appia. La Regina Viarum testimonia l’eccezionale capacità organizzativa e l’efficienza amministrativa della civiltà romana. La Via Appia è un esempio della capacità tecnica innovativa sviluppata da Roma, la cui costruzione, oltre alle infrastrutture ad essa direttamente connesse, fungeva da punto di riferimento per la divisione dei terreni assegnati ai veterani dell’esercito e promuoveva la regolamentazione e l’aggregazione di nuove aree urbane residenziali lungo il suo percorso, essendo spesso scelta come decumano. La Via Appia ha quindi plasmato lo sviluppo delle città antiche che collegava o che associate ad essa. La Via Appia è inoltre accompagnata da un insieme monumentale di templi, monumenti funerari, acquedotti e ville e, agli ingressi delle città, da archi di trionfo, porte o servizi come teatri, anfiteatri o terme che testimoniano una civiltà secolare.
Criterio (vi): la Via Appia. La Regina Viarum fu un importante vettore di diffusione di idee e credenze. Ha svolto un ruolo fondamentale nella diffusione della religione cristiana e ha fornito il passaggio per la Terra Santa ai crociati e a un numero enorme di pellegrini. Rappresentativa del potere di Roma, la Via Appia è stata simbolicamente utilizzata a partire dal XVI secolo da numerosi generali o monarchi vittoriosi per celebrare il loro potere o le loro vittorie. La Via Appia è stata celebrata dagli artisti del Rinascimento. Oggetto di studio per archeologi, architetti e accademici, ha affascinato generazioni di visitatori che intraprendono il Grand Tour.
Integrità I componenti che compongono la Via Appia. Regina Viarum presentano notevoli differenze in termini di dimensioni e carattere, che può essere naturale o urbano. I loro attributi differiscono per numero, qualità o significato e per il loro stato di conservazione. Tutte partecipano alla rappresentazione della Via Appia nel suo carattere, nel suo percorso e nella sua coerenza. Le parti che le compongono illustrano la grande realizzazione infrastrutturale della Via Appia e il suo impatto sullo sviluppo economico, sociale e politico delle regioni conquistate da Roma. Gli attributi sono per la maggior parte vestigia archeologiche. Sono identificabili e presentano un buono stato di conservazione.
Autenticità La Via Appia. Regina Viarum comprende un vasto insieme di siti archeologici che conservano una serie di attributi rappresentativi del ruolo e delle funzioni della strada e del territorio più ampio che grazie ad essa si è potuto sviluppare. In questo contesto, il concetto e la forma iniziali si sono evoluti nel tempo, ma rimangono comunque. Lo stesso si può dire per i materiali e la sostanza. La funzione primaria della strada riguarda la circolazione di persone, merci e idee. Questa funzione si è evoluta senza mai scomparire del tutto nel corso dei secoli di utilizzo. Gli usi si sono evoluti in termini di motivazioni, ma non in termini di finalità. La ricchezza di informazioni e conoscenze ottenute sulla Via Appia nel corso dei secoli attraverso la ricerca scientifica e anche le opere artistiche e letterarie contribuiscono alla sua autenticità.


